TRIPOLITANIA
DELLO STESSO AUTORE :
Iris Fiorentina.
Musica Antica per chitarra.
Frate Angelico.
Dal Malo j a a X otre-Dame.
Fumo e Fiamma.
Poemi Lirici.
Ramon Escudo.
Domenico Tumiati
NELL'AFRICA ROMANA
Tripolitania
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MILANO
Fratelli Treves, Editori 1905
Secondo Migliaio
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PROPRIETÀ LETTERARIA
Rìsrrvnfì tuffi i diritti.
Tip. Fratelli Tveves.
Queste pagine di vita errante e di fede italiana, io dedico a te, q padre mio: a te, che nella silen- ziosa operosità del vivere e nella nobiltà d'ogni pensiero, rivelasti ai miei occìii l'ideale dell'uomo e la grande:^3a della patria.
IL MARE DEI CORSARI.
TuBiiATi, Tripolitania.
Malia, 20 dicembre 1904.
— Porter?
— Porter, sì, Porter!
Ho mangiato il salkraut a Trento; bevo il Porter a Malta. Che bizzarrie del caso ! In quin- dici giorni sono balzato da Trento a Malta; ho viste le uniformi austriache manovrare sulle vette di Trento, e vedo ora i mille occhi di fuoco delle fregate inglesi, riflettersi nelle acque di Malta. Il caso è un architetto sapiente. Tutto il giorno mi hanno rallegrato le livree rosse dei soldati inglesi, ed ora, di notte, contemplo in questa taverna, ai piedi dei magnifici bastioni e di fronte al porto, i volti accesi dei marinai in- glesi, che barcolleranno, quando vorranno rial- zarsi. L' Italia è presa pei capelli dall'Austria e pel calcagno dall'Inghilterra: se volesse alzarsi in piedi, farebbe come questi marinai ubbriachi. Uno di essi infatti, cade bestemmiando, l'altro
IL MARE DEI CORSARI
faticosamente si arrampica su per le gradinate, gii altri due (si chiamano tutti e due Tom) lo seguono cantando.
Possono cantare allegramente: Malta è una preda cospicua. Quale preda, per San Tom! La città imprendibile dei cavalieri di San Giovanni, la bella isola dalla forma di pesce, turrita di palazzi, dorati come il grano, meritava bene una guarnigione e qualche milione di spesa. Io non conoscevo Malta: ero sbarcato soltanto per ve- dere la scimitarra del pascià di Tripoli, e in- vece ho vagato giorno e notte per le sue strade, a seguire con lo sguardo le faldette di seta nera delle sue belle donne, e a scrutare i mille balconi che incrostano le sue ripide strade.
Malta è ancora italiana? Questo io doman- davo agli amici miei della Giovine Malta que- st'oggi, camminando fra gli aranci e le rose dei giardini di Sant'Antonio; e la fede giovanile con cui essi mi parlavano, valeva a consolarmi della completa indifferenza, che si ha in Italia, per questa nostra futura fortezza del Mediter- raneo. Certo, anche qui, come a Trieste, come a Trento, a Rovereto, a Gorizia; l'idea italiana è una luce nel cervello dei pochi, nel cuore di un'esigua minoranza, che combatte l'apatia della moltitudine. Ma è legge che i pochi debbano guidare i molti, quando l'idea che li accende,
'Giovine Malta „ ;B
risponde a decreti naturali inrallibili. Il popolo maltese, che diserta gli spettacoli inglesi e fre- quenta gl'italiani, che non si fonde coi conqui- statori, ma s'incrocia con Sicilia e Calabria, reagisce non per volontà, ma per istinto, contro la lotta ferrea, che l' Ingliilterra ha impegnato contro la nostra lingua. E vi reagisce la società di recente sorta, la Giooine Malta, che merite- rebbe dall'Italia ben più clie un'arida lode. Essa, come VAlto Adige a Trento, come la Juoenes Cartìiaginìs a Tunisi, può divenire la fiaccola sempre viva dei nostri destini.
Ma io sono sbarcato a Malta, per vedere la scimitarra del pascià di Tripoli, per salutare la città nemica dei corsari, prima di toccare la terra saracena. Laggiù, oltre il mare taciturno sotto la luna, riposa la terra promessa che da tanto tempo ha dominato i miei sogni. Perchè? perchè ho desiderato, perchè ho amato quella terra lontana, senza conoscerla, finché le ali del desiderio si sono trasformate nelle pinne dell'e- hca di una nave? Chi può saperlo? Sappiamo forse perchè desideriamo, perchè amiamo? De- siderio e amore vengono dall'ignoto, e sono belli perchè seminascosti da un velo d'infinito.
Tripoh d'occidente! toccare una volta il tuo suolo, udire il mormorio dei tuoi mille palmeti, e contemplare le pupille di una donna sarà-
6 IL 5IAKE DEI COESARI
cena ! Non è questo il sobrio, tutto il sogno, che a noi, razze nordiche, fiorì su dalle pagine delle Mille e una notte, nel crepuscolo dell'in- fanzia?
La calamita che attira le nostre anime, è più lontana delle rose di Catania, più lontana dei papiri di Siracusa; non si appaga della fonte Aretusa gorgogliante verso il mare, né dei rari cactus che tentano i fianchi dell'Etna; essa è di là dal mare, nel cuore delle due Sirti, nell'oasi fra le arene, dove vivono agli occhi queste due immense parole: le palme e il deserto. E per grazia dei fati, per un capriccio amabile della sorte, quella terra è ancora immune da mar- chio europeo: essa è là, barbara ancora nei suoi rabeschi arabici, nel suo candore islami- tico, come al tempo che Carlo Quinto la donava ai cavalieri di Malta. Ancora, la scimitarra musulmana pende fra le oasi e le Sirti: i ca- novacci inglesi dall'Egitto e il gallo francese da Tunisi, non hanno ancora lacerata la sua vec- chia veste corsara. Ma verrà quel giorno. Verrà un giorno, se noi dormiremo di così gran sonno, che tutta l'Africa sarà dominio di Francia e In- ghilterra, tutto il Mediterraneo un lago anglo- francese. I tre grandi bacini, dell'Egeo, delle Sirti, del Tirreno, saranno tre porti tranquilli per le fregate dell'impero e della repubblica;
E l'Italia?
rultimo trattato od accoi'do fra, lo duo nazioni rivali è la prima squilla della comune avanzata nel Mediterraneo. L' Injj;liilterra sorba por sé l'Egittfì, e lascia libertà incontestata nlla Fran- cia nel Marocco: l'Inghilterra sì avanza lenta- mente da Alessandria a Bendasi al nord, e a sud penetra grado a grado nel Sudan, per con- giungere in un solo gigantesco impero il latcì orientale dell'Africa; e dall'altra parte, la Francia si prepara a dominarne tutto l'occidente, spin- gendo le sue guarnigioni fin oltre l'oasi di Gabes; e cominciando la lenta via di conquista, che la condurrà all'Atlante, e le permetterà di congiungersi coi suoi dominii del Senegal e della Guinea.
E l'Italia? Che avrà, che farà la grande nazione mediterranea senza mare?
Il destino le aveva serijato, nella sua cle- menza, tutto il golfo delle Sirti, che sembra in- curvarsi ed aprirsi sotto il suo calcagno, come una staffa imperiale: da Tunisi a Bengasi e a Derna essa poteva chiudere il bacino delle Sirti con due incudini di ferro; ma già la Sirte mi- nore è in mano della Francia, e la maggiore è tenuta a vista dall'Inghilterra.
Qualche altro anno di sonnolenza, e noi ci sveglieremo, trovando tutti i porti dell'Africa fortezze nemiche, e chiusi alle nostre navi tutti
IL MAKE BEI CORSARI
quegli sboccili africani che già furono trastulli fra le mani di Roma.
Perchè tutta l'Africa mediterranea, fu romana. I calzari dei consoli di Roma hanno premute le arene dell'Africa, dal Nilo all'Atlante, fino alle oasi remote del Fezzan; e le flotte delle nostre rcpubljliche signoreggiarono tutti quei porti, con la loro egemonia commerciale. Che ab- biamo fatto noi ? Noi seguitiamo a far dipingere a Roma gli scenarii di cartone della colonia eritrea, e mandiamo le nostre navi a scaricare milioni e a imbarcare pietre a Massaua. L' In- ghilterra può rallegrarsi di averci cacciati come iloti in una cava di pietre; la Francia e la Russia possono esultare di aver fornito le armi ai sudditi del Negus, e la Germania, accampata sul Bosforo, può continuare lietamente a sot- trarre alla Compagnia italiana di navigazione tutti i porti orientali.
E noi possiamo vergognarci di avere dimen- ticata la nostra gloria, e offuscato il nostro or- goglio. Non siamo né vinti nò vincitori; siamo in un limbo di pena; perciò, io oggi ho impalli- dito, sentendo squillare sulle corazzate inglesi il Good saoe the King; e ho guardato con un rimpianto di epoche morte, la scimitarra inguai- nata del re dei corsari.
La scimitarra di Dragut
21 dicembre. A bordo dell' Emm.
Giace là, in mezzo alle armature, alle spade, alle alabarde dei cavalieri di Malta, la scimi- tarra di Dragut, il corsaro di Tripoli, coman- dante supremo della flotta saracena, nell'anno del Signore 1565.
Nella sua apparenza femminea, quella scimi- tarra simboleggia tutta la Turchia, molle di co- lori e di rabeschi rapiti alla Persia^ e celante l'acciaio freddo ed inalterabile. Accanto alla mazza ferrata e vittoriosa del Gran Maestro La Vallette, giace, come una tigre addormentata, nella sua guaina di velluto amaranto. Dama- schinata come il fermaglio di una schiava cir- cassa, coperta di velluto e di trine d'argento, come le babbucce di una sultana, innastata in un'elsa d'avorio che potrebbe adornare una pipa di Smirne, quella lama rischiara i secoli sara- ceni, terrore del Mediterraneo. Il mare, ch'io solco adesso, col vento in poppa e la prora ri- volta alle Sirti, è il più fantastico teatro, che mente umana abbia potuto creare. Tutti i popoli
10 IL ablKE DEI COKSAKI
del mondo vi si sono incontrati e cozzati, come le nuvole nel cielo; città sono sorte e scom- parse come spume; e il numero delle battaglie che vi risonarono, può eguagliarsi soltanto a quello delle tempeste. Le onde indifferenti e solenni, cantarono i funerali della civiltà e del dominio fenicio, egiziano, greco, romano, arabo, spagnuolo; canteranno un giorno il tramonto degli imperi di Francia e d'Inghilterra, e cante- ranno, un giorno più lontano, anche il nostro. Un'immensa cortina di nubi plumbee schiaccia l'orizzonte: non vediamo il sole, ma sappiamo che là è il tramonto, perchè una fosforescenza di fuoco si diffonde dalla linea estrema, e va galleggiando in groppa alle onde. E, a poco a poco, quei fuochi si accendono, si moltiplicano, si allineano; e sullo sfondo cupo, urtandosi da est e da ovest, sembrano una battaglia tumul- tuosa di galere in fiamme. Forse le triremi di Roma cozzano con le quinqueremi cartaginesi? Vi è laggiù Annibale o Scipione africano, Mario o Duilio, Cesare o Don Giovanni d'Austria, Bo- naparte o Carlo Quinto, Marcantonio Colonna .o Andrea Doria? Più splendidi delle nubi, i nomi degli eroi passano sulle ombre del mare; e fra le ombre, a cento a cento, vogano silenziose verso le Sirti le navi corsare, inseguite e bat- tute dalle galere dei cavalieri di Malta. Malta e
Miraggi di guerra 11
Tripoli stanno a fronte: la croce incalza la mez- zaluna, la mazza ferrata di La Vallette ab)jatte la scimitarra di Dragut. Splendido fiore della razza umana! Tutta la nobiltà d'Europa man- dava su questo mare la sua adolescenza, a cingere il cingolo di castità e la spada, a indos- sare le corazze e la sopravveste di seta pur- purea, tagliata dalla croce di neve. Le flotte dei re Mori veleggiavano coperte di ferro, verso Granata e Marsiglia; le galee di Spagna e Ve- nezia portavano i re d'Europa, crociati, verso l'Oriente; e nel rapido solco, le navi affidavano alle onde il seme delle leggende.
La nostra epopea cavalleresca ha qui la sua origine marina; nella terra dove approderò do- mani, l'Ariosto spinse l'ippogrifo oltre le nubi, e il Bojardo sciolse ai venti grecali la bandiera rossa di Rodomonte, che aveva per insegna, un leone imbrigliato da una regina.
^J^ dicembre. Verso Trijìoli.
L' impazienza di vedere questa prima alba africana, mi getta sopra coperta alle cinque. I venti del sud hanno portato contro la luna
12 IL JVIAKE DEI CORSARI
una torma di nubi nere. Piove: solo laggiù, al- l'orizzonte, si scopre una striscia scialba. AI3- l)iamo filato ccntottanta miglia da Malta: fra poco, saremo in vista di Tripoli.
Percorro V Ernia da poppa a prua: laggiù stanno rannicchiati due uomini, presso il bocca- porto; li interrogo; sono emigranti siciliani. Emigranti ! Non siamo tutti emigranti ? La vo- lontà segreta d'Italia, il suo istinto, il suo av- venire, sveglia in tutti noi, a centinaia di mi- gliaia, miserabili e ricchi, dotti e ignoranti, so- gnatori e indifferenti, la stessa irrequietudine, lo stesso spirito d'avventura; e ci slancia tutti, per vie diverse, alla conquista del mondo....
Un soffio aranciato scorre laggiù fra le nubi: l'orizzonte estremo si colora di rosa, e un punto solo, una scintilla, palpita debolmente.... è il faro di Trìpoli.
Da una dolce nebbia rosata, tutta rorida di pioggia notturna, si svolge una linea sinuosa.... la terra; azzurra dapprima, e poi a grado a grado più scura, distinta infine in un formicolio di pahnizii e in un lontano accennare di mina- reti.... Una barca, con le vele gonfie, viene on- deggiando verso di noi : tutta la costa verde ride ora, come dopo il sonno: i minareti per- dono il colore delle nuvole e s' imbiancano : si stacca una massa oscura, il castello..,, mura
Palme e minareti in rifìfn 13
bianche, e palme e palme si delineano, si ab- bandonano, in un cielo tutto d'oro.
Il mare si fa calmo e dolce, azzurro come l'opale, con spume di rosa. VEnna lancia il suo segnale sibilante: si staccano dalla costa barche e vele.
Finalmente! Tripoli d'occidente, ti saluto!
II. TRIPOLI MISTERIOSA.
Taraboliis, 29 dicembre.
....Mattine silenziose di cieli velati e di colori bianchi. Uno stupore profondo mi guida, come se avessi varcate le soglie di un'altra vita.
Sono esseri sopravvissuti alla rovina di un passato centenario, quelle forme bianche, che mi scivolano attorno? è una scena, quella fuga di vòlte bianche e celesti? e da quale lontananza, scaturiscono gli sguardi che si urtano nei miei? Io mi chiedo, se il caso non mi ha trasportato in un antico convento, in una laura di monaci, che portino nelle vesti il candore delle pietre sepol- crali, e nel passo l'oblio della vita. Posso cre- dere d'essere immerso in un profondo sonno, tanto è lontana da me la nostra esistenza grigia e tumultuosa.... in un sonno magnetico, pieno di immagini, fluenti da una nube. Mi pare che un improvviso cataclisma mi abbia scoperta una città sepolta da secoli; e la mia meravi-
TuMiATi, Triimlitamn. 2
|S TIlTroLT MTSTF.TITOSA
glia è uguale a quella, di clii si curvi sui mean- dri di una necropoli, e assista al ridestarsi dei sotterrati....
Invece, questa città non ha mai cessato di vivere, e porta il nome di Tripoli : un solo brac- cio di mare la divideva da me; ed io la per- corro, pensando a cose reali, e riconoscendo già le strade, le moschee.... e il castello arabo, dove ieri mi accolse il Muscir Pascià. Non è dunque un sogno?...
Sollevato sulla città e battuto dal mare, il ca- stello arabo assimiglia alla prora di una nave arenata, e il colore azzurro che ne riveste la fiancata orientale, alta e fantastica, può, di notte, far pensare a un contrafforte caduto dalle mon- tagne lunari. È la cittadella, ove si concentra il dominio turco, e dove, in fondo alle segrete, si custodiscono i prigionieri, che da Costantinopoli vengono inviati a Tripoli in esilio.
Accompagnato dal primo Dragomanno del Con- solato d'Italia, mi recai a far visita al Vali Pa- scià, per averne autorità di avanzarmi nell'in- terno della Tripolitania, fino al Gebel.
Il governo del Vali è gelosissimo del territo- rio, e sospettoso specialmente degli Italiani. Io
Il castello del PaaeAà 19
sono creduto un ufficiale con mandato militare, e spesso degli agenti mi seguono, spiando i mìei passi.
Ai piedi del castello, sonnecchiavano all'om- bra di alcune palme, i soldati turchi, col fez fiammeggiante; e qualche squilla rauca veniva dall' interno.
Entrammo sotto un vòlto basso, per un sen- tiero in salita, seguendo i passi di un cammello, che ci precedeva, con due sacchi di calce pen- denti dai fianchi ; e ci trovammo in mezzo a una rovina dì mura bianche, dì finestre, di terrazze, terminata sul cielo da larghi merli bianchi, sotto cui giacevano dei cannoni smontati.
Su e giù, salivano e scendevano dei negri dal lacero koftan, portando pietre e calcina nel quar- tiere elevato, dove si restauravano gli apparta- menti dì Sua Eccellenza Rejeb Pascià, mare- sciallo della Sublime Porta, e Vali di Tripoli. Entrando in codesti quartieri, la scena cambiò bruscamente. Fui introdotto in una larga sala rettangolare, popolata da finestre rettangolari, tappezzata da stuoie rettangolari, e circondata — ahimè! — da malinconici divani europei, co- perti di stoffe stampate, e difesa da tende ancor più malinconiche.
— Per il Santo Corano! io dicevo fra me; se io fossi Vali di Tripoli, vorrei che questa sala
20 TRIPOLI MISTERIOSA
fosse un paradiso d'Oriente, e clie ogni europeo, entrando, dovesse piegare il capo, abbagliato dalla luce dell'Islam. Si avanzò il primo interprete di Sua Eccellenza, e scambiò con noi alcune pa- role in francese; indi, dietro il paravento — ohimè, giapponese ! — si udì un passo premere le stuoie, e comparve il Pascià. Era un uomo di mezza ta- glia, dal largo torace e dalla barba corta brizzo- lata: vestiva il costume europeo e portava il fez.
Nella sua presenza, si fondeva in un grade- vole accordo l'energia militare del Maresciallo, con l'ufficiosa gentilezza delle maniere turche. L' occhio freddo e chiaro, pronto al comando come al salamelecco, faceva pensare all'uomo di guerra, avendo egli comandate le campagne russo- turche.
Ci inchinammo, e il Pascià recò la mano al petto; indi mi stese la destra. Un negro, avvolto in un ricco costume di stoffa damascata, portò il caffè e le inevitabili sigarette.
Seguendo il fumo del tabacco, la conversa- zione ebbe numerosi zig-zag, lentamente avvici- nandosi allo scopo della mia udienza, cioè il viaggio all'interno. Ma, quando il primo Drago- manno espose tale mio desiderio, una nube passò sulla fronte del Pascià.
— Non ho questo potere, — egli disse; — in ciò debbo dipendere dal Sultano; se Ella desi-
I vi(uj(ji all' interno
dera che io scriva a Costantinopoli, potrei farlo ; di mia autorità posso soltanto concederle di giun- gere a Tagiura e a Zanzùr, seguito da una scorta di gendarmi. — E cosi dicendo, lanciò una siga- retta al suo interprete, che sedeva sull'opposto divano.
— Tagiura è una passeggiata, — io osservai,
— e so d'altra parte, che ad un francese, il Vi- sconte de Matliuisieulx, venne testé concesso di esplorare tutto l'interno.
— Egli ne ebbe l'autorità dalla Sublime Porta,
— rispose il Vali.
Ciò era vero soltanto in parte, perchè i due primi viaggi del visconte francese, furono fatti dietro il permesso del solo Vali. Aggiunsi, che lo scopo del mio viaggio sarebbe unicamente artistico.
— Sua Eccellenza risponde, — disse il Drago- manno, — che comprende benissimo, ma che non è in suo potere darle tale permesso.
— Ma il Visconte de Mathuisieulx, — io dissi,
— ha stesa la carta militare della Tripolitania: il suo scopo e i suoi preparativi non potevano essere ignoti. Egli voleva giungere a Ghadames, e farvi rilievi per una futura strada ferrata, la quale dovrebbe congiungere Ghadames con la Tunisia, e assorbire così tutto il commercio del- l'interno, strappandolo a Tripoli.
TRIPOLI MISTERIOSA
— Ciò che scrisse il Visconte, — interruppe il Pascià, — è appunto la causa di speciali or- dini da Costantinopoli, che vietano i viaggi al- l'interno. Il Visconte stesso non riuscirà a fare il suo quarto viaggio. Ella può disporre della scorta per Tagiura e per Zanzùr; ma, per altre parti, io non posso accordarle il permesso, né rispondere della sua vita.
Mi alzai, deponendo l'ultima sigaretta, e pen- sando che il giorno stesso il Consolato italiano avrebbe telegrafato a Costantinopoli. Strinsi la mano del Pascià, e uscii insieme al nostro primo Dragomanno. Dall'alto delle, terrazze si svolgeva ai miei occhi l'abbagliante panorama di Tripoli.
Contemplata dall'alto, quando tutte le terrazze e 1 minareti biancheggiano sfavillanti, sotto il cielo di languido opale, Tripoli può scambiarsi con qualunque altra città dell'Oriente. Le mo- schee basse, incurvano le pìccole gobbe di neve e drizzano il lungo collo aguzzo, lasciando scor- gere nell'interno un olivo o una palma; i bazar si stendono verso la porta della Menscia, pieni di mercanti assonnati e di compratori dal bar- racano lacero e dal bisunto tarbusch; e al di
Di notte 23
là del minuto incrocio di V()lti, di vicoli, di strade, le mura medioe\'ali, stanche della vita, si sgretolano lentamente, in faccia alle oasi e in faccia al mare.
Ma la scena cambia bruscamente, se dall'alto delle terrazze scendiamo in mezzo al labirinto delle vie, traverso l'intrico del quartiere arabo e della Hara. Il velo candido e molle, che co- pre Tripoli dall'alto, si lacera d'improvviso, sco- prendo i denti della vecchia fortezza saracena.
Bisogna percorrerla di notte, quando ogni passo può costare la vita. Si piomba allora in una specie di sotterraneo, in un dedalo di stra- dicciole oscure, rischiarate, ad ogni gomito, da un fanale affumicato.
Sullo sterrato, a fatica si riesce ad evitare qualche rigagnolo immondo, e a non urtare negli scalini delle porte sbarrate.
Fin che i nostri passi risonano nelle strade presso la marina, qualche gruppo di passanti col fez e il costume levantino, e qualche ronda turca incappucciata, col moschetto a tracolla, rompono il deserto delle strade; ma poi, adden- trandoci nella Ilara, che è il quartiere ebreo, il silenzio si fa più grave, e non si ode che una moltitudine di fischi trillare da ogni parte, da persone invisiljili. Questi fischi, sono segnali di intesa ifra gli Arabi, per avvertire chi precede
TFaPOLI MISTERIOSA
del passaggio di un terzo.... e, con l'abbaiare dei cani e qualche stridere di galli, sono gli unici rumori della notte.
Rumori e passi si spengono del tutto nel quar- tiere arabo, clie nessuno ardisce di percorrere, e che non è perlustrato neppure dalle guardie turche. Ivi, vicoli senza nome che portano il ri- cordo di omicidii per sempre misteriosi, un ac- cavallarsi di vòlte.... e un succedersi senza tre- gua delle segrete degli harem.
Risona d'improvviso un passo, un fruscio, e nella penombra si disegna una larga figura, e una seconda, una terza, ravvolte nei barracani bianclii, dalla testa ai piedi. Sono questi i pirati, che saccheggiavano Provenza e Campania.... e che possono ora, se vi arrestate un istante, da- vanti a una porta, o davanti a una gelosia illu- minata, freddarvi con la calma di chi adempie ad un sacro dovere. Quando io compii questa escursione notturna, insieme a un greco e a un tripolino, due volte fummo seguiti da queste fan- tasticlie figure, rese sospettose dalla nostra te- meraria presenza.
L'arabo è geloso del suo quartiere, come della sua casa, e anche se vi ha conosciuto durante il giorno, vi chiederà, con un tono che non am- mette repliche, che cosa fate e che cosa volete.
Dietro ad ogni domanda, ad ogni segreto, ad
Quando l'alba sorge.... 25
Ogni mistero, si cela sempre una cosa sola: la donna. In queste basse case aral^e, quante donne italiane saranno state trascinate nei secoli di mezzo! Quante non avranno più vista la libertà, come sepolte in un'eterna clausura?
L'occhio oppresso cerca un ristoro in qualche stella che balena dall'alto, e attende il momento di sfogarsi sul mare, che si stende laggiù cul- lato dalla luna, dietro la tomba del grande Ma- rabuto.
Ma, quando l'alba sorge tra i palmeti di Ta- gìura, un'altra città si desta, e uno spettacolo variopinto si svolge ai nostri occhi. Le vie si svegliano, come la bella Sheherazade.... le pic- cole porte dei bazar e dei mercati si aprono, e appariscono personaggi leggendari, dai vibranti colori, negri dalla lacera kascialjia, donne stretta- mente ravvolte nelVìioli di seta bianca o di lana, che ne delinea le forme. E laggiù, da Tagiura, da Khoms, da Zanzùr, vengono lungo la riva del mare, e traverso i giardini, le carovane lente, le lunghe file di cammelli carichi di merci, di ortaggi, di stoffe, di orzo e di sparto, che si ri- versano sulla spiaggia, nel grande mercato.
Allora, migliaia di barracani si agitano sulla
26 TRIPOLI MISTERIOSA
l'iva del mare nelle compre e nelle vendite, ma senza il fragore dei mercati europei.... Il grido che più si ode è — Balek ! (scostati) — che pre- cede il passaggio degli asini, principale cavalca- tura, o dei cammelli carichi di sparto. Si vende ogni cosa: le oasi inviano qui ortaggi di bel- lezza favolosa, che dimostrano come sia una leggenda la mancanza d'acqua. Gli agrumi giun- gono come li creò la terra, senza coltivazione: aranci e cedri più belli che in Sicilia.
Passano magnifici dromedarii bianchi, montati da qualche Tuareg dalle, bende azzurre.... Al di là di una fila di gobbe lanose, scintilla il mare.
Appese a bandoliera a lunghe pertiche, ros- seggiano le carni dei cammelli e dei montoni: l'olio, le droghe, i pollami, le stoffe, le pelli, si dividono il mercato; e presso lo scalo, si ac- cumulano montagne di orzo e di sparto. Mi- gliaia di tonnellate di sparto vengono esportate ogni settimana per l'Inghilterra e per l'America. Tripoli è ancora l'emporio più importante del Sudan: la flora e la fauna dell'interno afflui- scono alla sua spiaggia, per vie carovaniere, che datano da migliaia d'anni. La vita circola largamente fino al mezzodì; dopo, compiuti i traffici, nel dominio del sole, l'indolenza gua- dagna tutte le figure, clie si accosciano lungo i muri, nei caffè, nei bazar, e davanti alle porte
Darà llzeira si tinge di rosa.... 27
delle peccatrici tatuate e coperte d'argento.... se- guendo il fumo eterno del tabacco.
Ogni tanto si ode un grido confuso, simile a uno stridere di uccelli.... Sono pellegrine, che, tutte velate, si avviano al viaggio verso la Mecca.
11 sole cala dietro la punta estrema di Glier- garesh, segnata sul cielo da due lontane palme; e le mura della città impallidiscono, insieme ai grandi pozzi candidi, nei giardini che le circon- dano. Di là dalle mura, verso oriente, la costa di Darà llzeira si tinge dì rosa; mentre tutta la città, sulle arene del mare, si fa bianca come la fronte di un morto.
La vita langue e si ritira. I mercati degli ar- genti, delle droghe, delle stoffe, si spopolano len- tamente.... Restano profumi sparsi di cannella e di garofano nel Sulv-el-Akhara, e l'odore del me- tallo battuto nel Suk-el-Seieglilia.... A uno a uno escono dai portici oscuri i mercanti, clie dalla mattina sono rimasti a conteggiare e a vendere, immobili sulle gamlie incrociate. Qualche negra passa rapida, portando gelosamente sul seno un canestro colmo di uova; qualche ebrea, sonante di monili, nasconde un lampo di sorriso, dietro
28 TlUrOLI MISTERIOSA
la porta socchiusa.,.. Escono a sciami dalla porta della Menscia, e s'incrociano, si evitano, silen- ziose ombre insaccate : e dalle punte verdi dei minareti, la voce monotona dei muezzim invita alla preghiera.... Addossato alla fortezza, il quar- tiere arabo si fa più che mai impenetrabile. Tutte le donne sono ermeticamente chiuse.... qualche rara luce soltanto filtra traverso le fitte grate, che assomigliano il quartiere arabo a un immenso convento. Nei cento mulini tenebrosi, il mugnaio accende la lanterna, mentre il cam- mello impassibile, seguita a girare, a girare la macina con gli occhi bendati....
Qualche vecchia musulmana, ravvolgendosi tutta nel bianco holi, sale per pregare gli sca- lini di un maral3uto; qualche piccolo negro vola via trottando, verso il suo villaggio di foglie di palma.... La città ripiomba nel silenzio.... un si- lenzio di cose sopravvissute,...
A poco a poco, il minareto di Sidi-Dragut am- morbida i suoi contornì, simile al collo di un cigno, pronto a incedere verso il mare....; e, ai piedi delle mura, rientra nell'ombra la piccola tomba del santo, che fu sognata da una donna, e che prese dal sogno il suo nome....: Sidi-Ka- lifu — Un sogno!
III. DONNE SARACENE.
Tarabohis, 5 gennaio 1905.
" Noi siamo le figlie della stella del mattino; camminiamo su giacigli molli: abbiamo perle al collo, muschio alla divisione dei capelli; quelli che avanzano alla pugna, noi li abbracciamo; quelli che si ritraggono, noi li abbandoniamo.,, Così cantava Hind, coi capelli al vento, seguendo i Coreisciti alla iDattaglìa di Ohod, e immergendo le lal3l)ra nel fegato palpitante di Hanza. Hind è l'Eva barbara del Nedged, dell' Hedjaz, del Ye- men, nata là dove il profeta dell'Islam gridò: Il paradiso è all'ombra delle spade. Il suo sangue subì innumerevoli innesti lungo tutte le sponde del Mediterraneo, da Damasco a Cordova, a se- conda che la Spagna o la Persia, l'Africa dei Ber- beri e dei Mori, s'infiltravano nella razza araba conquistatrice. Ne risultò il tipo saraceno, oscil- lante fra il semitico e il camitico, fra il pastore errante dell' Aral3ia deserta, e il fellah egizio e
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l3erbero. Cotesto tipo, che in Algeria, in Tunisia, in Egitto, va sempre più modificandosi al con- tatto dei nuovi conquistatori bianclii, qui è an- cora intatto.... e le donne Israelite e musulmane sono ancora negli usi e nelle vesti, nel sangue e nella lingua, profondamente saracene.
Ritengono tutte dall'Arabia la lingua, più pura che nelle altre parti dell'Africa, e più rigido an- cora il costume.... tradizionale e immutabile, sia nelle discendenti di Hind, sia in quelle di Fathma 0 di Aisha.
ElDree e musulmane, tutte parlano lo stesso arabo, vestono costumi consimili, abitano case dagli stessi rabeschi, dalle stesse logge, dagli stessi cortili, e si tingono tutte degli stessi suc- chi di henna. Ma pure, le due diverse leggi, la Bibbia e il Corano, atteggiarono il loro spirito a una profonda dissimiglianza. La moschea e la sinagoga non si fusero mai, benché Mosè e Maometto adorassero lo stesso I^dio unico; e quando la donna dell'harem s'incurva adorando, allorché dai minareti giunge l'invito alla pre- ghiera, la donna ebrea passa indifferente, ben- ché il nome di Allah anche per lei suoni nome di Dio.
E dalle due diverse leggi, nasce una divisione profonda nella vita delle due donne.
La casa, che nell'architettura, e nelle sue di-
Le due case 33
"~*"*>»i€>ni, semlira eg'uale tanto presso le musul- mane che presso le ebree, ha, dalle porte alle finestre, una diversità sostanziale. Mentre nella Hara, le finestre sono munite di sole inferriate, e le porte lasciano scorgere i vivaci colori del cortile, ove le donne preparano le vivande, pe- stando, lavando, le spezie e gli ortaggi; nel quar- tiere araldo, invece, le finestre sono nascoste da fitte grate di legno, e le porte si aprono su pic- coli anditi a sghembo, che nascondono l'interno agli occhi più curiosi. La casa israelita è so- nante di voci e di risa; quella musulmana si chiude in un silenzio misterioso. Sulle porte della Hara, nei costumi colorati e scintillanti di me- talli, le ebree si appoggiano indolentemente, sor- ridendo e rispondendo a chi le interroga, con voluttuoso abl)andono; mentre tutti i battenti sono inesorabilmente chiusi nel quartiere aral)0.
Ospitali, liete, fresche di una bellezza di rose di macchia, che traluce dalle forinle semiaperte e dalle braccia e dalle gambe seminude, le ni- poti di Hind, di Sara, di Rebecca, fanno pensare a rapimenti saraceni su feluche dalle gonfie vele, tra strida e luccicare di denti, e schiuma d'onde percosse dal remo.
Adesso, tutta la loro vita trascorre nel cortile quadrato a incrostazioni di maiolica, e nelle po- che stanze, in mezzo alle droghe, agli ortaggi,
TuMiATi, Tr ipolitania. ;i
34 DONNE SARACENE
alle carni, nella laboriosa preparazione dei pasti. Gli uomini lavorano la settimana, per godere i pasti, e sopra tutto quello del sabato, preparato di lunga mano dalle loro donne. Sono stato a un pranzo nella Hara, in casa di un Rablìi, in una stanza aperta sulla terrazza, inondata dal sole, su cui le donne in gruppi di fiamma e d'oro si aggruppavano, snodando le belle mem- bra calde di vita. Le donne non possono parte- cipare al pranzo degli uomini; mangiano prima, in un'altra stanza. Mentre noi sedevamo alla mensa interminabile, esse vegliavano ai cibi, an- siose dell'approvazione dei commensali. Ognuno di quei cil)i che passavano sotto i nostri occhi, era una pagina della loro vita. Passavano più davanti agli occhi, che sotto il palato, il nokidis, il mifrum, il kukila, il makud, il kahen, il kar- kos, il kuskus, miscele lalìoriose, in cui le carni, le farine, le uova, avevano subito giornate in- tere dì immersione, di lavaggi, di condimenti.... e il vecchio Ral^bi, con la fronte cinta da un ampio turbante, sorrideva a capo della tavola, a quella processione di vivande, drogate di tutte le spezie e di tutti i sapori, mentre dalle finestre e dalle porte fiorivano, come cespi dì rose, le fanciulle e le donne.
Le nozze nella Hara 35
Quando giunge l'atteso giorno delle nozze, l'uso saraceno antichissimo vuole che tutte le donne e le fanciulle della Hara partecipino alla festa. Vi è il Sciabbat el Benat (sabato delle fanciulle) che raccoglie nella casa della sposa tutte le fan- ciulle Israelite, mentre una piccola orchestra suona la darbul^a e i dandir, tamburo e cembali., cantando canzoni arabe. Tre notti della settimana, che antecede gii sponsali, sono rallegrate da questa musica e da un corteo. Nel buio delle strade, si vede spuntare un uomo che reca un braciere fiammante, seguito da altri portatori di lanterne; si ode la musica dei cembali, e una torma di donne passa cantando, gridando, in- torno alla sposa; mentre, dalle ìinestre, altre donne gettano su di lei acqua, commista di rosa e gelsomino. Vi è inoltre il Sciabbat el Henne (sabato dell'henna) che io vidi una sera in una casa della Hara. Il nostro ingresso portò lo scom- piglio. Lembi di seta azzurra e rosea, trecce brune e formle d'ogni colore, si videro in fuga per le varie porte.... Passata la prima sorpresa, si affacciarono qua e là occhi stellanti, pieni di meraviglia, tra i rabeschi delle pareti di maio-
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dica. In una dì quelle stanze v'era la sposa. Ahimè, la cerimonia che si compiva, aveva più del fune- rale che degli sponsali. La sposa giaceva in terra, coi piedi e le mani ravvolti in bende di lana — aveva la faccia coperta da un velo nero.... e le compagne intorno a lei, ' negli abiti sfarzosi, assistevano alle applicazioni di henna.
Tutte le sere, per l'intera settimana, i poveri piedi e le povere mani della giovine donna, ven- gono arrossati coi sughi dell'henna, fìncliò non siano completamente neri. Questo è il rito; e finché le piante della sposa non sono nere, essa non può avvicinarsi al talamo nuziale. Con una pazienza religiosa, una docilità incantevole, la l)ella ebrea attendeva la nostra partenza, per ri- cominciare le applicazioni alle piante. Quando arriva il giorno delle nozze, finite le preghiere, nei pittoreschi cortili, allorché il Rab1)i deve be- nedire gli sponsali.... ecco, si vede scendere dalla terrazza, sorretta da tre, da quattro voluminose anziane, la sposa, mettendo un piede innanzi l'altro, come se camminasse sulle spine. Così vuole il rito.
Quale sacrifizio per le belle ebree, in quel mo- mento, che tutti gli ocelli sono fissi su dì loro ! Esse, che camminano sciolte e leggiere, con l'holi di seta Inanca sulle labbra, sulla fronte, e lungo il corpo agile; che si curvano con tanta pre-
Lnce e riso 37
stez/n a ^'ettnre rncqiia sui pavimenti, a strofinare le pareti scintillanti, cinguettando un araljo, dolce^ come il liquore delle palme! Sono gentili dì sor- risi, queste arabe ribelli all'Islam, fedeli agli an- tichi Profeti! E tra una parola araba e un luc- cicare dei denti di perla, incastonano quelle pa- role italiane che son loro rimaste dalle lezioni di scuola. Tutte hanno frequentate le scuole ita- liane; ed è per uno di noi una sorpresa deliziosa, sentirsi salutare e rispondere con qualche pa- rola limpida, nata sulle rive dell'Arno. E sanno anche comprendere la nostra lingua ! Nel minu- scolo teatro di Tripoli, ove recita una minuscola compagnia italiana, qua e là nei palchetti, si ve- dono sempre, fra i monotoni vestiti europei, come raggi di luce, i vestiti delle Israelite. Vi era un palco una sera, di fronte a me, che pareva una scena delle Mille e una notte : tre piccole ebree; una gara di giovinezza, di splendore, di riso. Ve- derle ridere era una felicità.
Le loro anime semibarbare lanciavano dagli occhi e dalle labbra degli zampilli; mentre, nel silenzio della sala, si udivano i debalesc, i du- bluni, gli hidaid, collane e monili, urtarsi sul petto e sulle braccia.
L' una di esse, sui capelli neri, portava una maharama di seta color fragola, intorno al collo una collana di medaglie d' oro, e una tempesta
38 DONATE SARACENE
di punti d'oro sui veli della cardia. Un holi di seta bianca copriva la piccola persona.... La se- conda era bionda, neppur diciottenne, una Huri, dallo sguardo incerto e dal sorriso timido, che un leggiero imbarazzo rendeva anche più vaga. La terza, che occupava l'interno del palco, pa- reva nella penombra una figlia del re Salomone, nata col Cantico dei Cantici, quando il poeta re- gale era ebbro delle bellezze terrene.
Si protendevano, si agitavano, ridendo, inse- guendo le parole della scèna, dilatando gli occhi a quelle più ardue; sciogliendosi tutte in una tempesta di luce, quando avevano compreso.
Quale più beata visione può offrire la terra? Ogni gesto, ogni atto, ogni flettersi delle figure, ogni scatto di riso, era fulmineo, come la loro natura ordinava — immediata era la rispondenza fra il sentimento e l'azione.... ogni moto era sin- cero, come la polpa dei datteri e il latte delle capre. Veder ridere così, è come respirare a pieni polmoni l'aria del mare, coi piedi sulle rocce stillanti e la fronte al vento.
Nella casa musulmana, le stanze hanno uguale architettura. Ai due lati, si flettono due volti, da cui pendono cortinaggi, che velano i letti. Il
— sin divorziai a!
letto consiste in un largo materasso, capace di due persone, clie giace sopra un vero edifizio di legno incardinato alle pareti. Una piccola rin- ghiera corona l'armadio-letto, e alcuni scalini aiutano l'ascensione. Se la casa è ricca, il legno è intarsiato, e contiene cuscini trapunti e tap- peti a profusione. Le musulmane di Tripoli, siano indigene o levantine, si alzano presto, e appena levate, prendono il the e una specie di basina condita col burro e il miele, che basta loro spesso fino a ora tarda. Nella mattina, adagiate sui tap- peti, ricamano pizzi o barracani — escono poi, per lo scambio delle visite; le levantine velate di nero; le tripoline, chiuse nelle bianche pie- ghe dell' holi, incrociato sul volto. All'ora della preghiera, viene disteso uno speciale tappeto, su cui si prosternano, pregando insieme.
Sono liete e spensierate, ignare del domani, gorgheggianti come usignoli, e soggette a due sole cose: il velo e il loro signore. Quando una di esse lo disgusta, egli può con due sole pa- role — Sia divorziata! — cacciarla di casa per sempre; né può riprenderla, prima che essa ab- bia contratte altre nozze e subito nuovo di- vorzio.
Con questa facile alternativa, una donna può variare sette, dieci mariti. Perciò un divorzio è salutato sempre, se la donna è bella, come l'atto
40 DONNE SAEACENE
pili grazioso della loro commedia domestica; la quale, del resto, può tramutarsi rapidamente in tragedia, non appena un estraneo ardisca pene- trare la casa araba. La proprietà della casa e delle donne, giunge presso gii arabi di Tripoli, al parossismo religioso.
Se alcuno penetra il segreto del volto di una di esse, commette un sacrilegio, che l'arabo sel- vaggiamente punisce con la morte.
Trovare un uomo in casa, o sotto le proprie finestre, non ha che una logica conseguenza: ammazzarlo. Di questa gelosia sensuale e mi- stica, la donna musulmana prende quasi sempre vendetta fuori delle mura dell'harem. Può spesso accadere che, essendo così velate, il marito s'im- batta per la strada, nella propria donna, senza riconoscerla. Ma il peggio si è che cotesta ge- losia religiosa non si limita alle mogli, ma si estende a tutte le donne, purché appartengano alla loro razza e al loro culto. Al Cairo, a Algeri, a Costantinopoli, si vedranno le donne arabe, seguaci di Maria di Magdala, commiste a quelle di ogni altro paese : qui a Tripoli, invece, anche codeste subiscono una reclusione ferrea, persi- stendo inattaccabile il fanatismo religioso, È una terribile gelosia di razza, una specie di vigile custodia, di spionaggio, che ogni arabo esercita su tutte le donne della sua origine. Anche il più
La reclusione 41
piccolo scoiattolo dalla camicia sti*ac(;iat;i, se ve- drà una donna araba a fianco di un uomo, o se la scorgerà uscire da un'altra casa, con qualche sospetto, chiamerà a raccolta; e d' improvviso una torma d' uomini si precipiterà sulla donna e su chi l'accompagna o la segue. Un'araba, nel- l'uscire da un convegno, fu sorpresa da un pez- zente, che, obbedendo a un sacro dovere, si slan- ciò su di lei, strappandole il velo dalla faccia, per riconoscerla ed accusarla. La donna, sup- plicandolo di tacere, non potè sfuggirgli che la- sciando piovere nelle mani di lui, tutti i monili e le gioie che aveva indosso. Tripoli è sempre rigurgitante di oziosi, pronti a simil genere di scandagli; perciò è piena d'inciampi qualunque avventura. Accade qui, parlando delle donne arabe, di vedere tutti i volti oscurarsi, come di fronte a un mistero impenetrabile, clie ha la morte per necessaria conseguenza.. Quando io arrivai, chiesi ad alcuni giovani di Tripoli: — Avrete tutti delle amanti arabe, se sono, come corre voce, di così grande bellezza?.,. —
I giovani tripolini sorrisero, percossi da stu- pore.
Nessuno di essi aveva un'amante araba, non solo, ma nessuno ardiva, per timore degli Arabi, di avvicinare quelle già note. Nella loro spen- sierata letizia, quelle farfalle dorate si compiac-
42 DONNE SARACENE
ciono poi segretamente dì mille avventure — con Arabi — s'intende.
Mi narravano di un giovane che ebbe final- mente dalla moglie di un ricco arabo, per nome Kadidja, di meravigliosa bellezza, la grazia di un convegno nell'harem : ma, temendo un inganno, egli si astenne dall'andarvi, pensando di rinviare al giorno seguente il ritrovo. Incontrata Kadidja, questa gli chiese il perchè dell'assenza ; egli ri- spose che era stato a Zanzur, e che sarebbe en- trato all'istante. Entrarono; e di lì a poco, la porta fu percossa con violenza.... Come fare? Ka- didja sorrideva placidamente: chiuse la camera, pose le sue scarpe davanti alla porta, e si fece incontro all'adirato signore, che impugnava una splendida rivoltella damaschinata.
— Vi è qualcuno! — urlò l'arabo furibondo.
— Non vi è nessuno, mio signore, — rispose sorridendo Kadidja.
— Là dentro vi è qualche infedele! —riprese il marito slanciandosi verso la porta....
— Nella mia camera vi è una donna, l'amica mia Massuda, e voi non potete entrare. Se io fossi presso una mia cugina, vorreste voi che un uomo vedesse il mio volto? Così voi non potete vedere l'amica mia. —
Questo argomento fu convincente: infatti nes- sun aral30 può entrare, dove sia chiusa una
Chi le vede? 43
donna, che abl)ia lasciate le sue scarpe alla porta.
Il marito depose la rivoltella damaschinata, e s'avviò per i suoi affari, mentre Kadidja rien- trava placidamente con l'amico.
Passano, sormontando con disinvoltura i pro- montorii e le insenature delle vie di Tripoli.... e provocano spesso solenni abbagli, così da se- guire ansiosamente tutta chiusa nei veli, qualche antichità rispettabile. Tuttavia, le scarpine di ver- nice, invece dei lunghi sandali di pelle gialla o rossa, e un lieve profumo di gelsomino, possono esser indizi sicuri di giovinezza.
Ma chi le vede? Sono misteri che passano, segreti che non sapremo mai.
Ogni mattina, io comincio a percorrere l'al- veare delle strade, che nessuno designa per nome, perchè 1 nomi sono graffiati in turco a qualche angolo e consunti dalla pioggia e dal sole; spe- rando di penetrare questi segreti.... scrutando ogni velo nero, ogni holi bianco.... e non vedendo che volti in ombra, o un occhio solo, fra 1 due lembi incrociati. Percorrere e ripercorrere le stesse strade in questa ricerca inutile, è un de-
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stino a cui non possiamo ril)ell;irci. Chi può ri- nunziare alla felicità, benché la sappia eterna- mente lontana?
Esse hanno la bellezza del mistero ; sono si- mili alle conchiglie, che portano il ronzìo del mare.... Che cos'è una conchiglia? Un piccolo guscio con l'anima del mare.
Queste creature velate, sono l'involucro di una cosa grande e eterna più del mare: il sogno umano.
Entravo una mattina nel quartiere arabo, e mi fermai distrattamente davanti a un forno, uno di quei bassi forni oscuri, su cui i negri accumulano il combustibile di sterco, estraen- done poi, con la pala, i pani dorati. Guardavo i due negri, specie di trogloditi, dal corpo schele- trico, coperto appena da due stracci di stoffa consunta.... e pensavo a quelle vite miserabili trascorse in quel fetore.... quando due leggieri passi risonarono in fondo alla via.... Mi voltai : era un'araba, seguita da una sua piccola fante negra. L'holi di seta bianca stringeva delle forme eleganti; ma il fìtto velo nero m^'impediva di vederne il volto. Mi avanzai verso di loro.... e l'araba, vista deserta la strada, con un gesto pieno di grazia deliziosa, prese con la punta delle dita la veletta nera e la rialzò sulla fronte, offrendomi un viso ridente, creato per il divino
Il velo 45
Gennali, lassù ove i fedeli godono le delizie del korkan, tra fontane d'acqua di rose, in palazzi di diamanti, ove scorre il fiume Kantser dalle sponde d'oro, con la ghiaia di perle e rubini, le acque più dolci del miele, le schiume più lucenti delle stelle....
E passò oltre : io mi rivolsi, e la piccola fante mormorò una parola alla sua signora, che si voltò, lanciando indietro tutta la veletta nera con un sorriso, smarrito nell'ombra della vòlta. Alcuni arabi spuntarono da un crocevia, e si ar- restarono di botto. Io passai davanti a loro, fu- mando tranquillamente, e vidi la mia araba ar- restarsi, raccogliere una piega dell' boli, e poi entrare in un negozio di stoffe, soffermarsi un istante, ed uscirne. Avanti ancora.... una strada.... un volto oscuro.... un altro.... : sbucai nel bazar degli orefici.... Nel seguirla, mi fiorivano alla me- moria i versi di un antico poeta arabo : " La vita è agli occhi miei un tesoro, di cui ogni notte rapisce una parte „.
La donna velata fece alcuni passi ancora, e percorse con un rapido volger del capo, le pic- cole officine, dove gli argentieri battevano e bru- ciavano l'argento. Finalmente, qualche cosa l'ar- restò.... e di li a poco, vidi tra le sue mani una collana d'argento, tutta traforata a piccole mez- zelune. Guardò a lungo la collana, la fece scor-
46 DONNE SARACENE
rere fra le dita.... e non parve contenta la de- pose fra le mani dell' argentiere.... e riprese il cammino indolentemente. Io volevo sapere ad ogni costo dove abitava, quindi raddoppiai la prudenza; e per grazia del Profeta, non fui deluso.
Di lì a poco, in una stradicciuola mezzo ta- gliata dal sole, ove due piccoli arabi stritolavano dei semi di palma, la donna si fermò e battè a una porta, di vecchio legno intagliato a rabeschi, contornata da uno stipite di mattonelle rosee, disegnate a foglioline di mirto. Una voce dal- l'interno proferi un nome: — Lubna!
L'aralja rispose con la voce; era quello il suo nome.... I due pìccoli scoiattoli, appena mi videro, si fecero sospettosi e gridarono. Lubna scom- parve.
Io gettai un pugno di para nella strada atti- gua, e i due piccoli arabi si lanciarono a racco- gUerli : alzai gli occhi, e vidi l'ombra di Lubna, dietro le grate, l'ombra sorridente, senza velo.... Udii un mormorio di parole, di quelle rapide vo- luttuose parole arabe....
— 0 Allan-el-Fandi, benedetto dall'Onnipotente, io dissi, ripetendo i versi di Antar, questo vino è più dolce che nettare.... perchè mi viene ver- sato dalle mani della bellezza. —
L'ombra di Luhna 47
Lubna, Fathma, Aisha, Kadidja, Mabruka, Mas- suda, Hlima, Kammuna.... nomi mormorati die- tro il minuto incrocio delle grate, o sui tappeti di Damasco, o sotto le cupole delle moscliee, io invidio clii vi cliiama laggiù, tra le vie di Si-el-Hadar, di Djami-el-Droug, di Bab-el-Bahar !
Quali prove per voi, o figlie della stella del mattino, non vinse chi vi amava?
Via tra le rupi e le sabbie, cavalcavano per voi gli eroi del deserto, cantando : " Leoni, se- guiteci, perchè vedrete sparsa la terra di cada- veri „ ; né scendevano dal cavallo o dal cam- mello infaticabile, prima d'aver vinta ogni prova, né conquistavano voi, o sorelle della luce, senza aver sacrificato centinaia di cammelli, senza aver vegliato intere notti in agguato, senza aver strap- pato ai leoni la ribelle criniera. Allora soltanto, sul cavallo lanciato a corsa, come un macigno trascinato da un torrente, riapparivano i poeti arabi, con la testa del nemico infilata nella lan- cia, gridando : " Se io non temessi taccia d'orgo- glio, direi che il mio braccio basta per scrollare l'universo,,.
Lontane voci, morte nel tempo, eterne nell'a-
48 DONNE SARACENE
more, risonano all'orecchio di clii contempla un istante i vostri occhi: molle e feroce, la poesia araba vi circonda di ìjende di fiamma. Per un attimo, ritorniamo soli, nude anime primitive.... e viviamo quella vita, desiderosi che la vostra immagine non si estingua mai, desolati al vo- stro sparire, come allo sparire del sole, quando si affonda tra le arene del Sahara.
Laggiù, alle fauci del deserto, sul bagliore della sabbia fulva, un punto nero, a poco a poco si dilata.... : è un cammello.... e un altro.... un al- tro ancora.... Vengono dal Gharian o dal Yeffren, da Ghadames o da Murzuk, portando delle figure velate, ondeggianti come sopra una cuna, rav- volte in un nemlDO di sabbia e di sole, come idoli in un incenso, trasfigurate dalla nebbia aurea, in forme inafferrabili al di là dei sensi e della vita; e a chi le guarda, destano una nostalgia amara di contrade lontane, di forme nuove, una irrequietezza insaziabile, e il tormento di dover morire, senza aver conosciuta e amata tutta la bellezza barbara e inesauribile del mondo !
IV.
MUSICA AL VENTO!
Tputatt, Tripolifania.
Taraholus, 13 gennaio.
Era la musica dì una fanfara, certo.... e veniva dalla costa d'oriente : nel buio della sera, io affret- tavo il passo, persuaso di trovarla, di là dal giar- dino turco, verso Darà Ghebira, forse all'attenda- mento....; quando, una rapida sosta del vento di ponente, mi avverti di un giuoco dell'eco. La musica l'avevo alle spalle.... Tornai indietro, e l'udii giungere chiaramente dal padiglione del Circolo Militare.
Gli ufficiali turchi hanno costruito un'elegante palazzina in stile moresco, con un giardino che prospetta il mare, adornato da quattro statue romane decapitate, che si ergono sul cielo bar- barico nelle loro classiche forme. Nel buio, in- fatti, vidi scintillare di lanterne il chiosco, oc- cupato dalla fanfara.
Suonavano una danza orientale.
Varcai il cancello, e cercai gli spettatori: il
MUSICA AL VENTO !
giardino era completamente deserto; il mare soltanto brontolava contro la costa; e dentro alla palazzina, occupati al bigliardo, coi vetri ben chiusi, si vedevano gli ufficiali turchi. La fanfara suonava per proprio conto, con profonda attenzione; e il direttore, illuminato da una lan- terna a tre colori, coi baffi spioventi e il fiocco del fez ondeggiante, alzava e abbassava le braccia.
Io ero r unico spettatore, portavo anch'io il fez; perciò dissi: — Amici, vi ringrazio! — e se- detti, prestando la massima attenzione. Era capo d'anno, una sera mite; e alla fine di ogni brano, io m'inchinavo, ringraziando col saluto arabo, che porta la mano dal petto alla bocca, quella impareggiabile orchestra.
Era uno squisito piacere, quell'orchestra turca, che eseguiva a me solo, sul mare delle Sirti, una danza orientale !
Ma era anche un simbolo eloquente della pro- fonda indifferenza e ostilità, che nutre tutta la popolazione indigena, verso la vita e il dominio turco.
Un vero abisso divide la razza dominante dalla soggetta: i Turchi sono adesso stranieri per gli Arabi, come ai primi anni della loro occupa- zione. Pochi parlano la lingua turca, mentre la maggioranza degli Arabi intende, più o meno, qualche parola italiana.
Arabi e Turchi 53
Le truppe turclie vivono appartate dalla po- polazione: hanno un presidio nel forte della ma- rina e quattro fortini di creta fra Tripoli e Glier- garesch, che possono essere presi d'assalto ad arma 1)ianca, grazie alle trincee naturah del suolo. Un altro nerbo di truppe è di guarnigione nel Gebel, che, per. la distanza di quaranta ore di marcia, può essere facilmente tagliato fuori di azione.
I soldati sono disordinati negli esercizii e la- ceri nelle uniformi: ho notato soltanto alcuni ufficiali, eleganti nel cavalcare, e di squisite ma- niere. Ma se è costante, verso gli Europei, la officiosità dei Turchi, è abolito invece ogni ri- guardo verso gli indigeni, a cui i soldati non ri- sparmiano, specialmente nell'interno, percosse e ingiurie. Arabi e Berberi vivono perciò in osti- lità, spesso mal celata, verso l'esercito.
Ho parlato a lungo con varii capi arabi, per mezzo di un interprete prezioso, un giovine ita- liano, il più serio e' illuminato conoscitore di questa regione, uno dei pochi su cui l'Italia può ora contare a Tripoli, Gastone Terreni. Questo giovine racchiude in sé le migliori q-ualità della nostra razza, e possiede una calma energia, che lo può rendere l'uomo d'azione dell'avvenire, in questa colonia.
Sono lieto di additarlo a chi lia il dovere di
54 MUSICA AL vento!
interessarsene: l'opera sua potrebbe essere ben più utile al governo, che le varie missioni di tecnici, passate e future. Il prestigio dell' Italia da alcuni anni a questa parte, è presso gli Arabi considerevolmente diminuito ! La futile comparsa della squadra italiana, guidata dall'ammiraglio Palumbo, portò al colmo la delusione generale, come sintomo di femminea debolezza, in una nazione che si attendeva rigeneratrice. Per que- sta gente, dalla mobile fantasia e dal carattere instabile, avrà ragione soltanto chi mostrerà maggior forza.
"Noi siamo una famiglia senza padre,, mi diceva un capo arabo; e, con questa frase, egli non voleva alludere all'Italia, più che a qua- lunque altra nazione europea, che possa meri- tarsi tale fiducia. Agli Arabi poco importa che la nuova bandiera sia d'un colore piuttosto che di un altro; ad essi preme una cosa sola: mu- tar regime, perchè il governo turco esercita qui una politica di semplice esazione.
Le ultime lotte fra Arabi e Turchi, a Suk-el- Djema e a Buslim, sono un riflesso di questa rivolta latente, e una eco di più vasta lotta, che divide Arabi e Ottomani, nello stesso Oriente.
La politica dell'Italia in Tripolitnnia ò ora con- centrata nelle scuole e nell'ambulatorio chirur- gico, ottime cose certo, ma che lasciano il tempo
GJiadamcs
che trovano, quando altre nazioni si occupano, in vece nostra, dell'essenziale. Mentre noi inse^ gniamo l'italiano agli israeliti di Tripoli; e, con la scuola tecnico-commerciale, li prepariamo al servizio — a nostre spese — di Parigi e di Lon- dra; la Francia non perde il suo tempo; e ogni anno occupa qualclie chilometro, di qua dalla frontiera tunisina,, sotto gli occhi del governo turco, che, per impotenza, deve restare con le mani legate.
Anzi, il più comico si è che, avendo il prece- dente Vali ideata una linea di fortini alla fron- tiera della Tunisia, per impedire le continue usurpazioni; egli fu immediatamente deposto dalla Sublime Porta, per le proteste a Costan- tinopoli dell'ambasciatore francese. Che cosa ac- cade orai La via resta libera ai nostri amabili vicini, i quali vantano i loro diritti sopra Gha- dames, e provocano conflitti fra le tribù degli Isciamba e dei Tuareg, a fine di imporre l'in- tervento francese, e di preparare i personaggi per una nuova commedia tunisina.
Ho fatto visita al più grande capo carova- niere di Ghadames, Hagg-Mohammed Lessued.
Quando entrammo, il vecchio capo, dall'aspetto ancora robusto, era intento a legare dei pesanti fardelli di monete; e la sua guida, un Tuareg dalla gigantesca statura, riponeva i cumuli di
56 MUSICA AL VENTO !
talleri di Maria Teresa, dopo che il capo, con la mano un po' tremula, vi aveva scritto sopra in arabo, la cifra corrispondente.
Con due vispi occhi, in cui si leggeva la più gentile indifferenza, il mercante ghadamsino ci accolse, e conversò con noi, introducendo nel suo arabo qualche parola francese, e il ricordo di Parigi, che egli aveva vista. Alle mie richie- ste, rispose che a Ghadames è sempre più sen- sibile l'influenza francese, e prevedibile il giorno che verrà incorporata ai possessi della Francia.
Per chi lo ignori, Ghadames è il centro del commercio del Sudan ; e quando la Francia ab- bia investito questo centro, Tripoli diventerà un corpo morto sulla riva del mare. La Turchìa non Ila forza per opporsi alla infiltrazione fran- cese; perciò un risibile spettacolo ci aspetta in un avvenire non lontano. Quando l'Italia si de- ciderà finalmente a occupare Tripoli, raccoglierà il frutto della sua azione timidamente femmi- nea, restando a mani vuote e con l'aggravio di nuove spese improduttive; perchè dall'un lato, la Francia, dal Senegal e dalla Tunisia, avrà vincolato metà del commercio sudanese, e dal- l'altro, l'Inghilterra si sarà impadronita del re- sto, per la via del Darfur.
L' Italia troverà inglesi, francesi e tedesclii danzanti a festa sulle rive del lago Tsad ; e do-
L'avrenire 57
vi'à lìattere in ritirata, caricando le poclie mas- serizie sui vagoni delle future linee Ghadames- Gabes e Tripoli- Alessandria ! È soltanto que- stione di tempo.
La conquista della Tripolitania, che, al tempo di Crispi, sarebbe stata per noi più preziosa di quella della Tunisia, minaccia di diventare sem- pre più infruttuosa, con l'andare del tempo.
Per allontanare il lieto evento, la Germania agguerrisce frattanto le truppe turche e ne mu- nisce i forti; e la Francia s'intromette ovunque, minacciando persino il capo della Missione cat- tolica, qui a Tripoli, perchè tacciato di soverchia simpatia per l'Italia, La Missione cattolica, che, dal tempo di San Francesco in poi, è stata sem- pre italiana, è forzata a subire la protezione francese, che le diminuisce ogni anno i sussidi. Del resto, ogni nazione opera pel suo meglio, e fa egregiamente : peggio per quelle che dormono, aspettando a raccogliere, quando fu già vendem- miato. Musica al vento!
A un grande califfato io pensavo oggi, davanti al ruinoso arco romano di Marco Aurelio; un grande caUffato suddito all'Italia, di cui una fa-
58 MUSICA AL vento!
miglia araba principesca avesse da noi l'inve- stitura. Non è questo un sogno, ma un disegno, né troppo nuovo, né troppo arduo a realizzarsi. Sarebbe l'unico mezzo per paralizzare la doppia azione franco-inglese nel Sudan, e la pia tutela germanica a Costantinopoli, questa ricostitu- zione di un principato, che già ebbe soggette Gliadames e Ghatt, Kufra e Murzulv. Non ap- pena la bandiera italiana si spiegasse qui, so- pra un'altra bandiera già cara agli Arabi, noi vedremmo rialzarsi la fiducia del capitale ita- liano, che si verserebbe su queste terre ver- gini, invece di ristagnare nelle banche straniere. Chi può ora pensare a speculazioni africane, quando neppure è lecito a noi di percorrere li- beramente l'interno, o di comprare una casa a Tripoli ?
L'esempio insigne, e pur troppo fallito, di Flo- rio è troppo eloquente, e tuttora nessun suddito italiano può comprare, senza incredibili contese, quattro pietre a Tripoli. Un israelita, suddito dell'Italia, che aveva già versato il danaro per comprare una casa, attese varii anni il benepla- cito del Vali per l'acquisto. Se un arabo vuol vendere qualche metro di terreno a uno di noi, deve subire dal governo turco ogni genere di minacce, e, ove persista, anche la carcere.
Non reca meraviglia, se sia già cominciata la
L' influenza italiana 59
emigrazione da Trìpoli, verso l'Egitto e verso la Tunisia.
Quando una nazione non lia l'autorità di far comprare un pezzo di terra o una casa, deve ri- tirarsi all'ospedale, e far filacce della propria bandiera.
Pensavo a questo, davanti all'arco ruinoso di Marco Aurelio, un arco romano mezzo sepolto, in cui hanno annidata una bottega; documento eloquente della nostra meravigliosa influenza a Tripoli. Se l'Italia concepisse un giorno l'ardi- tissima idea di acquistare queir arco romano, subirebbe senza rossore il rifiuto del Vali, e manderebbe qualche ingegnere architetto a rile- varne una copia, da destinarsi a qualche museo del Regno.
Tuttavia, parlando in queste parti dell'avve nire della Tripolitania, sentirete asserire dovun- que: — Questa regione non può essere che no- stra, perchè così risulta dal trattato di Berlino. — Il trattato di Berlino è l'ancora di salvezza della nostra scucita barca coloniale.
Vorrei sapere se la Francia o l'Ingliilterra si ricordino clie esiste un trattato di Berlino ! Esse creano 1 trattati clie meglio loro convengono, quando e dove vogliono. Sorge poi agii ocelli dei più, il fantasma della questione d'Oriente, con terribih complicazioni e guerre spaventose ;
60 MUSICA AL vento!
cose tutte, che per un grande uomo di Stato sarebbero una piacevole partita, da giuocarsi sul tappeto verde.
Un arabo mi disse un giorno: — Non è fu- mando le sigarette clie conchiuderete qualche cosa: venite, e vi faremo vedere di che siamo capaci! —
Io gettai a terra la sigaretta; ma credo che il governo italiano continuerà a fumare per molto tempo.
A questi Arabi non furon certo risparmiate le accuse. L'inerzia, la doppiezza, il tradimento, ogni vizio venne lóro attribuito: si descrissero le loro rapine, i loro delitti, come fenomeni spe- ciali di questa razza, invece di tenere giusto cal- colo delle condizioni misere in cui si trovano, della scarsità dei rapporti sociali, del difetto di direzione nel lavoro.
La loro costanza nelle più minute ' industrie può esser rilevata, da chiunque si affacci ai pic- coli fondachi, alle minuscole officine, dove i tes- sitori dall'allm al tramonto, siedono ai telai cen- tenarii, dove i sellai accosciati, consumano le giornate, in intagli di pelle clic attenderanno per
Gli schiavi del Fato fi!
mesi G mesi il compratore; dove i ricamatori intrecciano le lane e l'oro sui vestimenti e le calzature; dove i mugnai girano senza posa il cammello e la macina, con l'impassibilità di schiavi del Fato.
Un bicchiere di latte, mi pane di datteri, una focaccia d'orzo, e il tabacco, sono il premio della loro attività paziente e dimenticata.
Il Corano ordina loro di credere fatali le vi- cende della vita, non soggette all'arbitrio umano ; fatali le dune del deserto, come le malattie, la morte, la bellezza; fatali perchè regolate da una disposizione divina.
E gli Arabi credono; e tale fede impronta di solennità il loro gesto e il loro incesso, e con- cede al loro spirito una calma superiore. Fra l'arabo che si denuda i piedi, e si purifica con abluzioni, prima di metter piede, nelle belle e nitide moschee, e passa lunghe ore in una pre- ghiera solitaria, prosternato verso l'Oriente, dove è la città santa; e un europeo che entra infan- gato in una chiesa, per cianciare e sogghignare, vi è una differenza morale profonda. A nessun idolo si prosterna l'arabo, dacché il profeta del- l'Islam ridusse in polvere tutti gli idoli della Caaba: la sua preghiera e la sua mente si ri- volgono a un puro fantasma ideale, la città santa; verso cui tutti i suoi sogni e i suoi sforzi con-
62 MUSICA AL vento!
vergono, per poterla visitare nel santo pelle- grinaggio.
Allora, Tripoli è percorsa da file d'uomini mi- seri e superbi, raccolti in un'estasi scolpita negli occhi vitrei; che si avviano, coi pochi otri di pelle di capra e i sacchi scuciti, verso il porto: di là scendono nelle barche, cantando: — Iddio è grande e eterno! — e si accumulano, come bestiame, nelle stive delle navi, soffrendo ogni pena, pur di sciogliere il voto, imposto loro dal Profeta.
Questo spettacolo di un popolo di pezzenti, ele- vati per propria forza, verso un segno ideale, verso una grande verità, verso Dio invisibile; raccolti nel più gran silenzio e nella più alta dignità dell'anima umana, è sublime.
Chi parla di barbarie, non è degno di togliere le scarpe al più umile devoto di una moscliea: e chi vorrà dominare in queste terre, dovrà cir- condare di rispetto la fede e i templi dell' Islam.
Sono bianche e nitide nella loro veste di calce e nelle minute incrostazioni di maiolica, queste moschee di Tripoli. Hanno i minareti rotondi e agili, terminati dalla cuspide verde, che porta in vetta una piccola mezzaluna.
Le moschee 63
Quando l' arabo, il negro, il berbero, depon- gono le rozze scarpe e i sandali, nel vestibolo, e si detergono con l'acqua il volto, le mani, i piedi; sanno dì spogliarsi d'ogni impronta igno- bile e di compiere un atto di alto rispetto verso la Divinità e verso sé stessi.
Quanti non si lavano, che al momento di en- trare in una moschea ! Ma in quel momento, la loro dignità d'uomini è rialzata, e dallo splen- dore del luogo essi assorbono una luce inte- riore. E con le braccia chiuse al petto, ora di- ritti e immobili come statue, ed ora curvandosi impetuosamente fino a terra, per rialzarsi con una fierezza solenne, essi pregano, scalzi, sui tappeti e sulle stuoie, deterse come specchi. L'interno di queste moschee è un prodigio di nitore: nessun ambiente europeo può vincerle; e nessun occhio riuscirà a sorprendere un grano di polvere sulle stuoie e una macchia sulle pa- reti. Ciò sembra un miracolo a Tripoli, in que- sta città barbarica, che oscilla fra il villaggio e la fortezza.
Lo spirito che animò la costruzione delle mo- schee, fu un'igiene scrupolosa, alleata ad un se- reno splendore. Ogni linea, ogni tinta, è semplice e lieta; nessun colore affatica l'occhio; ma gra- dazioni delicate seducono il più ribelle animo a una alta armonia.
64 MUSICA AL VENTO !
Io debbo questo momento di felicità degli occhi e dello spirito, alla cortesia del principe El-Gurgj : egli mi aperse la moschea, che prende il nome dalla sua famiglia, e che è la più bella di Tripoli.
Varcata la soglia, i miei occhi furono colpiti da una muraglia di porcellana, dalle tinte verdi, rosee, azzurre, in disegni minuti, girata attorno da un portico, tappezzato di stuoie. Deponemmo le nostre calzature, e penetrammo in questo gioiello di \'eccliia porcellana. La luce, filtrando dalle finestre e dalle transenne colorate, rischia- rava sedici piccole cupole bianche, giranti su nove colonne di alabastro.... Intorno, era un intreccio di trafori bianchi, di rose, di fiori, di rabeschi, dalle tinte scolorite, che parevano il riflesso di un mondo fantastico, oltre la vita. Noi cammi- navamo, come ombre, su quattro morbidi tap- peti di Persia, che rivestivano tutto il pavimento; e mentre il principe arabo a bassa voce rispon- deva alle mie dimande, gli imani, ravvolti nelle pieghe del bianco barracano, mi scrutavano at- tentamente.
A sommo delle pareti scintillanti, girava una scritta di maiolica, celebrante la grandezza di- vina; e al di sopra di un fregio a minutissimi trafori, che coronava le quattro pareti, si incur- vavano le vòlte leggiere di una loggia, che la-
Il gioiello di ji'^ì'cellana 65
sciava travedere altre scintillazioni di maiolica e travature aeree di legno fiorito.
Dalla loggia, si avanzava un ballatoio di legno, lieve come un ricamo delle Iluri, scolorito dai baci del tempo.,., e una scala di marmo, il mem- ber, incrostata a rami meravigliosi, conduceva sulla parete opposta, a una cupola d'oro, lieve- mente annerita.
Vagava nella penombra un molle profumo di belzuino e di legno d'aloe, simile all'incenso, ma più dolce.
L'anima dell'antica moschea mi tenne avvinto : una grazia misteriosa, senza volto e senza nome, sorrideva al mio spirito.
Chiesi al principe: — Chi fu l'architetto di questa meravighaf
— Mohammed Salhas di Algeri, — egli ri- spose, — in quattordici anni di lavoro.
— E in quale tempo?
— Più di cento anni passati.
Non seppi altro: la nozione del tempo è qui del tutto incerta.... Nessun arabo può dire il nu- mero dei suoi anni.
Salii in silenzio alla loggia; discesi, pensando che non son gli anni che segnano la nostra vita, ma gli attimi rari in cui lo spirito ebbe una vi- sione più nuova e più profonda.
Tutto era maestoso e semplice intorno a me ;
TUMiATi, Tripolitania. 5
66 MUSICA AL vento!
un negro, curvo alla fontana della moschea, de- tergeva la sua povera faccia, prima di entrare.... due arabi pregavano, dritti come statue nel- l'atrio.... e gli imani ci seguivano, senza batter ciglio.
All'uscire, il tramonto circondava di fuoco il candido minareto.... e sul bastione della marina si udiva un canto corale, perdentesi nella lonta- nanza del mare.
Era il trasporto funebre di una donna araba.
Una folla d'uomini, coperti di bianchi barra- cani e di azzurri burnus, seguiva cantando una bara, portata a spalla, e coperta da un drappo di seta scolorita, che lasciava spuntare, là dove era la testa della morta, un mazzo di mirto e di boccinoli di rosa.
Il canto invocava il nome divino, e si univa al mormorio delle onde.
1
L' EDE N
Taraholiis, 18 gennaio.
Tre giorni di urag-ano e di furie marine, contro la spiaggia e le scogliere del porto. Il mare era invelenito, come il dromedario, quando si slancia spumante dì bava contro tutti gli ostacoli. Le onde balzavano fino alle case del bastione, e sbattevano contro gii scogli, gli scafandri greci che fanno la pesca delle spugne. Quindici sca- fandri furono spezzati, come gusci, e i rottami dispersi qua e là sulle onde. ^)
1) Un milione di spesa potrebbe legar le scogliere e ren- dere il porto tranquillo come uno stagno. Da più di venti anni, Parmenio Bettoli, trovandosi a Tripoli, ne aveva eoii- sigliata l'impresa al (lo verno italiano, inutilmente.
Il disogno del i)orto di Tripoli e dei pozzi artesiani di Beu- gasi, è stato fatto recentemente da un ingegnere francese, e si trova nelle mani del Vali. Il Governo italiano non si ap- paghi ora di vigilare, ma pensi a prevenire e ad agire! Non basta sventare un pericolo : bisogna distruggerlo per sempre. Il porto di Tripoli deve essere italiano, a qualunque costo.
70 l'eden
Olìmpici nella loro allegria, i capitani greci si davano all'orgia, dopo aver contati i loro uomini in salvo, e rimorcliiate le macchine palombare.
Ho ancora nell'oreccliio le allegre risate di un capitano dell'isola d'Idra, un gigante rubicondo, pronto a versare a piene mani il danaro, dove siano rappresentate le sue divinità antiche, Dio- niso e Giterea.
Egli aveva perduti cinque scafandri, e doveva pagare ogni giorno i suoi equipaggi, piombati improvvisamente nell'ozio; eppure, ieri notte bal- lava con gli altri Greci il Kalamantianós e il Sirtó, dopo aver vuotati innumerevoli calici di birra. Era la notte del 13 gennaio, l'ultimo d'anno pei Greci ; e tutti si erano dati convegno in una birreria, tenuta da un veneziano autentico, Tuf- foletti. Il buon Tuffoletti, in una nube di fumo, era sollevato per aria, lanciato come una palla, trascinato in giro dai Greci, che gridavano: — Viva l'Italia! — La lingua armoniosa di Pindaro strepitava ad ogni angolo della sala, in tutte le inllessioni delle isole greche, e sul fracasso, do- minava la voce di un oftalmiatrós di Rodi, che urlava, dando il tono ai suonatori siciliani:
Ap6 to camarato Eia cocona cato....
" Giù dal balcone, venne la signora.... „ con
Callinida ! 71
quel che segue....: e tutti si slanciavano a bal- lare. Il capitano dell'isola d'Idra mi cadde al fianco; mentre un altro greco mi abbracciava, dicendo : — " Solo noi Greci amiamo l' Italia ; noi soli siamo fratelli ! „ e mi versava da bere.
D' improvviso, un silenzio : un ufficiale turco cominciava a cantare. Immobile, coperto fino alla gola dal pastrano azzurro e rosso, col volto a cento gradi di calore, l'ufficiale turco emetteva dei nitriti equini, che si spegnevano in inintelli- gibili mormorii gutturali. Ma il mio amico di Rodi non era troppo contento; e allora, a squar- ciagola, riprendeva la sua canzone:
Apó to camarato Eia cocolla cato....
e ricominciavano i giri del sirtó; mentre il mare salutava la fine dell'anno greco, prendendo d'as- salto il bastione.... Tutta la notte andammo in giro, preceduti dalle chitarre di Sicilia, a dare il buon anno ai fratelli greci, che sono in esilio a Tripoli, cantando a squarciagola:
Calliiiicta! — Ke to crono me kaló!
"Buona notte, e buon anno!,, e un'altra can- zone, infinitamente triste su questo mare barbaro.
72
una canzone greca che cercava l'ombra della notte e dell'anima:
Se agapò, se agapò, mechri tu tafu, Ke apothameni, tha se agapò !
"Ti amerò, ti amerò, fino alla tomba; anche se morta, io ti amerò ! „
Quando è tempo l)urrascoso, Tripoli è impra- ticabile: ma, dopo una corsa violenta dei venti di ponente, questo cielo africano diventa più splendido, battuto da frotte di nubi, che sem- brano fulvi riflessi del Sahara.
Le mille migliaia di palme agitano le verdi piume, respirando di letizia, e tutti i giardini si fanno freschi, di un verde smeraldino.
Tripoli è assediata di giardini; una grande oasi la circonda, isolandola dalle pianure sel- vagge, clie precedono la catena del Gebel.
Dalla punta di Ghergaresh a quella di Tagiura, im circolo incantato fu tracciato intorno alle sue mura, da uno spirito ebbro di serenità.
Quali trionfatori verranno fini a chiedere ri- poso? Nulla affatica la vista: la pianura pla- cida si distende, sollevando i flabelli delle sue
Le palme 73
palme, che cantano ad ogni istante, vittoria e pace alle nostre anime inquiete.
Lo spirito misterioso, che creò l'anima della palma, deve aver presieduto, nei tempi biblici, alla formazione dell' Eden : un inno bello come il Magnificat, fu scritto nel suo fusto e nei suoi rami.
Lo sforzo che si tradisce nelle altre piante, nell'ulivo, nella quercia, nell'olmo, nella vite, in tutte queste creature di lotta assidua, clie si af- ferrano alla terra con forza convulsa, e si di- stendono con bruschi angoli e attitudini minac- ciose ; tale sforzo è invisibile nella palma, che s' innalza con una grazia spontanea, aliena da ogni fatica e da ogni tormento, con una felicità di vivere e una signoria placida della terra e del cielo.
Lo scopo della sua vita è simile a quello del- l'allodola : ascendere cantando.
Questa deliziosa anima verde, appena s'affaccia alla terra, è tutta un'esuberanza e un mormorio; coi bei rami ondulati, essa potrebbe appagarsi di accarezzare il suolo; ma è troppo conscia della sua bellezza, per non tentare le vie del cielo. E allora comincia la sua ascensione, senza contorsioni, senza sforzo, diritta come uno strale, come un canto, rinnovando ad ogni scalino della sua via, con grazia regale, le sue spoglie, perchè
74 l' eden
la sua ultima giovinezza, la sua più fresca vita, colga il bacio del sole. Effusa nella luce, palpi- tante come una piuma, legata alla terra appena da uno stelo, essa è così felice, così ebbra di amore, che manifesta al cielo e alla terra, con un riso di fiori, quanto ella goda; e tanta dol- cezza assorbe, che non può in sé contenerla, e a poco a poco si discioglie nei frutti, che pen- dono, come lacrime voluttuose, dai suoi grap- poli ricolmi.
Sale così per anni e anni, senza alterare la sua festa, sempre più in alto, con le radici im- merse nelle freschezze sotterranee, e con la cima esultante nelle fiamme dell'aria. Quando concede al vento del deserto e del mare, le sue piume verdi-azzurre, una morbida vita animale la scuote; e crediamo che ella frema e mormori della no- stra stessa passione.
E quando la scure improvvisamente la ferisce, ed essa piega la sua chioma di gloria, non odia allora, ma continua ad amare, e si trasforma in altre vite, donandosi all'uomo tutta quanta.
Dopo aver dato a lui la dolcezza dei frutti, l'ombra, il liquore inebriante; si spezza e s'in- fiamma per dargli calore, s'innesta alla terra e alla pietra per sorreggere le sue case, intreccia le foglie morte per coprir le capanne, per difen- dere il passo, per ormeggiare i cammelli e le
Le palme 75
barche ; e al fusto nudo delle sue foglie si ap- poggia il decrepito marabuto, prima di riposare per sempre all'ombra di altre palme. Nessuna forma più serena e felice fu dato agli occhi no- stri di contemplare: essa è lo scettro della vit- toria, e la mèta perenne della vita e dell'arte.
Qui, sono foreste intere di palme, un coro di esultanza, appena si esce dalle mura, verso i giardini della Menscia. Tutta la campagna è di- visa in sanie, in giardini : ogni giardino ha il suo piccolo proprietario; è circondato da muri di argilla, e rinfrescato da un alto pozzo. Un gruppo di palme, qualche olivo, delle piante d'arancio, arbusti di gaggìa e di gelsomino, or- taggi ed erbe, formano un giardino, ove la casa dell'arabo è quasi nascosta dal muro, e custo- disce anche il tesoro di un cammello.
Da Tripoli a Sokra, i giardini sono dorati dalle piante d'arancio, che crescono naturalmente, in pieno rigoglio, dando a Sokra il suo nome che vuol dire: dolcezza.
Battendo la via di Sokra, che è, come tutte le vie della Menscia, più bassa dei giardini, sollevati a terrazzo, si sfiorano grandi spalliere
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dì fichi d'India, e s'incontrano olivi semisel- vaggi.
Olivi e aranceti mostrano la fertilità di questo suolo, ove l'arabo graffia appena il primo ter- riccio rossastro, e ove le acque scorrono abbon- danti, custodite nel grembo della terra. Basta get- tare a fior di suolo l'orzo o il grano, perchè nasca rigoglioso; e basta scavare qualche metro, per farne zampillare l'acqua. ^)
Paragonavo la fatica dei nostri contadini con la calma indolenza degli Arabi, pei quali il mag- gior lavoro è l'attesa dei favori naturali. Che fa- tica è mai, scuotere un palmizio e gettare il seme sulla terra?
Aperta appena, la mano si chiude per racco- gliere. Nò i bisogni dei coloni della Menscia sono eccessivi. Quando ognuno di essi Impreso la sua porzione di basina, una spessa polenta che dà lavoro allo stomaco per tutta la giornata, non
^) Gli olivi hanno il tronco diritto, robusto, sano dalla lupa, da segarne tavole, con olive da farne palle da spin- garda; il grano nasce tutto ceppo con spighe a centinaia; il ricino e il cotone crescono ad albero; due cocomeri pos- sono formare un carico di cammello; una melanzana pesava quattro chili ; un ravanello, di cui si conserva la riprodu- zione, pesava diciotto chili, e aveva il volume di un torso umano. Quanto all'abbondanza d'acqua, ricorderò l'alluvione recente, e l'acquedotto romano di Imzara, che, ricostruito, basterebbe a irrigare tutto il vilavet.
ha bisogno che di tabacco, per ingannare le lunglie ore.
Uno di essi, ci spalancò la porta del suo giar- dino, fumando una sigaretta, e c'introdusse, pestando con signorile noncuranza i solclii, ove il grano era già alto: si trattenne con noi, ri- spondendo con calma serena alle ricliieste; e poi si curvò a raccogliere alcuni fiori di campo, e ce li offerse. Un altro, un giovinetto, in mezzo a un trionfo di flclii d' India, di palme, di gelso- mini, staccò dal ramo due arance, e me le porse; mentre il vecchio padre mi recava sorridendo un mazzetto di giunchiglie. Gran signori, nel più schietto senso della parola!
Al Suk-el-klaf, mercato del martedì, questi gran signori della Menscia, portano solennemente i loro enormi cavoli, i loro sacchi d'orzo e le loro arance, sulla spiaggia del mare; e siedono in cerchio, tenendo ognuno davanti a sé i loro pro- dotti, senza tediare nessuno con l'offerta; sem- plicemente aspettando. Possono così star seduti dall'alba al mezzogiorno; per ingannare il tempo, sorbiranno un caffè e fumeranno una sigaretta.
Così si vive nei giardini di Sokra.
Presso i tumuli di pietra di un cimitero arabo, incontrammo un vecchio marabuto, un santo, che sedeva con le spalle al muro, ricoperto da un gran manto rosso listato d'oro, un antico
manto della cavalleria turca. Vedendoci, sollevò la testa barbuta, che teneva immersa in una pro- fonda meditazione, e disse ad uno di noi, con la tranquillità di chi fa un'alta grazia:
— Se mi dai un franco, ti faccio il passaporto per la tomba.
Non ebbe il franco ; e s' immerse di nuovo nella profonda meditazione.
Solenni, come il marabuto di Sokra, sono i fer- rai deH'Amrùs. Questo vecchio villaggio, che ha una moscliea e una sinagoga, la più antica di Tripoli, presenta un aspetto misero, ed è popo- lato invece da gente ricca. Quei pezzenti, vestiti di stracci verdi e gialli, possiedono case in Tri- poli e danaro nascosto. I ferrai deH'Amrùs, se- duti tra i due mantici, in fondo alla bottega oscura, attizzano il fuoco con la maestà di creatori del mondo. Di fresco lia qui celebrato il suo matri- monio un giovine rappezzatore di seccliie, il quale, giunto all'età giusta, lia preso moglie. Egli ha pensato di rallegrare il suo lavoro, con una piacevole compagnia. La sua donna starà cliiusa fra le pareti domestiche, ed uscirà, natu- ralmente, tutta velata; ed egli continuerà a rap-
pezzare le secchie, con la maestà di un arabo che possiede l'harem. Anche Amrùs ha il suo caffè. È un cortile così grande, che una palma lo copre tutto. Dodici arabi erano seduti in terra, lungo i muri, su pezzi di stuoia, con la sigaretta fra le labbra. Nessuno parlava: fumavano. Il si- lenzio era interrotto da un ferro battuto, e da qualche latrato. Nel muro, entro a varii buchi a guisa di cellette, alcuni piccioni guardavano i dodici arabi, con la stessa calma solenne.
E intorno, era una festa di luce e di mormorii. Sull'orizzonte aureo, gli ulivi allargavano le brac- cia nere, e le palme molleggiavano leggermente, come barche in un golfo.
Ritornando, la via si apre d'improvviso in una radura battuta da tre strade: in fondo appare una candida tomba, ove riposa all'ombra delle palme, il maraljuto Sidi-el-Hani. Guadagniamo un'altura, mascherata dalle pieghe del suolo, e un grido d'ammirazione mi sfugge dalle labbra. Via via, sopra un fluttuare di palme, la vista corre, di là dall'oasi di Tagiura, a una rosea ca- tena, che cinge tutto il vilayet, come un arco che abbia per corda il mare.
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Si distinguono, in un pallore di conchiglia, le montagne di Taraliuna, e del Gharian.... e più in là, JèlTren.... — tutto il Gebel. Di qua, verso il mare, l'occhio può spingersi lino al Khoms e a Imsellata, per digradare lentamente verso le rive.
Su questa altura, deve essere sorta una villa romana: qua e là tra le palme si scòrge qual- che frammento. Quale console o (piale patrizio, ebbe la superba idea di edificarsi una villa in questa solitudine, per contemplare l'incendio del sole, fra gli intercolunnii ? È un vero incendio nel cielo.... una incandescenza di metalli; come se, in questo tramonto, un popolo di statue do- vesse sorgere, e popolare le solitudini maestose.
30 gennaio. — Verso Zanzur.
È una mattina di gennaio che sembra rapita al nostro aprile.... Brume diafane velano ogni tanto il sole; noi battiamo l'antichissima strada cartaginese, che a ponente conduceva a Carta- gine, e a levante a Cirene — dalla Tunisia alla Cirenaica. La via è del colore del miele, e sale e scende con lenti capricci, fra le ondulazioni del suolo erboso, che nasconde la necropoli del-
Ghergaresh 81
l'antica Oea. Una moltitudine di tombe, coperte di antichi dipinti, dorme sotto le vòlte di terra, che suonano sotto il passo. Al nostro fianco, di tratto in tratto, si affaccia il mare di zaffiro e qualche barca saracena. Le tinte sono quiete e trasparenti. Cammelli bianchi e rossicci, carichi delle reti di sparto, spuntano fluttuando di fronte a noi, seguiti dai beduini, che portano a tracolla il lungo fucile a pietra; e camminano fieri, a testa alta, come i cavalieri di re Agramante. La via prosegue deserta.... poi, un gregge lontano.... e una torma di asini minuscoli, caricati ognuno di cinque pietre.
Tutti passano senza rumore, sopra l'argilla che reca i mille brividi della sabbia, come trac- cie di onde. Siamo giunti a Ghergaresh.... Sulla riva del mare, ecco la piccola oasi, dall'acqua di miele. Biancheggia qualche pozzo, e si con- torcono i fichi d'India. Vi è al pozzo una beduina, ravvolta nel suo erdè di cotone azzurro.... Si ri- volge al nostro passaggio, scoprendo il volto bruno fra dischi di metallo, le braccia tatuate, e la punta rigida di una mammella.
Queste beduine hanno i denti d'avorio, e un fregio azzurro sul mento, che intona col loro co- lore di argilla antica.
Laggiù, in quella vecchia cava di pietre, che si profila sul cielo come uha fortezza, poneva sede,
TujiUTi, TripoUtania. tì
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durante le lotte coi Turchi, il terribile Gliuma, l'eroe dell'indipendenza berbera.
La via prosegue.... Carovane lente giungono da Zavia e da Zuara, seguite da uomini taciturni, col fucile a tracolla....
Dopo una curva del suolo, l'argilla si oscura di un verde cupo : sono innumerevoli cespugli di Scilla marina, coperti di fiori, simili a elitre trasparenti. Sull'orizzonte si disegna una bianca figura, seguita da altre: è un gruppo di cavalieri arabi, lanciati a corsa, a piccoli passi di danza, fra i cespugli di scilla marina.... Si arrestano; uno di essi, che monta un cavallo bianco, regge sulla mano uno sparviere incappucciato. Gli altri si dividono 11 terreno.... Lo sparviere ò liberato dalle bende, e a larghi tratti d'ala s'innalza, verso Buslim. I cavalieri lo seguono, a salti di danza, scrutando i cespugli,... Buona caccia!
A poco a poco, le ondulazioni del suolo si ri- vestono di una sottile arena striata.... un lago aureo sotto il sole.... Lontano lontano spuntano delle palme.... una lunga (ila, che si affolta più e più, formando come un' isola.
k l'oasi (li Zan/.ùr.
Un hmgo tratta) in silenzio; e poi il mormorio (Ielle prime palme. Camminiamo ancora.... ed ecco al nostro orecchio giunge un saluto gioioso, una sinfonia di latrati, di lielati, un brusio di
Zanzfir 83
vita umana, nascosta dietro mille scenarii di palme e di olivi. L'oasi, la bella isola verde, ci spalanca le sue l^raccia, ci copre di ramifica/ioni fantastiche.... Camminiamo fra i giardini : tutto è verde. Un molle odore mi arresta a un tratto : è il profumo delle fresie selvatiche. Perdersi, per- dersi in questo labirinto, e non ritrovare mai più la strada!
Siamo accolti dai soldati turclii, con gran festa. Ne ho quattro intorno a me, due a togliermi le scarpe, uno i guanti, l'altro il cappello; ed eccoci a sedere, con le gambe incrociate, sui sacconi della camerata. Trenta soldati ci stanno intorno, parlando in arabo e in turco, quando li interro- ghiamo, seduti indolentemente, arricciando siga- rette, che ci offrono ad ogni istante ; mentre si succedono le tazze di the e di caffè. La porta è aperta; e vedo, nel cortile, un soldato che digni- tosamente scortica un agnello, lo squarta e lo mette a cuocere. Per ordine superiore, ci pre- parano il pasto. Dopo un'ora, acqua alle mani, e tavola rotonda. Siamo sempre nella stessa pi)- sizione orientale, scalzi, sulle coperte dei letti, in- torno a una tavola alta dieci centimetri, in mezzo
84
alla quale campeggia un piatto d'uova e l'agnello, circondato da fette di pane.
Facciamo onore al pasto, con posate adami- tiche; nuova acqua alle mani; e ricominciamo a bere the e caffè. Arabi, lairdi, albanesi, tutta la carta variopinta della Turchia ci sta intorno; sono rappezzati nelle uniformi, ma sorridenti nel viso; cortesi, come gran visir. Si parla di tutto, fuorché di argomenti femminili, l3anditi anche in caserma: la reclusione delle donne arriva fin qua; almeno, in nostra presenza.
Lasciati liberi, questi gran visir ruberanno un altro agnello al primo gregge, e ghermiranno la prima beduina, che passi davanti ai loro ca- valli. Mentre ci alziamo per infilare le scarpe, passa un'altra sinfonia assordante di greggi, un'orchestra di ledati. Ci avviamo verso la piazza — oggi è mercato — e una scena primitiva, un miracolo di resurrezione mi arresta.
Sono i re pastori, quegli uomini campeggianti sul cielo, appoggiati ad alti vincastri? e sono (luehi i greggi dei Patriarchi?
Una miriade di pecore dal sottile muso gial- lastro e dall'enorme vello.... di capre dai lunghi ricci neri, e di agnelli dal pelo ritorto, candido come il latte, in una letizia di verde e di azzuri'o! In quale secolo io mi trovo? È trascorso il tempo? E chi sono io, ora? Sono davvero l'erede
I re pastori 85
di migliaia d'anni, di cento e cento generazioni.... o non fu questo tempo il sogno di mia notte, e la fuga dei secoli una illusione, a cui mi strappa questa realtà? Mentre il mondo si lacerava in guerre, si componeva in nazioni, balenava di leggi, di genii, sanguinava di martirio o di ab- biezione; mentre la leggenda dei secoli si svol- geva, tempestosa meteora, sui cieli d'Europa, qui, sullo stesso mare, a duecento miglia ap- pena, la vita scorreva immutata; e ogni mattino succedeva all'altro, uguale come lo sgorgare delle stelle. Oasi di Zanzùr! e a che giova il no- stro moto e il nostro tormento ì Non è questa vi- sione, che tu mi offri, la realtà della vita umana? E non sono io venuto per questo? per bere un attimo alla sorgente primitiva della vita? Questa gente si nutre e cammina; tosa le siie greggie, beve ai pozzi millenarii, siede sotto gli alberi mormoranti, abbi*accia donne dalle carni di bronzo tintinnanti di diademi barbari, si avvolge di lane bianche, e dorme, dopo avere invocato il nome misterioso di Dio. Che v'è altro da fare? Fac- ciamo forse noi qualche cosa di meglio? Il no- stro pensiero, irto di formule e di assiomi, coz- zanti l'un l'altro, spumeggia e si arresta, contro questa rupe della vita umana. Oasi di Zanzùr ! non sei tu un faro nuovo per l'avvenire? Non ci chiami a ritentare, ove il mondo è deserto.
86 l'eden
l'odissea primitiva della vita ? a ritemprare i no- stri sensi e il nostro spirito, in una lotta di con- quista feconda, in nuove patrie più vergini e più ricche, pionieri assetati di serenità e di luce ? Di qua sino a Zuara, a Zavia, a Fossato, è un verde perenne; e dove è apparente deserto, potrebbero risorgere gli antichi oliveti, pascoli e vigne. Quanti muoiono di stenti nella mia patria, tro- verebbero qui una nuova sede, una terra pro- messa. Se ciò non fosse, io non ti saluterei, o oasi felice, con ansioso sospiro....; e non ti ab- braccerei con tanto amore, se il desiderio di milioni di ignoti, non fremesse ora nella mia gioia.
VI.
LE FAUCI DEL SAHARA.
24 gennaio.
— Piccolo cavallo screziato, dalla criniera color delle nuvole, impaziente del morso, non è ancor tempo di tornare: avanti! giù la testa ribelle! che cercate in cielo? Volete mordere il vostro cavaliere? I vostri garretti affondano nella sab- bia, la vostra coda spazza le dune.... là! —
Il galoppo leggiero leggiero mi porta : non vedo più le palme di Bumeliana, né i fortini turchi: una distesa fulva, il deserto di Buslim, corre fino al cielo azzurro....
Passa una beduina, chiusa nell'erdè azzurro, sopra un cammello; passano altre, cariche di fardelli di legna.... poi nulla. La via delle caro- vane, con minute orme si perde fino all'orizzonte, in mezzo a scoscendimenti, che fingono all'oc- chio anfiteatri diroccati, necropoli sommerse dai mille tumuli, eruzioni sotterranee' incenerite dal tempo.... Non v'è più traccia di verzura.... questa
90 LE FAUCI DEL SAHARA
è la benda lluttuante che cinge le oasi marittime, e che sembi'a strappata da un turbine al Sahara.
0 deserto lontano, che è in;ii un uomo di fronte a te, patria dei venti 1
Tu solo, come l'oceano, come il cielo, sei più grande della parola.... la tua realtà sconfinata è degna dei sogni, è sorella dell'anima.
Dov'è il tuo principio? Nell'Arabia o verso l'Atlantico? Sei nato dal cuore selvaggio del- l'Africa, o ne sei la fronte turbinosa? Le flotte dei popoli ti hanno traversato, senza lasciarvi impronta alcuna....
Vennero dal Mediterraneo e dalla valle del Nilo, dall'Arabia e dal Sudan, dal Niger e dal- l'Atlante, uomini bianchi, gialli, neri, stanchi dei loro soggiorni, inquieta razza umana, con le sue tende, i suoi armenti, le sue donne, cercando fili d'acqua perduti, isole di riposo; cacciando innanzi a se altri popoli, e traendone altri an- cora, in perenne tlusso e riflusso.... Le tue onde hanno sommerso ogni ricordo : tu sei una squal- lida arena, che ebbe per spettatori le stelle e il sole implacabile. Pensando a te, alle tue sabine mobili, noi pensiamo al tempo e alle vicende....; nei tuoi miraggi, vediamo i nostri sogni; nelle tue oasi, le ore felici ; e nel terribile respiro che ti sconvolge, sentiamo la prossimità della morte.
1 Tuareg 91
Come in uno specchio, la nostra anima si ri- versa in te, e ritorna a noi più misteriosa e più vasta, senza orizzonti, senza definite speranze, libera, libera, come se avesse spezzate le catene corporee e fosse raggiante al pari della luce.
Tu sei lo spazio; e tutte le cose nascono da te e si risolvono in te. Sei la vita, e sei la morte; e benché lontano, o Sahara, io ti sento vicino a me, come un abisso silenzioso. Così grande è la tua presenza, così violenta la tua attrazione, clie per un attimo, io credo di avere smarrito me stesso nella tua luce.
Chi ritornò dalle tue solitudini, sa di rocce fa- tate, e di spettri e di spiriti; ogni monte, ogni caverna prese il mistero dal tuo silenzio.
Lanciati a corsa, in groppa al me/iri rapido come il vento, passano i tuoi guerrieri, velati di bende azzurre, agitando le lance e le lunglie spade, col grido dei Tuareg, degli Isciamba, dei Tibbu; urtandosi, predandosi l'un l'altro, in pe- renni assalti e in perenni fuglie, con le tende mobili, come le tue dune. Ogni galoppo, ogni scoppio di polvere perde la lontananza; e voci chiare si odono di genti invisibih. Chi ritrova in te le sue tracce d'un tempo, e i suoi ricordi? Chi ritrova le vestigia dei suoi amori, quando il ghibli infuocato ha ricoperto e travolto anche le pietre, che annerì il fuoco di una notte ì Le vie
92 LE FAUCI PEL SAHAEA
degli uomini scompaiono sotto la tua onda, come i sentieri degli struzzi e delle gazzelle.
"O cavalieri, che spingete a corsa impetuosa i vostri cavalli, — cantano i morti del deserto, — noi fummo vivi come voi; e voi diverrete come noi. Quanti altri si posarono qui presso a bere acqua e vino, e all'alba, il destino li sorprese!...,,
" 0 Signore, è giunta al varco di morte l'anima mia, — cantano altri, — ed ella sa che tu hai numerato i miei passi. „
E una voce più grande, dal deserto grida:
" 0 Signore, tu fai succedere la notte al giorno, e il giorno alla notte; tu fai nascere la vita dalla morte e la morte dalla vita.... Tu sei l'Eccelso, tu sei il Grande.... Non ti coglie mai né torpore nò sonno. „
Cosi dal silenzio, dalla solitudine, dai venti e dalle arene, sconfinando dal deserto, una imma- gine più grande si leva, una sola forza invinci- bile, un solo vivente mistero, che stringe in un nodo lo spazio e l'anima, il finito e l'infinito....; e che gli uni cliiamano Allah, e tutti Iddio!
Ma intorno a me è un silenzio di morte : una sola parola sembra scaturire dall'orizzonte: — Indietro ! — Indietro tutti voi che volete violare
Gli esploratòri 93
il mio segreto, voi che non nasceste fra le mie inquiete ciane, clie non foste bruciati dalle mie fiamme, che non apprendeste ad attendere, im- mobili contro la terra, il passaggio delle mie fu- rie.... Indietro ! — E a questa parola di sfida, sorsero, come cavalieri armati a una lotta mor- tale, pochi uomini soli, volontà nude, implaca- bili come la distesa delle sabbie e la sferza del sole.... e si lanciarono entro le fauci del grande deserto.... e furono chiamati dal mondo con una parola modesta: gli esploratori. — Non volevano conquistare, come gli avventurieri delle due Ame- riche, nuovi regni, per esserne nominati principi e duchi; n(ìn volevano aggiungere nuove gemme a una corona; non volevano vincere con le armi, distruggere con la strage, popolazioni atto- nite.... non si chiamavano Cortez, Pizarro,- Nunez de Balboa.... non erano splendenti d'elmi e di scudi.... né attratti dal fulgore dell'oro, accumu- lato in città e in templi millenarii.
Il nemico contro cui movevano, era un solo: l'enigma; le loro armi, la costanza invinciljile, la fede nelle loro forze, e il sentimento profondo di una missione divina.
Io cavalco pel deserto ; e so che alle mie spalle vi è Tripoli, e che dovunque io voglia andare, sia a Jeifren o a Misda, a Ghadames o a Ghatt.... al Bornu o al Vadai.... io so che altri mi hanno
94 LE FAUCI DEL SAHARA
preceduto, e che, morti o vivi, hanno trovato una via.
Ma i primi? Essi andavano verso l'ignoto.... erano più certi di morire clie dì arrivare.... ep- pure si prepararono serenamente.... e un giorno, un giorno atteso con l'ansia di tutta la loro vita, caricarono i viveri sui cammelli, si affidarono a guide, che potevano ucciderli al primo pozzo, o abbandonarli alla prima raffica di sabbie; e dis- sero addio agli abitanti delle spiagge, dissero addio al mondo dei vivi.
Che sapevamo noi del continente misterioso, di questa immensa Africa, prima che quei poclù uomini, a lenti passi, tra le sofferenze del corpo e le agonie della volontà, lottassero per anni oscuramente, per conquistare ima linea a una carta, e un nome alla storia del mondo?
Passa un giorno, passa un mese, ed essi cam- minano; passano degli anni, ed essi camminano ; cercando, fra le sabbie e le paludi, orme scom- parse; tracciandosi a colpi di scure la strada, in mezzo a foreste inestricabili, che li circondano per centinaia di giorni di una notte profonda.
Chi sono essi? Da quale generazione di eroi ebbero il sangue, da quale stella la luce del- l'anima?
Eppure non v'è dubbio: quello era il loro de- stino.
Soli ! 95
I piccoli uomini che poi li seguirono, per traf- ficare e per arricchire, meccaniche ruote delle necessità della vita, ignorarono a quale miste- riosa luce essi attingessero, e quale forza Dio ponesse nei loro cuori.
Nessuno di essi si arrestò a mezza via: o mo- rirono o vinsero. Il loro ritorno o la loro morte fu più grande di una vittoria o di una sconfitta di eserciti; più grande, perchè a vincere o a mo- rire, essi furono soli.
Soli! la loro volontà, come un ago magnetico, doveva trattenere a sé le anime più deboli ; do- veva sollevare chi era caduto, far sorridere chi disperava, riaprire alla fede chi si chiudeva in cupa rivolta, far ritornare chi si dava alla fuga..,, doveva, nelle ultime riserve della natura umana, scavare torrenti di energia da diffondere intorno.
E ^1nsero ! L'enigma della Sfinge nera fu sciolto ; il nodo spezzato: essi parlarono, col respiro an- cora ansante, come titani reduci dalla lotta con Giove: parlarono.... e una moltitudine di popoli, di terre, di foreste, di laghi, di fiumi, sorse al- l'immaginazione del mondo. Questa scena buia della terra, si popolò d'un tratto di uno spetta- colo meraviglioso..,,: dal Sahara al Capo, fu letta da Livingstone, da Speke, da Barth, da Stanley, da Schweinfurth,,,. una pagina indecifrabile.
Essi muovono verso il cuore dell'Africa, da
96 LE FAUCI DEL SAHARA
Ogni rag-gio della rosa dei venti: Livingstone, primo uomo bianco, appare sullo Zambese, sul lago Ngami, sul Tanganika....; Speke si slancia verso la regione dei. laghi, scopre il Vittoria Nyanza, toccando, nelle fonti del Nilo, il mas- simo sogno eroico ; Stanley s'inoltra nelle foreste del Congo, vivendo per mesi e mesi in una pro- fonda notte arborea; Schweinfurtli giunge agli ignorati aborigeni, ai pigmei dalla pelle di ebano ; Barth traversa il Sahara, dalla Marmarica a Tim- buctù, e rivela il Sudan e la valle del Niger.... E dietro ad essi, altri ancora, una legione silen- ziosa, un drappello d'uomini che ha scolpito in petto una sola parola: Avanti!
Se alcuno al mondo può meritare il nome di eroi, ad essi spetta questo nome; perchè non da uno slancio effimero furono portati ai vertici del valore umano, ma da una volontà incrollabile.
Quando Stanley, dopo lunglii mesi di pene, giunge a rintracciare le orme perdute di Living- stone, e in una notte cupa, sulle rive del lago Tanganika, popolate di rinoceronti e di serpenti, tra foreste in cui l'uomo è piccolo come l'insetto; ritrova finalmente Livingstone, estenuato dalle febbri, e abbraccia queir(ìmbra d'uomo al lume di poche fiaccole, piangendo insieme di giòia.... in queir istante, la natura nostra ha toccato le soglie celesti; e più che due uomini stretti in
Dal Saliara al Capo 97
un abbraccio, noi vediamo balenare in quel- l'oscurità una luce divina.
Nessuna parola proferita da lalDbro umano fu più assoluta, di quella che ({uesti pionieri pro- ferirono. Tutto ciò che uscì dalla loro bocca al ritorno, era verità sacra, verbo dal nulla; ed essi erano grandi e semplici, come i poeti primitivi delle razze umane.
Io so ora, soltanto perchè essi parlarono, che questa scena che mi sta intorno, è la soglia di un mondo che vive ed esiste : soltanto perchè essi parlarono, il mio pensiero può slanciarsi dal Sahara al Capo, con la velocità della folgore, e abbracciare in un solo sguardo una moltitu- dine di terre e di popoli.
Io posso vedere laggiù, a centinaia di leglie, dove r Grange, il Vaal, lo Zambese, raccolgono le acque croscianti dai monti della terra del Capo, battere le steppe, alla caccia e alla guerra, i po- poli della clava. Forse ora, nelle loro tane dei monti del Drago, stanno raccolti i Boschimani narrando le storie della cavalletta ai piccoli dal crine lanoso; fuori dalle capanne dei loro crai, ballano, invocando la luna, gli ottentotti dal
TUMiATi, Tripolitania. 7
98 LE FAUCI DEL SAHARA
volto mongolico; i guerrieri Zulù si slanciano nella mischia, dipinti di rosso e di bianco, col volto serrato nell'elmo di cuoio; si appiattano i popoli nani fra le grandi foreste di bambù ; dentro ai tronchi d'albero, ornati di teste di coc- codrillo, scivolano sul Senegal e sul Niger torme di neri; all'ombra delle palme e delle mimose, le donne degli Ovambo si adornano di condii-- glie, cantando scongiuri d'amore; i re dell'Uganda cacciano la giraffa; i Betsciuani mungono pla- cidamente i loro armenti.... e le carovane al grido di : Avanti, avanti ! solcano il monotono deserto di Kalahari.
E intanto dalle acque del lago Ngami sollevano le membra mostruose gli ippopotami; cigolano le selve al passo dei rinoceronti; fuggono a torme a torme le gazzelle, sorprese da un ful- mineo leopardo; e gli elefanti si addormentano all'ombra di baoljab giganteschi.
Il pensiero si smarrisce in un labirinto. Dove sono io ora? Nella regione dei laghi, fra i regni dei Marutse-Mabunda, clie suonano la myrimba sulle rive dello Zambese, o a oriente, sugli alti- piani del Nyassa e dell' Ukereve ? Impaziente dello spazio, io vorrei trovarmi perduto fra l'or- gia di selve che cinge il lago Tanganilva; vorrei balzare sulle rive del Vittoria Nyanza, per poter udire i vagiti del Nilo.
U mistero 99
0 savane del Sudan, regni verdeggianti del Bornn, del Vadai, del Baghirmi, dell'Aussa, del Sokbto, del Logon, del Darfur, terre promesse a cui protendono i nomadi del deserto l'anima ir- requieta; regni dell'avorio, dell'incenso, delle re- sine, delle piume; ove i torrenti scendono dalle montagne, in grembo al lago Tsad; dove sorse un tempo il grande impero di Melle; di quale gioia riempiste il cuore, a coloro che per primi giunsero a voi, dal grande deserto !
Misterioso era tutto intorno. Donde venivano i popoli, che s'intrecciavano attorno alle reggie barbare di Kuka e di Kano ; e per quale forza ignota uscivano dalle loro foreste a torme a torme per seguire la voce del Mahdi, urlante a guerra contro il sogno faraonico del Kedive? e per quale mistero, gli occhi delle donne del Ba- ghirmi erano splendidi e dolci come quelli delle gazzelle? Donde traevano origine quei Fulbe, fondatori di regni nel Sudan, e da quale remota sorgente, sulle coste mediterranee, discendevano 1 Schellah, i Cabili, 1 Krumiri, i Tuareg, tutte le razze berbere?
E perchè, nelle immense distese del Sahara, calano ì Tuareg dai monti dell'Haggar, e i Tibbu dalle gole del Tibesti, in lotta gli uni contro gli altri, da secoli?
E perchè i canti di questi le del deserto, ce-
100 LE FATTCI DEL SAHARA
lebrano la bellezza delle donne Asgare e dei de- strieri del Tuat ?
Donde vengono tutti? a quale lingua risalgono i mille loro linguaggi!
Forse un giorno verrà data risposta alle di- mande, che noi solleviamo ad ogni nuova appa- rizione d'uomini e di cose ; ma nessuna scienza di linguaggi e nessun tormento di indagini, varrà a sopire la nostra meraviglia.
Dietro a tutte le cose, dietro a tutti gli uomini, vi è un'ombra che non è dato a noi di penetrare; e che maggiormente ci confonde e ci attira, quando uomini e cose giungono al nostro sguardo la prima volta, nella loro fresca realtà, nella biz- zarra armonia delle loro forme.
In quell'attimo una pupilla nuova, un nuovo colore, un gesto, un accento, ci risveglia da un sonno profondo, e ci pone al contatto dell'uni- versale mistero, che ci abbraccia tutti, bianchi e gialli e neri, e che può far piangere me sopra uno schiavo morente del Bornu, e può in un guerriero del Tuat, o dell'Air, destare il canto, che oggi io vorrei intonare alle prime stelle sgorganti sul Sahara.
VII.
VERSO LA "MONTAGNA VERDE IL GOLFO DELLE SIRENE.
25 gennaio. — A bordo f?eW'Etruria.
Due sole persone passeggiano sópra coperta, aspettando il sorgere della luna: io, e un frate incappucciato.
Io sono diretto a Bengasi, e frate Giustino da Camajore a Berna. I fuochi óiOiVEtruria proiet- tano le nostre due ombre sul mare: il vento rapisce le nostre parole ; mentre sulla cadenza delle onde, tintinnano le corone e le croci del frate francescano.
Da otto secoli, questi soldati senz'armi dell'im- pero cattolico, coperti del loro saio color della terra, passano il Mediterraneo, diretti alle spiagge dell'Africa, per farsi uccidere in mezzo ai servi e agli schiavi, in nome di Cristo. È un'opera di riconquista lenta e sanguinosa.
Le prime missioni — quando ancora viveva San Francesco — si rivolsero all' Egitto e al Ma- rocco: di là i Francescani diramarono in Tunisia,
104 VERSO LA " MONTAGNA VERDE „
in Tripolitaiiia, in Abissinia, lasciando ovunque orme di martiri.
La missione di Tripoli segna a caratteri d'oro l'anno 1653, quando frate G. B. da Ponti venne pugnalato da un arabo e arso sul rogo, per aver rinfacciata l'apostasia al Pascià di Tripoli.
— Il nostro padre — mi narra frate Giustino da Gamajore — disse; — Figliuoli, io vi lascio il mio cuore; e cadde colpito dal pugnale alla testa. Il suo corpo venerabile venne bruciato a Suk-el-Kelat, sopra un pozzo, che ancora si vede, miracolosamente rispettato dalle acque del mare. Durante la notte apparve un prodigio: Suk-el- Kelat s'illuminò di una luce misteriosa, e appar- vero alcune schiere d'angioli.... Era nel porto un battello armeno, che dimandò in grazia, di aver le ceneri del martire; e fra le ceneri fu trovato ancora vivo il suo cuore.
Cosi mi narra frate Giustino, con gli occhi ri- volti alla spiaggia, che la notte ci nasconde.
I Francescani d'Africa sono quasi tutti ita- liani ferventi: il prefetto di Tripoli fa più onore all'Italia di molti ministri. Per ora, l'opera della Missione è limitata, per gii ostacoli clie trova nelle autorità locali ; e il numero dei Cristiani in Tripolitania ondeggia sui cinquemila fra Tripoli, Klioms, Sliten, Misurata e Bengasi.
I cristiani d'Africa 105
Prima che gli Arabi inondassero l'Africa, tntte queste spiagge erano provincie cristiane.
Nel terzo secolo, dopo la vittoria contro le persecuzioni e la difesa celebre dei cristiani d'A- frica fatta da Tertulliano, tutta la costa si po- polò di cliiese e di vescovadi; e una civiltà ec- clesiastica si diffuse anclie nelle borgate barbare. La nuova Cartagine ne era la grande metropoli, agitata da contese religiose di Donatisti e di Ma- nichei, e illuminata dal genio di Sant'Agostino.
La fecondità di questo suolo e di questo in- crocio di razze, che diedero i Barca a Cartagine, Callimaco a Cirene e a Ippona Sant'Agostino, è prodigiosa. Sant'Agostino, l'anima più inquieta clie sia apparsa sull'orizzonte della coscienza umana, lottante con le passioni del suo sangue africano; può essere il segno di ciò che poteva divenire questa razza, appena fosse attratta in un'orbita diversa da quella cristiana.
L'invasione araba ridestò l'Agostino di Carta- gine e cancellò quello di Milano, battezzato da Sant'Ambrogio; ridestò l'antico Adamo, che i mille eremiti, con la lontananza dal mondo e la macerazione della carne, tentavano di sotter- rare nelle solitudini del deserto.
La prima campana funebre della civiltà cri- stiana d'Africa, fu suonata dai Vandali, guidati da Genserico, che rasò al suolo città e chiese
106 VEESO LA " MONTAfiNA VERDE ,.
da Cartagine a Ippona, a Cirta, a Cirene; prepa- rando libera arena alle vertiginose cavalcate degli Arabi.
Allora, mentre Kaled, chiamato da Maometto la spada di Dio, invadeva l'impero d'Oriente e travolgeva nell'onda araba Damasco, Eliopoli, Gerusalemme, Sidone, Tolemaide, tutte le città della Siria; mentre Amru entrava con le sue schiere alate entro alle mura dell'eterna Mentì, ov'erano quattromila palazzi, quattromila bagni, quattrocento teatri; mentre Said, dopo una corsa di vittorie, giungeva a Persepoli, cacciando il ni- pote di Cosroe dai suoi palazzi crollanti; allora l'emiro Abdallah invadeva l'Africa romana, tra- versando i deserti del Barka su nuvole di cam- melli, e fulminando l'esarca greco sulle bastite di Tripoli: e Akbah, luogotenente dei Califfi, inalberava la bandiera musulmana sino alla Mauritania, spingendo il cavallo nell'Oceano, per prenderne possesso in nome di Dio e del Profeta.
Inutilmente le tribù maure .e berbere balza- rono dalle loro montagne per difendere con sel- vaggio ardore la libertà del deserto; invano la regina Kahina, alla testa delle sue torme libi- che, faceva smantellare tutte le città della costa da Tripoli a Tangeri e sradicare tutti gli àlberi, per respingere con la desolazione gli Arabi in-
L'invasioìie araba 107
vasori; invano: tutto piegò sotto la corsa delle falangi che, simili a sciami di nuvole, giunge- vano dall'Oriente dei Califfi. I Lil3i o Berberi, len- tamente si fusero con gli Arabi conquistatori, e fu per tutti unica legge il Corano.
L'opera di riconquista pertinace ed eroica delle Missioni francescane può essere dì scuola a noi, per un'opera diversa, la redenzione di queste terre.
I secoli barbarici e il nomadismo arabo, di- strussero foreste, vigne, oliveti, ma non isterili- rono la terra, che anche dov'è polverizzata dai venti, conserva intatta la fecondità primitiva.
Tutta la costa che ora noi battiamo, da Tripoli a Misurata, in quindici ore di navigazione, può divenire un continuo giardino; il territorio di Misurata conta quattrocentomila palme; e di là da Misurata per dieci ore di cammino è tutta terra da raccolto. A Misurata vi sono saline im- mense racchiudenti il miglior sale della terra, in blocchi marmorei; e nel golfo di Sert, vastis- simi depositi di zolfo.
II dominio turco ha questo di utile, che con- serva, per legge d'inerzia, i tesori di questa terra ai futuri dominatori.
— Quanto lavoro pei nostri emigranti! — escla- mava* stasera il capitano Cucchi, dopo avermi descritto le delusioni dell'Eritrea e il suo viaggio
108 VERSO LA " MONTAGNA -S'ARDE ,.
alla costa dei Somali. — Mentre laggiù noi fac- ciamo il servizio dell' Inghilterra, tenendo prigio- niero a tradimento il sultano di Obia, per lasciar Ulcero varco agli Inglesi..., dimentichiamo che alla distanza di un braccio di mare, vi è una terra, che da sola basterebbe a dar lavoro alle mi- gliaia di braccia italiane che ritornano a vuoto dall'America del Nord, dall'Africa del Capo e dalle solitudini del Congo!
Il direttore delle Dogane turche mi disse un giorno : — Se chi verrà, spenderà in Tripolitania mezzo miliardo, potrà raccogliere, di lì a un anno, il quattrocento per uno; se vi spenderà cinquanta milioni, li perderà senza speranza. —
Bisognerebbe intanto cominciare dai porti, Tripoli, Khoms, Sliten, Misurata, Bengasi, Berna, hanno buone rade, che una spesa razionale ren- derebbe ottimi porti. Noi abbiamo ancorato a Misurata, a cinquecento metri dalla costa, ben- ché il mare fosse tranquillo. Durante l'inverno, col mare mosso, ò impossibile fermarsi tanto a Misurata quanto a Berna. I vapori della Na- vigazione italiana sono costretti a filare dritti all'isola di Candia, per tornarsene in linea retta
Misurata 109
SU Malta. A Misurata abljìamo ancorato per otto ore, caricando stuoie, datteri e poclie stoffe di lana, e sbarcando coloniali e tessuti.
A bordo abbiamo pochi arabi, che se ne stanno sdraiati sulle loro stuoie, e salgono religiosa- mente, cinque volte al giorno, sul castello di poppa, per genuflettersi e pregare, rivolti all'o- riente. Da Misurata a Sert, la costa è leggermente ondulata, e interrotta dal lungo rosario di oasi, che ha il suo lontano capo a Gabes. Un secolo fa, in questo stesso mese, un genovese, il Della Cella, ebbe la fortuna di seguire, in qualità di medico, una spedizione militare del Pascià di Tripoli, che percorse tutta la costa, da Tripoli a Bomba. In un opuscolo divenuto ormai raris- simo, egli descrisse il suo itinerario con minuta fedeltà. Da Tripoli a Misurata, egli trovava fin d'allora, una vasta e fertilissima pianura, sparsa di boschi di palme e oliveti, che verso il seno di Sidra andava smarrendosi in sabbie e paludi. Verso Murato egli rinvenne le tracce di grandi solfare, e poi di nuovo praterie, chiuse a levante da una catena di monti, donde si spalancò ai suoi occhi una scena continuamente variata di colli e di raccolti, fino a Bengasi, popolata di rovine di castelli, testimoni dell'antico rigoglio di questa regione. A un secolo di distanza, egli per primo fra gli Italiani, esclamava: — A quale
110 -STIESO LA "montagna VEEDE ,.
stato di prosperità verrebbe una colonia euro- pea clie ponesse stanza in questo felicissimo suolo, ove i soli pascoli e la caccia fornirebbero in sulle prime una sufficiente sussistenza ai nuovi coloni! — Da Bengasi, egli potè traver- sare tutta la Montagna Verde, l'altipiano che per lunghi giorni dì marcia condusse la spedi- zione fino a Berna, ove attendarono fra boschi di ulivi e di melagrani; e a Bomba, cinta da declivii verdeggianti di ginepri e di allori. Dal Della Cella a Camperio, la Montagna Verde, il Gebel-el-Akhdar, attrasse lo sguardo d'Italia, verso le sue città dormenti un sonno millenario, ruine della Pentapoli, che era chiamata allora una seconda Grecia. Cantava Pindaro nella nona ode Pitia, celebrando la ninfa Cirene: "Essa è de- stinata a essere regina nel felice orto di Giove, nella terra libica, di genti marine, in seno a una collina cinta di bei campi, adorna di vasti prati e di boschi e di belve „ — e nella quarta e quinta ode, esclamava: — "Alma Cirene dal trono d'oro, dai bei cocchi, posta sulla mammella della ferace Libia, dolce giardino d'Afrodite „. — La Cirenaica, con le sue cinque città, Cirene, Apollonia, Arsi- noè, Tolomita, Berenice, fu sede dì una civiltà ricchissima e molle, distrutta dalle invasioni barbariche; destinata forse a risorgere in un tempo non lontano. I Cirenesi mandavano ogni
Il giardino d'Afrodite 111
anno in Grecia una teoria, con le primizie dei lor frutti: Cirene era la città dei piaceri, della voluttà, elevata a setta dai filosofi cirenaici.
In quel suolo favorito dalla natura, dove il banano cresce accanto al cedro, e la canna da zuccliero alligna presso il lino e il cotone; dove i mandorli e gli olivi s'imboscano coi pini e i cipressi, gli uomini vissero beati del solo pre- sente, e posero la lilDcrtà dello spirito nella sod- disfazione perenne d'ogni desiderio.
" Non affliggetevi del passato, essi dissero, nò preoccupatevi dell'avvenire! Il passato non è più, l'avvenire non esiste ancora, e forse non ci apparterrà. Nell'attimo fuggevole soltanto è il bene; e il piacere è il moto più dolce dell'a- nima. Non sta però la felicità nell'eccitazione effi- mera dei sensi, ma nell'appagamento dell'anima che ne deriva. A che serve la ragione, se non a guidare l'uomo nella ricerca dei piaceri?,, — Così ragionava Aristippo, il filosofo cirenaico, tra i freschi colli della Montagna Verde, cullando i sensi ai profumi del giardino d'Afrodite.
Dopo un'ora, abbiamo perduto di vista il Capo Misurata e la cupola bianca del marabuto di Sidi Busceifa. Non si vede più clie mare da ogni
112 IL GOLFO DELLE SIRENE
lato: noi fendiamo in linea retta fino a Bengasi, per duecentocinquanta miglia, il golfo della grande Sirte. Io invidio il medico genovese clie potè per- correre tutto il golfo lungo le spiagge: io debbo appagarmi di fenderlo in linea retta, per appro- dare a Bengasi, l'antica Esperide, che ebbe nome un tempo da Berenice, la regina dalla bella chioma celebrata da Callimaco.
Laggiù, al confine che divide la Sirte dalla Cirenaica, vi è un nome: le Are dei Fileni, che ricorda un fatto tra i più mirabili nella storia del mondo. Cartagine e Cirene si contendevano fra loro il confine. Come risolvere la lite? Muo- vano — fu convenuto — dalle due città, in pari tempo, due corridori: nel luogo ove s'incontre- ranno, sarà stabilito il confine.
Ma i campioni di Cartagine s'imbatterono nei Cirenei, ben più lungi dal termine previsto, e piantarono il confine in terra cirenaica. Gli av- versarli allora, sospettando un inganno, impo- sero loro una condizione atroce.
Cirene accetterebbe il confine, soltanto se i messi di Cartagine si lasciassero sotterrar vivi nel luogo dell'incontro. I due corridori di Car- tagine, con deliberazione meravigliosa, conven- nero di subire il patto: e laggiù furono sepolti vìvi, in fondo al golfo di Sidra, i due alati mes- saggeri della grande republjlica.
(
Silenzio a bordo 113
Questo tratto di mare è il più alto e vasto del Mediterraneo: un silenzio profondo reg-na a Ijordo, e la notte è interrotta soltanto dall'ansare della macchina e dal serpeggiare della catena del timone.
Tutti riposano: sono solo sul cassero, spin- gendo lo sguardo nell'oscurità, in fondo al golfo misterioso, che gli antichi dicevano abitato dalle Sirene. Fra le secche della Sirte, esse attiravano col loro canto melodioso i naviganti, che laggiù incontravano una morte certa.
Appoggiato al parapetto, io penso quale melo- dia mai nell'immaginazione dei padri, dovesse possedere quel canto. Quale alternarsi di modi bacchici, tristi e dolci; quali parole lo animavano? Né Alcmane, né Simonide, né Pindaro, avrebbero potuto vincerlo in armonia: sorgeva quel canto dai palagi sottomarini di alighe e di coralli, molle come la cuna delle perle, fra 11 mormorio delle onde....
Quanto è lontano quel tempo, e come noi siamo diversi! Il canto delle Sirene è ora un mito per noi.... eppure, il risorgere di un mito nel silenzio della notte e del mare, ha la forza
Tpmiati, Tri ììolit anta. "8
114 IL GOLFO DELLE SIRENE
di farci smarrire la bussola del tempo, e di confonderci con gli uomini che prima di noi vissero e morirono. Insieme a quei morti, noi ci perdiamo lungi, in una penombra simbolica, dove tutte le forme e gli atti della vita assu- mono origini sovrumane; dove i regni della na- tura si intrecciano in esseri ambigui, clie hanno la. vaporosità di un'idea e la precisione di crea- ture note; dove una donna può terminare in un pesce, avere i capelli d'alga e cantare canzoni irresistibili; ed essere cosi bella e così dolce, da far sembrare la morte una beatitudine.
Questa è confusione delle forme e dei regni, è un attimo nel sogno; ma, in realtà, che vi è di preciso in ciò che noi crediamo sapere? Per- chè la voce di una donna lontana, può anche oggi attrarre perdutamente di là dalle terre e di là dai mari, verso l'ignoto e verso la morte? Quale canto si cela in quel labbro muto; e per- dio quelle forme e non altre, divengono la meta sospirata delle energie umane? Che sappiamo noi? Il mistero dell'amore è più profondo del- l'oscurità di quel golfo; e quanti ameranno, cer- cheranno inutilmente di penetrarlo; come inu- tilmente io mi protendo ora verso il golfo della Grande Sirte, per udire il favoloso canto delle Sirene.
vili. LA CHIOMA DI BERENICE.
Ben-ghazi, 27-30 gennaio.
— Bruciare nella mia camera e in tutto l'al- bergo, tanto belzuino e tanto legno d'aloe, finché io non crepi: chiudere tutte le finestre e asciu- gare l'acqua che gronda da ogni parte: portare via tappeti e pelli, e dire un deprofundis per la mia anima. — Questi sono gli ordini, che io ho dato stamani a Fortunato Maffei, proprietario dell'albergo Cirenaica. Il tempo è infernale: la pioggia e il vento scuotono l'albergo, che ha l'audacia di sorgere in riva al mare, su questo terribile mare sirtico.
Fortunato Maffei è un eroe. Quando il governo italiano lasciò balenare la speranza di una con- quista, egli concepì l'audacissima idea d'impian- tare un albergo qui, a sfida del Mediterraneo, fiducioso nella rapida, violenta, sublime politica del nostro paese. A Bengasi, tutti partecipavano la sua fede : persino il governo turco preparava
118 LA CHIOMA DI I5EKENICE
le tazze di caffè per le corazzate, che si vedevano spuntare all'orizzonte, coi cannoni puntati contro il crollante castello dell'antica Berenice.
Tutti attendevano uno sbarco, con ansia senza nome: gli Arabi esultanti avevano preparato ce- latamente delle bandiere tricolori; quando d'im- provviso si sparse la notizia, che la squadra oc- cupatrice non aveva che un incarico, quello di portare un piccolo regalo al Sultano.
Fortunato Maffei singhiozzò tutta la notte sulla riva del mare, stracciandosi i mustacchi, insieme alla moglie e ai figliuoli; i mercanti di Bengasi si ravvolsero nei loro barracani e si addormen- tarono sulle soglie dei loro fondachi; e gli Arabi destinarono ad uso di camicie, le tele comprate per le bandiere tricolori.
Tutto cosi andò in fumo: le cose ripiombarono nella consueta sonnolenza: il governo turco con- tinuò a rinforzare il numero delle tasse; le onde burrascose continuarono a respìngere le navi dal porto impraticabile; e il sale continuò a de- positarsi generosamente in enormi banchi, da Sert a Bengasi, e da Berna a Tobruclv. Questa costa è il paese del sale. Vi sarebbe da salare tutta l'Europa, rovesciando le centinaia di mi- gliaia di chili, clic incrostano tutto il litorale.
Due montagne di sale si presentano come le piramidi egizie, all'occhio di clii sbarca a Bengasi,
Bive salate 119
dopo aver evitata a stento la morte, nella lancia che lo trasporta da bordo alla riva. Questa rada è un pericolo perenne, e un ostacolo a tutte le comunicazioni. Spesso i vapori sono costretti a filare, prima di aver ricevuta la posta, per non essere fracassati contro gli scogli. Bengasi, at- torniata da ricchezze singolari di terreni, di sa- line, di foreste, sbocco di una importante via ca- rovaniera, che la collega al Vadai e alle oasi di Augila e di Kufra; è rimasta un orribile vil- laggio rappezzato e cadente, senza porto, senza strade, senza il più pallido conforto alla vita. Tutte le case sono tronche e smantellate, imba- stite di mattoni di creta, attorniate da mucchi di sassi, di rifiuti, di fango. Sembrano gli avanzi di un paese, su cui sia passato, come bufera, un esercito sterminatore. Un silenzio di morte regna dovunque: pochi animali umani, coperti di barracani cenciosi, scivolano qua e là, get- tando uno sguardo timoroso al nostro indirizzo. — Per l'anima dì tutti i Califfi! in che razza di paese sono capitato.... — e i miei occhi si ri- volgevano istintivamente verso il mare, per ri- cercare come conforto, l'alberatura deWEtruria.... Ahimè ! anche quella, era scomparsa, diretta al- l'isola di Creta, non potendo resistere a un cosi perverso ancoraggio. Le onde battono disperata- mente questa riva salata, con capigliature bian-
i:^" LA CHIOMA DI BEKE>.-ICE
che e fantastiche di streghe della tregenda: Tu- nica voce, l'unico urlo^ è quello del mare, che prende d'assalto, insieme al vento, le saline e gli scogli.
Eppure — com'è vero che qui riposa un santo marabuto — io voglio far degli acquisti a Ben- gasi! Coraggio, laggiù è il bazar.
— Mercanti di Bengasi, che mi guardate con occhi sbalorditi, laboriosi mercanti, che scrol- late la pioggia dal turbante e dalla takia, sap- piate che io sono un poeta italiano, che vuol comprare da voi, una gandura di seta verde lunga fino ai piedi, sedici penne di struzzo, e un narghilè. Io porto il fez, o fedeli credenti, ma non sono turco; io amo il vostro sacro conge- gno di cristallo e di velluto, ma non lo fumo; io darei la mia più bella strofe, per la più bella penna di struzzo, ma se voi non l'avete, io non piangerò. Tuttavia, o mercanti sereni — com'è vero che qui riposa un santo marabuto — voi siete le più belle e oneste faccia che rallegrino questo infernale paese; e io vi amo e vi ringrazio, di ciò che mi darete e di ciò che non mi darete; e — com'è vero che qui riposa un santo mara- buto— tutti indistintamente io vi abbraccierò! —
Il Suk-el-lam 121
Entriamo nel Sak-el-làm, nel bazar oscuro. Dalle travature del soffitto, spesso formate da soli rami di palma, l'acqua piange dirottamente.
I mercanti se ne stanno sulle loro porte; e io cammino insieme a un negoziante cordiale e se- reno, Leone Arbib. Ma la gandura, le penne di struzzo, il narghilè, non si trovano secondo i miei desiderio Mentre noi camminiamo, ecco il bazar invaso da una folla d'uomini scarni e so- lenni, bruciati come tizzoni, con gli occhi sbar- rati e il volto difeso da bende.... sono gii uomini di una carovana, che è giunta or ora, dopo aver camminato quaranta giorni, dalle oasi di Kufra. Kufra era la loro prima tappa, perchè venivano dal Vadai, ossia avevano camminato circa tre mesi, per portare a Bengasì un carico di denti d'elefante e di penne di struzzo. Ogni cosa era già venduta prima del loro arrivo, perchè scam- biavano importazioni già ricevute sei mesi fa.
II commercio qui è a lunghe scadenze, e da parte delle case europee richiede molto ardire e molta pazienza, in ispecie ora, che la Francia ha mo- nopolizzato gran parte del Sudan. Le case ita- liane sono poco avventurose, perciò l'importa- zione nostra qui è ancora scarsa. Si importano a Bengasi dall'Inghilterra e da Trieste, circa tre- cento balle di manifatture all'anno, e tlie e zuc- chero per mezzo milione circa. Il the è divenuto
122 LA CHIOMA DI BERENICE
una passione per tutti, Arabi delle coste e Ber- beri dell'interno : donne e uomini sono capaci di restare a stomaco digiuno, per procurarsi il pia- cere del the.
— Leone, Leone Arljib, che diamine posso comprare a Bengasi ? — e i miei occhi si fissano sopra un cammello scabbioso, che traversa il bazar, carico di legna,' sopra un asino sangui- nante, e sopra un negratto che si avvicina, strin- gendo al seno due palombe bianche.
Un cammello scabbioso ? un asino sangui- nante? due palombe?
0 Leone Arbib che mi conduci, io non voglio niente di questo; ho deciso: io voglio dei pro- fumi. Voglio sentire tutti i profumi di Bengasi: qua un braciere, e proviamo. Ecco il ^ròecZ, lo zi- betto, ma non si brucia; è una pomata dall'a- cuto odore animale, con cui gli Arabi si ungono il corpo. Ecco il fasuh, che nelle case indigene si arde, per scongiurare la iettatura.... di odore troppo acuto.... Ecco il weceh.... ma è il nostro incenso: l'usano i rabbini per cacciare l'occhio del male, recitando dei versetti, finché il weceh forma una goccia rotonda resinosa, l'occhio del male, che deve sparire. Poi viene la mastica, la resina bianca, che le donne arabe tengono fra i denti, e che bruciano per profumarne le loro robe; poi, VUd Keinari, il legno d'aloe, dall'odore
Del behiiino, del hclzuino! VSò
aromatico; e infine — delizia dei sensi — il Zauoi, il belzuino. Quale odore può rivaleggiare col Zauvi?
0 Leone che mi guidi, questo io voglio — per tutte le Uri del cielo! — del Ijelzuino, del bel- zuino !...
Questa mattina, Bengasi mi ha preparata una lieta sorpresa. Quando ho spalancato le finestre sul mare, il cielo era sgombro di nuvole, e un vento discreto andava rasciugando la terra. Meno male! Come impiegare questa giornata benga- sina? Ecco: al mattino una visita al venerando borgomastro, e nel pomeriggio una cavalcata coi consoli di Francia e d'Italia. Che simpatica figura di arabo, è questo borgomastro! Si chiama Ahmed Mehdévy ; ha quasi settant'anni, una bella barba bianca e due occhi sereni di uomo un tempo bellissimo, che nulla ha da rimpiangere sull'età trascorsa.
Chi poteva meglio informarmi sullo stato del paese, se non Ahmed Mehdévy, questo effendi che ha vissuto più di quarant'anni a Bengasi? Da lui ho attinto molte cose intorno alla Cire- naica. Volete, per esempio, sapere quanto orzo produce annualmente questa terra, appena graf-
124 LA CHIOJIA DI BERENICE
fiata dal beduino, che vi getta la sementa con la stessa noncuranza con cui getterebbe la ce- nere dalla pipa? Venticinque milioni di chili. E volete sapere quanti capi di bestiame si espor- tano annualmente? Centomila capi. E volete sa- pere se vi sono foreste? Tutte le montagne da Bengasi a Berna sono coperte di foreste di olivi, di mandorli, di cipressi, di giuggioli. A proposito di giuggioli. Alimed Mehdévy, che fra i suoi pri- maverili ricordi annovera anche la poesia, mi ha recitato una strofe di un antico poeta arabo anteriore al Profeta.... La serbo trascritta in arabo; canta il pianto di una donna, e dice:
" Vidi piovere perle dai narcisi, e inafflare rose, e vidi la neve mordere le giuggiole.,,
Le labbra della donna sono assimigliate al frutto porporino del giuggiolo, e i denti alla neve. Un'immagine bizzarra basta a rendere bello un paese: io mi sento ora lietissimo, e monto a cavallo coi consoli d'Italia e di Francia. Il si- gnor Bertrand, console di Francia, con squisita gentilezza, ha ceduto a me il suo valorosoJack, un cavallo berbero allevato da lui con somma maestrìa: egli monta un puledro, e Giacomo Mondello, console d'Italia, un altro capriccioso cavallo berbero. Usciamo verso la campagna. La campagna di Bengasi, negli anni di pioggia, rende ottanta volte la sementa; è una gran distesa
Jacli e Yadai 12")
senza, limiti, coltivata a orzo. I cavalli respirano lo spazio, mordendo i freni. D'un tratto, Jack si stanca del trotto e del passo, e si slancia al ga- loppo, e poi a tutta carriera....
0 venti della Girenaic?., venti di Cirene dai ca- valli pindarici, che traevano le quadrighe d'oro, tu inebbriavi le narici di Jaclv a tal segno, che io appoggiai la mia testa sulla sua testa, e mi lasciai portare finché volle, afferrato alla sola criniera.
Oggi invece, il Pascià di Bengasi mi ha dato un bel cavallo bianco, che ha per nome Vadai. Usciamo dalla città, io e Miled, il cavas del Con- solato, approfittando di uno squarcio d'azzurro. La meta è lontana: Voglio vedere il famoso Gioii', la sorgente del fiume Lete.
Bengasi è il paese dei grandi nomi. Vi si do- vrebbe trovare il tempio di Venere, il bagno delle Vestali, la necropoli di Berenice, il giardino delle Esperidi, il fiume Lete.... In mancanza della realtà, i nomi bastano a popolare la sohtudine. Vado perciò alla ricerca del fiume Lete, il fiume del- l'oblìo, dove i morti perdevano il ricordo del tempo trascorso, per entrare beatamente nei Campi Elisi. Due ore a cavallo, di passo alhin-
126 LA CHIOMA DI BERENICE
gato. Miled mi precede, nel suo bel costume arabo, caracollando. Passiamo il faro, e traver- siamo Suani, una piccola oasi di palme, presso il villaggio negro dalle cento capanne. Costeg- giamo ora le saline : il sole brucia il mio fez ; mentre poche ore fa, la temperatura era fredda. A Zrerì-aia, i cavalli affondano nella sabbia.... vi è qualche mucchio di rovine, e un arabo mi si avvicina, offrendomi una figurina di terracotta, scavata or ora. È una testa di donna, delicata. La prendo: sarà la mia compagna di viaggio.
Siamo in aperta pianura: i declivi del Gebel Ackdar, della Montagna Verde, sono pallidi pal- lidi in lontananza: la terra argillosa e bruna, è coperta da un mantello verde di orzo. A distanza di chilometri, si trova qualche recinto d'alberi, a Sanie-el-Mehesch e a Suani-Osman. Miled mi rac- conta che il terreno dei giardini d'Osman fu comprato per un sacco di granturco; quindici franchi !
A Casr-Nishilia, sopra un rialto, sorgono gli avanzi di un castello romano, e sotto i massi diruti, accampano alcuni beduini. Nel deserto che li circonda, pascolano dispersi pochi cammelli, brucando l'orzo. I cavalli affondano nell'argilla umida, e scivolano sulla pietra arenaria, che in- crosta ovunque il terreno; ma Vadai è un ca- vallo del Pascià, e sa il dover suo. Questa terra
n Gioh' 127
bruna è ricca, ma richiederebbe un gran lavoro di liberazione dagli strati di arenaria gialla che la ricoprono.
Camminiamo da due ore, su questo scabroso terreno; quando Miled salta a terra, e mi dice:
— Arrivati !
— Arrivati dove ? — domando io.
— Al Gioh'.
Io guardo, e non vedo che pianura, sassi, e alcuni recinti di giardini. Miled mi precede; e di lì a poco, vedo il terreno sprofondarsi in una valanga di massi rocciosi, verso una grotta. È una sorpresa. Nessuno può attendersi in quella pianura invariata, una così rapida convulsione di suolo e una cavità tanto pittoresca. Di ma- cigno in macigno, scendo a salti verso l'interno, e davanti a me si apre una caverna magnifica, buia e solenne, da cui fuggono spaurite quattro palombe.
Questa è la sorgente del fiume Lete, e quei re- cinti, che avevo notato a distanza, le tracce dei giardini delle Esperidi.
Tutto è leggenda; ma è leggenda così bella, che vince ogni realtà.
Nel silenzio funebre clie regna intorno, non odo che i passi pesanti di Miled sulla roccia, e il nitrito di Vadai affidato a un beduino, sull'orlo del burrone. La Ijocca della caverna è larga e
128 LA CHIOMA DI BERENICE
cupa. Entriamo, finché tocchiamo con le spalle la volta. Non vi è acqua: un fiato d'aria calda ci alita in viso : restiamo in ascolto, e nella pro- fondità della terra, risuona improvvisamente un gemito, un gorgoglio argentino : è l'acqua di Lete, l'acqua che ridona la giovinezza.
Non ho bisogno di questo dono, perciò rinunzio a inoltrarmi. All'uscita, troviamo il cielo coperto dalle nubi che ci galoppavano alle spalle.... e le prime gocce di pioggia. Il beduino ci offre ospi- talità nella sua casa, che sorge sui divini orti delle vergini Esperidi. Invece di Egle, di Erizia, di Esperia, di Aretusa, mi spalancano la porta tre facce arse di mori, che si affrettano a sten- dermi in terra una stuoia, e a farmi gli onori di casa. Siedo in mezzo a tre beduini e a un ma- rabuto; offro le sigarette; ma non vengono ac- cettate: questi beduini non possono fumare, per- chè appartengono alla setta degli Snussi, una setta araba che impone ai suoi seguaci di aste- nersi perfino dal the, dal caffè e dal fumo. Il capo della setta, il Mahdi Snussi, risiede nelle oasi di Kufra, ed esercita un dominio spirituale su molti indigeni.
— È singolare la forza di un principio: — io pensavo — questi tre esseri dall'aspetto troglo- ditico, per obbedienza a una pura idea, si asten- gono dal fumare una sigaretta! — Miled conosce
Fra le prime stelle 129
i miei ospiti, e mi spiega come ognuno di essi si contenda, il piacere di alljergarmi, nel caso che la picjggia continui. Fortunatamente di li a poco, la pioggia cessa; e noi saltiamo a cavallo.
Vadai scuote la sua criniera e la lunga coda cinerea, annusando l'aria umida. La pianura è interamente allagata, e sembra ancor più deserta e triste. Avanti sempre, ora di pari passo, ora a tergo, a seconda dei guadi che bisogna tra- versare.... Il cielo si va oscurando, e spuntano a una a una le prime stelle.
Miled non sa che cosa io penso in questo istante. Penso a una regina. Chi si ricorda di Be- renice, la bella sposa di Tolomeo Evergete re di Egitto, che offrì in voto la sua chioma per la salvezza dello sposo"? Quella chioma fu portata in cielo per ordine di Venere, ove divenne una costellazione; e Berenice fu chiamata la terra che o'ra noi traversiamo. Mentre io sto cosi as- sorto, Miled si volta in ascolto. Tre uomini, nella semioscurità ci seguono cautamente.
— A quest'ora, girano i ladri, mi dice piano il cavas.
Gli uomini si avvicinano, col preambolo con- sueto, augurandoci buona salute.
— Grazie tante ! — esclamo io, sferzando Vadai. Un guado ci aspetta. Se i cavalli cadono, non potremo schivare gli incogniti.
T0MIATI, Tripolitania. - - 9
ì'òO LA CHIOMA m lìKRENlCK
Ma il guado è traversato, e a poco a poco, anche il passo degli Arabi si va perdendo.
Siamo già alle saline; e nel cielo cupo splen- dono tutte le stelle.
Dove sei, o chioma lucente?
Invano ti cerco, fra le stelle silenziose che ani- mano l'oscurità dello spazio, ti cerco lassù alle porte d'Oriente, tra il Leone e la Grande Orsa.... Tu attendi ancora ad apparire, o chioma stellata; ma la tua voce palpita ancora nei cieli, come l'udì Callimaco, un temp(V.
" Io che sono raggio lucente del cielo, io fui la chioma di Berenice regina. Zefiro, cavaliere alato, mi trasse al tempio dei celesti, a imbian- care di nuova luce il mondo, e a brillare accanto alle fiamme del Leone.... Né mi piacque d'essere assunta fra gli astri, quanto mi dolse d'esser tolta dal capo di lei. che mi profumò di tanti aromi. „
Vanno i cavalli nel buio della notte, diguaz- zando nel fango.... Vadai soffia dalle narici, pun- tando gli zocixili sulle pietre molli.... ed io ac- carezzo la sua lunga criniera, cercando con gli occhi nel ciel(). la chioma luminosa di Berenice regina.
IX. IL PRIMO BIVACCO.
A bordo dell' Etrnria,, 1° febbraio.
Addio, Gebel Aklidar, addio Montagna Verde, addio Cirene, Arsinoe, Apollonia, Tolomita, Bere- nice, che dormito il sonno dei secoli sulla mam- mella della ferace LilDia, addio spiaggia salata di Bengasi, addio amici; io salto nella lancia, malgrado il mare burrascoso, perchè mi richiama a Tripoli una lieta novella: è giunto l'iradè. Ad- dio, addio!
Due arabi e due mori si curvano sul remo, e la lancia affronta le onde. Ora montiamo al cielo, ora affondiamo : siamo tutti molli d'acqua dalla testa ai piedi; e VEtraria è ancorata a un mi- glio dalla rada !
Quando arrivo a bordo, il comandante mi sa- luta con questa frase :
— Lei è un pazzo da legare; quando l'ho vi- sta montare nella lancia, mi sono voltato dal- l'altra parte, per non vederla affogare!
134 IL PRIMO BIVACCO
— Caro comandante, ho provato il piacere di riscliiare la vita: sul mare delle Sirti, bisogna giocare partite grosse, che diavolo!
Mentre arrivo io, arriva un' altra lancia, che porta un passeggiero in ritardo; ma il coman- dante è impaziente, perchè il mare minaccia il piroscafo: VEtruria dà il segnale — si parte.
Il passeggiero turco che è nella lancia, sbat- tuta come un guscio dai marosi, vuol salire a bordo ad ogni costo: si fa calare una corda, e se la lega alla vita.... Uno, due, tre: tirano la corda, ma il grosso passeggiero piomba nel- l'acqua fino all'ombelico. Allora, gli gettano una scala di corda.... ed egli si arrampica alla me- glio alla scala, e vien tratto a bordo.... Frattanto, un colpo di mare ci solleva in vista un'altra fragile barca, uno schifo, montato da tre mori, uno dei quali sta ritto a prua, strìngendo in pu- gno qualche cosa di Ijianco: è una lettera. Per quel minuscolo pezzo di carta, tre uomini giuo- cano la vita. La barca è ormai vicina, e le onde la sbattono contro i fianchi deW EtriuHa: chie- dono una corda per legare la lettera. La corda vien lanciata, e la l)arca si capovolge.... no, si rialza. Le teste dei tre mori seguono al di sopra delle spume la sorte della lettera, legata in capo alla fune, che sorvolando sulla furia delle onde, arriva d'un colpo felicemente a bordo.
Sui marosi 135
Noi partiamo, e i marosi ci nascondono le due fragili imbarcazioni.
Queste rade africane sono una sfida perenne alla salute degli uomini e delle navi. Le nazioni civili — vi pensi l'Italia! — dovrebbero inter- venire, e imporre per forza e per diritto la co- struzione dei porti. Se la Turchia non ha mezzi, peggio per lei : per conto nostro, è semplice- mente ridicolo l'aspettare. Impossibile con que- sto mare,, andare a Tripoli; filiamo lentamente su Malta: saremo a Tripoli fra una settimana. VEtruria beccheggia furiosamente, seguita da uno stormo di procellarie.
!■') febbraio. — In carovana.
Il Sultano è il più amaliile dei sovrani, perchè al mio ritorno a Ti'ipoli, mi serbò la sorpresa del suo iradè. In che cosa consiste un iradè è presto detto: è il sì o il no, che il Sultano di sua bocca proferisce, in seguito a una domanda ufficiale.
Quel sì imperialissimo fu telegrafato dal Gran Visir al Governatore, e dall'ambasciatore al con- sole : per primo fra gli italiani, io potevo dunque
136 IL PRIMO BIVACCO
salire liberamente la catena tripolitana. Quella sera, quando le truppe tm-che, dal castello arabo e dalle caserme, inviarono, come di consueto, il grido di ringraziamento al Sultano; anch'io mi rivolsi verso Stambul, e augurai al Signore dei credenti un numero quadruplo di Uri dalla chioma corvina e dalle guance d'alabastro. I.a notizia si diffuse a Tripoli come una specie di miracolo, perchè era ferma opinione del Gover- natore e degli abitanti, che fosse un privilegio liancese, di ottenere ciò che si ha il capi-ic^ùo di chiedere.
Questa volta invece, un capriccio italiano, aveva ottenuto il sorriso favorevole dell'erede dei Califfi. V'era da compiacersene, perchè ciò mo- strava nella Sublime Porta un certo buon gusto, e un desiderio di novità. Tuttavia, non crediate che l'iradè mi spalancasse tutte le porte: fin da principio cominciarono le difficoltà. Mi arresto a questi particolari, percliè sono caratteristici delle autorità turche. La mia dimanda chiedeva di visitare il Gebel Jeffren, perchè è il punto più interno della catena: chi va a Napoli, io pensavo, può arrivarvi per Civitavecchia come per Fog- gia.... perciò io intendeva di arrivare a Jeffren per Fossato, e tornarne per 1 monti del Gharian e per Imsellata. Quando comunicai al Governa- tore questo mio divisamente, egli fece distendere
Preiìarativi di partenza 137
in mia presenza una carta topografica, grande come un barracano, ove le distanze apparivano oceaniclie.... e sorridendo notò come il percorso non fosse compreso nel telegramma del Gran Visir, clie precisava la meta in Casr Jeffren. L'eloquenza di quella carta topografica era più clie ciceroniana, pei'ci(") io tacqui, pensando di risolvere poi in viaggio questa questione di strade. Mi accinsi ai preparativi di partenza, in- sieme a Gastone Terreni, che avevo scelto per compagno ed interprete. È una impressione cu- riosa e nuovM, per noi abituati a trovare ogni cosa preparata dagli altri, dai treni che ci por- tano, ai buffets che ci attendono e ai servi che ci tirano a pulimento, quella di dover allestire il necessario per un viaggio di ventura, per (juanto possa esser breve. A poco a poco, una cosa chiama l'altra.... e quando crediamo di aver finito, siamo appena al principio. Io, per esem- pio, non avrei mai pensato alle scatole di po- modoro.... Invece, nell'atto di esaminare le prov- viste, mi trovai di h'onte a una pila di scatole di conserva. Non potei trattenere una risata.
— Che ne faremo di tutto quel pomodoro?
— Per cucinare! — mi rispose il mio compa- gno di viaggio, con la sua calma abituale.
M'inchinai, trovando giusta la rifiessione, e superiore al mio, il sentimento pratico che aveva
138 IL PRIMO BIVACCO
IDresieduto alle provvigioni. In breve, le casse furono pronte, gli oggetti indispensabili acqui- stati; e non restò clie un problen:ia da risolvere, quello delle tende. Clii a Tripoli possiede delle tende da campo? Farne fabbricare a Malta signi- ficava spendere (lualche migliaio di lire e at- tendere un mese.... perciò bisognava trovarle. Chi mise a mia disposizione le tende* da campo, fu il signor Paolo ^Mlliam England, e clii le sol- levò dalla nul)e di polvere clie ancora le av- volgeva, fui'ono le sue figliuole Miss Mary e Miss Alice, clic non saranno mai cosi graziose come quel giorno, quando piene di festa, si ar- rampicarono a gettarci fra le braccia tutto il vario armamento delle tendo.
— Prendiamo dei cavalli o dei cammelli? — io chiedevo frattanto ai miei amici; e siccome tutti mi sconsigliavano il cammello, io scelsi appunto questo. Si va a cavallo anclie al Pincio, clie novità sarebbe in Tripolitania ? Tuttavia, le circostanze diedero poi ragione ai miei amici, porcile fui costretto a lasciare i cammelli, e a prendere dei cavalli, lo avevo fissato già le no- stre bestie, quando al Consolato italiano sorse una minacciosa inchiesta....
— Chi è il vostro capo carovaniere ì Noi dob- biamo sapere olii è, per essere tranciuilli sul vostro conto.
La scorta 139
Mi rassegnai a cambiare il carovaniere, in se- guito alla scelta del Consolato. Disgraziatamente, questa scelta non era senza motivo, perchè il nuovo carovaniere era di Jeffren, e doveva, per ordine del Console, condurmi a Jeffren pel più diritto cammino, e piantarmi lassù come una balla di sparto. Contemporaneamente, ({uesto stesso ordine era dato alla scorta da parte del governatore: autorità italiane e turche si lava- vano insieme le mani, e procedevano così di pieno accordo, per evitarsi noie vicendevolmente. Con questo sistema, continueremo per un buon secolo ad essere i gendarmi della Turchia. Chi si contenta, gode.
Cominciavo ad avere i nervi.... ma siccome non era mia intenzione di guastarmi il sangue, cosi la mattina della partenza, alle sei precise, io stavo aspettando allegramente la scorta e i cammelli. Ecco per prima la scorta. Un ufficiale turco, montato sopra un sottile cavallo nero, si avanza caracollando, e scende a salutarmi. Si chiama Sciokri effendi, ed è assai simpatico. Lo seguono due gendarmi, su due cavalli grigi dello stesso tipo berljcro, Ijardati a selle arabe. L'ufficiale non avrà quarant'anni; i soldati ne avranno venti a testa : in complesso la nostra spedizione è giovanile....
Ma i cammelli non si vedono!
140 IL PRiiio mvACCO
Passano le sette, le otto, le nove..,, e i cam- melli consolari non appariscono ancora. Il tempo va rannuvolandosi, con un vento freddo, poco piacevole. Alcuni ■ mi consigliano a rinviare la partenza; ma ciò eh' è deciso non si cambia; perciò ce n'andremo, anche sotto i fulmini. La gente comincia a curiosare in istrada.... quando finalmente un brontolio rauco, un rigurgito ca- denzato si fa udire.... sono i cammelli consolari! Un'altra ora per caricarli; e poi ci avviamo verso la porta della Menscia. Siamo in otto, con gli arabi : abljiamo tre cavalli e quattro cam- melli. Fuori di porta, in mezzo alla folla tripolina dei mercanti e dei venditori di pane e di pelli, die si accalcavano sui nostri passi, dò ordine agli arabi di far piegare i cammelli, per montarli.
Quest'operazione è un po' lunga.
L'arabo si avvicina al pazientissimo animale, ne percuote col suo vincastro i ginocchi, emet- tendo un grido : Cra.... era.... era.... per incitarlo a piegarsi. Di li a poco, il cammello fa udire il suo brontolio e il suo muggito, e piega lenta- mente prima i garretti, poi i ginocclii delle zampe anteriori e si ferma. Allora nuovo cra, era.... era.... e nuovi colpi alle zampe posteriori, le quali, dopo altri muggiti, si piegano aneli' esse, presentando finalmente orizzontale e praticabile la groppa gibbosa di questo struzzo quadrupede.
I cammelli 141
Io mi avvicino al bell'aiiimale : gli prendo il muso fra le mani, salutandolo come il miglior amico.... e poi mi colloco sulla groppa. Nuovi dira.... dira.... e nuove percosse, lo decidono a sollevarsi, prima sulle zampe posteriori, e poi sulle anteriori.... e allora io posso guardare il mondo da un nuovo punto di vista, la groppa di un cammello.
Gastone, con la sua carabina a tracolla, pre- ferisce di seguire a piedi per il primo tratto.... la scorta ci precede ; e io me ne vado, bersaglio del vento, su questa prora mugghiante. Semì^ra, nella pianura senza strade clie ci circonda, d'es- sere in cima a una nave senza timone. Il cam- mello fiuta il vento a destra e a sinistra, girando il suo collo arcuato, con quella indifferenza pro- fonda d'ogni vicenda dello spazio e del tempo, che gli è particolare.
Pioggia,, grandine, vento, giornate di cammino, pesi colossali, riusciranno forse a farlo mug- ghiare periodicamente, ma non ad alterare la vitrea superiorità del suo sguardo.
Anche nei vari momenti d'ira, quando diventa feroce, e si copre di bava, il suo sguardo non smarrisce quella sovrana calma, quasi inanimata, che lo rende simile all'acqua e alle rupi. Disgra- ziatamente, noi non possediamo l' imperturba- bilità del cammello; perciò il vento sferzante e
142 IL l'RIMO BIVACCO
le nubi che andavano coprendo il cielo, ci tur- bavano alquanto. Al tepore quasi estivo dei giorni precedenti,, era succeduto un freddo, su- periore a quello del gennaio, die faceva preve- dere l'imminenza dell'acqua. Quanta ne fosse venuta, tanta avremmo dovuto prenderne. Dopo aver deviato dalla via di Ghergaresli, tagliammo la pianura di Graned, verdeggiante di campi d'orzo. I cammelli alzavaiKj il muso, appena ne vedevano la luminosità trasparente, e accelera- vano l'andare, per strapparlo con avidità. Lon- tano, lontano, si delineava una fila gibbosa di groppe, che procedeva lenta e serrata : era la carovana di .leffren, partita prima di noi, per un'altra strada, quella del Masri.
Noi siamo divisi militarmente in avanguardia, fiancheggiatori e retroguardia. Uno dei zaptia, Mabruk, sul suo cavallo grigio ci precede, col cappuccio calato e il moschetto a tracolla: un altro moschetto porta a tracolla il secondo zaptia, Senussi; un altro, Gastone; e i tre arabi portano anch'essi tre lunghi fucili a pietra, avanzi glo- i-iosi d'altri tempi, custoditi con cura gelosa, di generazione in generazione. Dietro le pieghe del
1 pozzi 143
suolo, abbiamo perduto di vista la carovana di Jeffren.,.. in alto è un giuoco prodigioso di nu- vole, trascinate da un vento che inebetisce, spe- cialmente sul cammello, ove le membra deb- bono restare inerti.
Il giuoco delle nuvole lascia ogni tanto appa- rire il sole, elle accende vaste estensioni dorate. Le palme di Bumeliana sono perdute di vista.... dopo due ore, Tripoli è un ricordo: siamo in pieno deserto. Si aprono seni e golfi di morbida arena, e appariscono greggi sparsi, che lasciano minute orme sulla creta molle. Dove ci ferme- remo ì
Al primo pozzo: i pozzi sono le stazioni delle
carovane, Sciokri effendi, l'ufficiale, fischia
Mabruk, il primo zaptia, torna indietro di ga- loppo e ne raccoglie gli ordini; poi, seguito dal più giovine degli arabi, si dirige a destra, alla ricerca del pozzo.
Noi frattanto, cerchiamo con l'occhio le ondu- lazioni più prominenti del suolo, che possano ripararci dalle furie del vento: e ci arrestiamo. Gli arabi fanno piegare i cammelli, con la stessa paziente manovi*a, e aprono le reti di sparto, che tengono sospese le casse alle loro groppe. Ma- brulv intanto è di ritorno dal pozzo, insieme al- l'arabo, che porta un otre con un po' d'acqua non troppo limpida. Facciamo colazione in piedi,
144 IL PRIMO BIVACCO
beviamo un sorso di bul\a, inseparabile compa- gna dei soldati turchi, specie di acquavite che si estrae dai (ichi fermentati; e ripi-endiamo il cammino, volgendo verso l'oasi di Zanziìr. Alle quattro, siamo a Zanzùr, e proseguiamo diretta- mente per Biuddella. Durante tutto il cammino, non incontriamo che qualche piccola carovana di arabi.... Un'ombra, sopra un declivio, si alza immobile nelle pieghe del mantello bianco : è un beduino alla custodia del gregge. Si procede in fila indiana per stretti sentieri, fra declivii co- perti di lentischio:... io ho cambiato cavalcatura, Senussi è salito sul mio cammello, e io sul suo cavallo.
Respiro più largamente, e vado osservando questa terra bruna, coperta di fini erbe sotto i cespugli di lentischio o di scilla marittima: terra feconda, che attende nel più completo abbandono, i nuovi lavoratori. Qua e là s(Mntillano campi sparsi d'orzo, e mille piccole margherite, il fiore d'Italia.
Ma dal ponente, una gran nube si va levando dal mare. Noi acceleriamo il passo, avvolgendoci negli impermeai )ili.... e le prime gocce si fanno sentire, seguite da regolari sferzate d'acqua. I
Alt! 145
cavalli piegano a sinistra per evitarle.... solo i cammelli, imperturbabili, proseguono.... Il cielo è tutto una nube, e la pioggia diventa bufera. Siamo in mezzo al Ramled Sebbala, soli, come Dio ci ha mandati, a più d'un'ora da Zanzùr, e a tre ore da Biuddella, dove volevamo pernottare. Comincia a imbrunire: io mi arresto, consul- tando con lo sguardo, l'ufficiale che mi cavalca a fianco. D'improvviso, Mabruk spicca il galoppo a sinistra, stendendo il braccio verso un punto. Ha visto qualche cosa. Incappucciati e grondanti d'acqua, noi e le bestie, lo seguiamo.... e di là da una curva del suolo, si scoprono ai nostri occhi alcune tende beduine. Che cosa resta a fare, sotto l'acqua che imperversa? Scarichiamo i cammelli, e leb1)rilmente cominciamo a estrarre 1 bagagli dalle strette reti di sparto. I cammelli si ripiegano, adagiandosi a terra; i cavalli nitri- scono scrollando l'acqua, e il cane dei beduini, invaso da tutte le furie, si slancia contro di noi con un inferno di latrati; finché una sassata di Senussi non lo fa girare quattro volte su se stesso, ululando di spasimo.
Trovare le aste e impiantare l'attendamento non è cosa facile, perchè le tende di Miss Mary e di Miss Alice, non sono tende militari, ma padiglioni da campo. Nella fretta, siamo costretti a legare le corde ai cespugli più robusti. In venti
TuMUTi, Tripolitania. Id
146 IL PEIMO BIVACCO
minuti, il primo padij;lione è innalzato; casse, va- lide e coperte, portate all'asciutto. Chi non si è trovato in simili circostanze, non potrà mai lo- dare abbastanza, i vantaggi di mia tenda imper- meabile. La novità mi rende gradita la pioggia, la notte e il luogo pericoloso. Questa pianura di Sel3bala, è vicina alla via carovaniera, ed è bat- tuta dai ladri. Mentre i zaptia alzano gli altri due padiglioni, Gastone estrae le provviste, e al suono della pioggia che sferza le tende, ci rifo- ciUiamo. Tra tutti noi, orano rimasti frattanto completamente passivi i tre arabi. Il carovaniere e i due ragazzi, Mohammed e Messaud, in tanto trambusto, non fanno che quegli atti indispensa- bili, che loro vengono imposti per forza. Senza di noi, essi si sarebbero ravvolti nei loro barracani sotto la pioggia, aspettando l'alba. Tale è il loro carattere, composto di fatalismo e d'inerzia, che tanto più si conosce quanto più si pratica. Ap- pena viene accesa la lanterna nel mio padiglione, i tre arabi si accoccolano all' ingresso, guardan- doci mangiare, senza pensar nemmeno all'uso più elementare della loro razza, quello di accen- dere il fuoco.
I zaptia, per amore o per forza, vanno a pren- dere un po' d'acqua e di latte, alle tende dei Be- duini; e noi ci prepariamo a passar la notte sotto la pioggia. Gli occhi degli arabi, alla luce
Moliammed 147
della lanterna, scintillano, fissi sul pane e sul caffè. Mohammed potrebbe dirsi un tipo latino. Avrà quindici anni, un volto morbido, due gi-andi occhi femminei, e una fila formidabile di denti, che si scoprono ad ogni sorriso. La tazza di caffè che gii offriamo, lo porta al colmo della felicità. Ma ogni sentimento resta negli arabi tutto intcriore: il piacere e il dob^re non sono mai espressi in palese: la fatale tranquillità isla- mitica, sembra connaturata ormai col loro tem- peramento. Capisco che Mohammed è felice del dono, soltanto dal modo con cui beve, sorbendo rumorosamente, con gli occhi sbarrati contro la lanterna. Dove mettiamo gli arabi? Non c'è tempo d'innalzare la quarta tenda: resteranno con me e con Gastone; mentre i zaptia monte- ranno per turno la guardia.
Il silenzio è ora profondo: dal padiglione aperto, appare un lemljo di cielo, r-ischiarato dal cliia- rore lunare delle nubi. I cammelli, disposti in cerchio intorno alla nostra tenda, immolìili come rupi, ruminano, facendo udire di tratto in tratto il loro indispensabile rigurgito d'acqua. Gli arabi si raggomitolano ai nostri piedi, nei loro barra- cani bagnati : noi apriamo le stuoie, stendendovi le coperte di lana; carichiamo le nostre armi; ed ecco il mio voto esaudito: ho tre tende illu- minate, in una notte luirrascosa, in mezzo a un
148 IL PEBIO BIVACCO
paese ignoto. Non saprei desiderare nulla di me- jilio. Che cosa accadrà questa notte? potremo dormire? l'acqua- e il vento abbatteranno le tende? Tutto è incerto: di quando in quando si ode qualche latrato e il belare tremulo dei greggi beduini. Io mi perdo a contare le gocce di piog- gia, eli e lentamente battono il padiglione. Gli arabi sembrano addormentati, e Messaud che si trova ai miei piedi, va abilmente acquistando terreno, con araba pazienza, sicché io mi trovo ben presto a mezza stuoia. Nella tenda vicina a noi, Sciokri, l'ufficiale, dorme....
Gastone non si fida troppo della vigilanza dei due zaptia, e veglia, fumando la cinquantesima sigaretta; mentre Senussi, il gendarme di guar- dia, ravvolto in un barracano, si è lasciato sci- volare davanti alla nostra tenda, e dorme.... pro- fondamente.
I cavalli si scrollano ogni tanto, pestando la terra.... Questo è il primo bivacco della mia vita.
X.
TRA I BEDUINI.
16 febbraio.
Il sole è rimasto una speranza....
Quando l'alba si affaccia al mio padiglione, 1 cammelli conservano ancora la posizione di ieri, grondanti d'acqua, perchè, durante la notte, il vento e la pioggia non li hanno risparmiati. Sciokri, l'ufficiale, propone di levare le tende e di riparare a Bir Terrin, il fonduco più vicino; ma la prospettiva dell'alloggio non è troppo pia- cevole ; e poi, se la pioggia ci sorprende durante il tragitto, tutte le nostre coperte ne saranno in- trise. Io dò l'ordine di restare ; ma il vento mi- naccia le nostre tende e i cavalli soffrono: Is- sued, il cavallo nero, ha gli occhi chiusi e trema in tutto il corpo, pestando la terra. Una buona idea viene a Gastone, quella di forzare i Beduini ad alloggiarci in una delle loro tende, che es- sendo di lana di cammello e montate su so- lidi affusti, presentano una maggior sicurezza.
152 TRA I EEDTTINI
Ma i Beduini non intendono affatto di sgom- brare una tenda per noi: ieri, se non l'impone- vano i due zaptia,ci avrebbero negato anche il latte e l'acqua.
Mandiamo i soldati a parlamentare: e dopo un'energica dichiarazione di Mal>rul\', il pastore Ijcduino piega la testa, e si adatta a cedere una tenda, molto a malincuore, anclie dopo la pro- messa di un compenso.
Allora comincia il trasporto delle cose più in- dispensabili. Le nostre tende resteranno in piedi per gli arabi e per i zaptia: io, Gastone e Sciokri, passeremo nella tenda nera di pelo di cammello. Mentre sto scrivendo le mie note, ogni cosa, sotto la direzione di Gastone, è già all'ordine; e quando esco all'aperto, il trasloco è effettuato. La pianura molle dorme, fasciata di nuvole: nel loro recinto di pruni, le pecore l^ianclie e lanose, dal muso nero affilato, si addossano l'una all'altra, in attesa di nltra acqua. Dopo aver girato attorno alle prime due tende, sepa- rate fra loro da un tiro di pietra, e aver varcata una siepe di rovi, mi trovo di fronte allo mia nuova dimora.
Una tenda ijeduina può, in distanza, essere scambiata per un muccliio di carbone, e può anche non essere notata affatto, nascosta com'è a bella posta, fra le pieghe naturali del suolo, e
Le tende nere 153
fra le siepi di rovi. Sostenuta al centro da un fusto di leg-no , alto quanto la statura di un uomo, la tenda, tessuta di una fìtta maglia, si abbassa per tre lati fino a terra, abbarbicandosi a numerosi piuoli; ma lascia scoperta tutta la parte anteriore, perchè durante la notte, i pa- stori possano aver l'occhio e l'oreccliio desti ad ogni rumore. La sua costruzione è la più semplice, e la. più adatta a sfuggire gli sguardi indiscreti: — mentre l'ingresso è mascherato da un giro di siepe; attorno attorno, ai fianchi e alle spalle, una trincea di sterpi chiude gli orifici fra la tenda e il suolo; la quale, se impedisce l'ingresso furtivo degli animali e degli uomini, lascia però il vento insinuarsi piacevolmente e filtrare anche l'acqua. In queste tende nere schiacciate contro terra, donne, uomini, bambini e greggi, vivono un'esistenza promiscua e pri- mordiale, diretta dal filo di poche idee, sempre uguali da secoli.
L'unica difesa è costituita dai cani, e dal vec- chio archibugio del pastore, gelosamente rav- volto allo scatto, da uno straccio di pelle con- sunta.
L'unica occupazione è quella del gregge; e nessun' altra variante rompe mai la monotonia vegetativa di questa vita.
Una penombra pittoresca ravvolge l'interno
154 TRA T BÉDiriNI
della tenda, che è separata costantemente in due sezioni uguali, da una fila di piccoli sacchi di lana pieni d'orzo, da scialli e coperte ammucchiate, che a seconda del loro pregio, denotano lo stato più o meno ricco della famiglia. Agli angoli, non del tutto sgombrati, troviamo ora, lasciati forse per servire ai nostri usi, un largo tegame di legno, una pentola di ferro e qualche aglio verde.
Nel breve recinto, sta legato per una zampa a un pinolo, un buacciolo rossastro dal pelo ispido, cieco da un occhio, che ci guarda di sbieco: il pastore ci guarda anch'esso con cera più rasse- gnata, e il cane tace finalmente, scrollandosi di tratto in tratto. Gastone comincia i preparativi pel nostro pasto : Mabruk e Senussi accendono il fuoco — il burro si squaglia nello spirito; e il beduino ci porta una gallina, che i soldati ta- gliano a pezzi coi loro coltelli. Mi trovo in mezzo alla vita elementare: un 1)eduino munge per noi una vacca fulva.... e un rumore cadenzato come una marcia militare, si fa udire senza tregua: sono le donne, che estraggono il burro dal latte, col metodo arabo. Un otre di pelle viene riempito col latte delle capre; e, afferrato da due donne alle estremità, viene agitato con un ritmo eguale e fragoroso, finché non sia coagulato. Il burro che ne risulta, è dolce e freschissimo.
Mentre la gallina, squartata militarmente, bolle
Erdè. rosfii e azzurri 155
nel burro, si ode di lontano il belare dei greggi portati alla pastura; e dietro' le siepi di rovi, appariscono e spariscono gli erdè rossi e azzurri delle donne, che lanciano verso di noi uno sguardo curioso, adombrato tosto fra le pieghe del loro mantello di cotone. Le beduine menano una vita assai più libera delle arabe di città. Quando il padre le dà in isposa, aggiunge queste parole sacramentali: -^ " Te la dò in isposa, come figlia di bosco „ — il che vuol dire clie non può accer- tarne la verginità.
Mentre le pecore sono alla pastura, gli agnelli restano fra le siepi e le tende, e vanno saltel- lando qua e là per brucare i fiori gialli dei pruni, richiamati o afferrati dalle donne, che passano rapidamente, con quella eleganza naturale di ge- sto e di andatura, che anche in queste parti remote, è caratteristica delle donne arabe. La igrande arte araba, la grazia, non si smentisce neppure in tre povere capanne abbandonate. Non crediate però che la reclusione abbia cessato di persistere; quando io voglio uscire dalla tenda, il beduino mi segue, perchè non varchi gli altri recinti; e appena passa una delle donne, spia subito con diffidenza, i nostri sguardi.
Il trovarsi senza idee importune, senza di- sturbo alcuno, in mezzo alle bestie; il dover pensare soltanto a difendersi dalla fame e dal
156 TEA I BEDUINI
freddo, è per noi, razze troppo raffinate, un pia- cere e un ristoro. Il clima non è davvero afri- cano: abbiamo freddo anche ravvolti nelle co- perte: un'aria umida e pungente strappa faville dal fuoco, intorno a cui i zaptia asciugano le selle arabe vai-iopinte.
Sciolvri riposa, sdraiato sulle stuoie; io faccio esercizio di arabo con Gastone, che lo parla in- superabilmente; e getto di quando in quando uno sguardo soddisfatto sulle nostre bestie, clie divorano avidamente l'orzo e l'erba.
Issued ora sta bene, ha scacciato il freddo e lia il pelo ravviato e lucido: i cammelli riposano a terra, col muso immobile, arrotando i denti, e sbadigliandomi in faccia.
Dalla tenda attigua, viene un altro rumore monotono, quello della macina da grano, un di- sco di pietra, che girato dalle donne incessante- mente, fa le veci di mulino.
— Si parte o si resta? — .mi vengono a chie- dere Gastone e Sciokri.
— Aspettiamo le tre ; se sarà sereno, leveremo il campo.
Alle tre, ricomincia a piovere, e decidiamo di restare fino a sei'a. A poco a poco, dopo il me- riggio, cala anclie il tramonto, sulla pianura de- serta e umida, un tramonto grigio, clie ci regala subito dopo cena, l'oscurità. Usciamo per prò-
Notte 157
leggere i varii lati della tenda dal freddo, che è intenso: e con nostra sorpresa, troviamo parte del cielo stellato, e un debole chiarore di luna.
Accanto a noi, i zaptia hanno acceso un alle- gro fuoco, che crepita e divampa. I cavalli pa- scolano ancora al lume di luna; il buacciolo dorme con le corna tra i pruni, accanto alle no- stre stuoie: dalla tenda attigua dei pastori, si alza un alto fuoco; e più lontano, davanti al- l'attendamento di ieri, clie aljbiamo ceduto agli arabi, un terzo fuoco illumina le figure bianclie di Mohammed e di Messaud, clie parlano fra loro. Nell'intervallo che ci separa, è una bian- chezza silenziosa di lane: tutte le pecore, ritor- nate dal pascolo, sono là immobili come pietre, nel loro recinto di rovi. Dalla tenda dei pastori, giunge il pianto del bambino lattante. Ci arre- stiamo, attoniti, di fronte a questa scena divi- namente semplice della vita. Siamo trasportati fra i re Magi, nella notte di Natale; e le parole arabe delle donne, che di quando in quando rompono il silenzio, sembrano un'eco lontana della dolce voce di Nostra Signora.
Mentre ci disponiamo al riposo, un suono di canne sorge dalla tenda vicina: il beduino suona una nenia uguale e sommessa, sul suo piccolo strumento a canne, clie si chiama jsammara. I due zaptia lo accompagnano, battendo in misura
158 TRA I BEDUINI
sopra un cembalo improvvisato. Siamo ormai diventati amici , un po' per amore , un po' per forza. Tutte le arnii riposano dimenticate: il mio revolver donne sotto il letto, e i fucili giacciono in un angolo, legati, con le cartucciere appese a una fune.
— Imshallah! (nel nome di Dio!) — dice Scio- Ivri, l'ufficiale turco.
— Imshallali! — rispondo io, ravvolgendomi nelle coperte. — E ci addormentiamo.
17 febbraio.
Il cielo è più sgombro al riostro levarci, sic- cliè decidiamo di partii-e. In un batter d'occhio, tende, coperte, casse, tutto è caricato; e salu- tate le nostre capanne, riprendiamo il cammino, traverso la pianura ugualmente verde, ondulata. I due zaptia parlano di un pìccolo incidente av- venuto durante la notte. Fui risvegliato dalla voce loro e da quella dell'ufficiale. Sciolsri era balzato in piedi, Ijrandendo la carabina e slan- ciandosi fuori.
Mentre mi disponevo a seguirlo, le voci si erano già calmate, e dei passi si udivano allon- tanarsi in distanza....
Bir Terrin 159
— Chi era? — domandai a Sciokri che rientrava.
— Haramye.... i ladri....
Era stata una visita di venturieri notturni, messi in fuga dalla presenza dei zaptia. Clii pernotta presso le vie carovaniere, riceve spesso di queste visite.
Siamo ora rivolti al fonduco, che prende il nome da un pozzo romano, detto dagli Arabi Bir Terrin. Le vie sono designate dall' avvicen- darsi dei pozzi; e i pozzi sono tuttora quali fu- rono costruiti da Roma. Dopo tre orò di cam- mino, arriviamo a uno spiazzo spoglio d'erba, d'argilla chiara, appena appena rasciugata dalle piogge. La presenza del pozzo ci è rivelata da alcune beduine, che stanno curve ad attingerne l'acqua, e dai tronchi incavati di palme, desti- nati ad abbeveratoio.
L'imboccatura del pozzo è rasente terra: l'orlo e tutto il cavo interno, sono rivestiti di pietra viva, murata regolarmente, fino al livello del- l'acqua, che è profondo varii metri.
Le pietre azzurre dell' orlo e del cavo, sono incise da profondi solchi, entro i quali scivo- lano le corde, per calar nell'acqua il secchio di pelle.
Cotesti solchi della pietra viva, sono la paziente opera secolare delle corde beduine, sull'immo- bile opera romana.
160 TEA I BEDUINI
Una beduina, stringendo fra i denti le pieghe dell' erdè, per non mostrarci il volto, afferra a due mani il capo della fune, e spicca la corsa con le snelle gambe di rame, mentre un' altra afferra a metà la corda.... Corrono via insieme, gridando a ripresa lenta:
— Leisa — leisa — leisa!...
Il grido monotono si perde nella solitudine si- lenziosa.... il secchio di pelle traboccante d'acqua arriva all'orlo del pozzo, ed è estratto da una terza beduina, che lo riversa, d'un getto, nei tron- chi scavati di palma, per abbeverai'e i nostri cavalli.
— Leisa — leisa — leisa!
Questo gi'ido, lungo, paziente, da secoli, mism'a la calata delle corde negli antichi pozzi, scavati dalle legioni romane. Dopo avere dissetati i ca- valli, ci ai'restianio al fi >nduco, composto di tre vani scavati nella ci*eta, destinato ad albergo pei viandanti. Il sole è finalmente comparso, per eclissarsi presto, durante il tragitto da Bir Terrin a Bir Gedid, altro pozzo romano, che ne dista tre ore di marcjia.
Continua il vento freddo di ponente, che fa volare le lunghe code dei cavalli. Le piogge hanno tracciato sulla terra innumerabili solchi, tra i cespugli di lentischio e di pruni, che rive- stono le ondulazioni del suo1<ì, interrotti qua e
Éir Gedid ini
là, da luminosi campi d'orzo. Senussi, il zaptia relegato sul mio cammello, inganna il tempo can- tando canzoni arabe insieme a Messaud, accom- pagnandosi col batter delle mani. Dopo un'ora da Bir Gedid, vediamo profilarsi il cono di Moham- mara, e più lontano, la curva azzurrognola del Gebel, una lenta catena di gioghi, da mare a mare.
La pianura è sempre verde e deserta. Dopo qualche ora di cammino, mandiamo Mabruk a chiedere del leben a una capanna di beduini. Il leben è il siero che resta dal latte, dopo averne estratto il burro, e forma la principale bevanda dei beduini, clie non adoperano Yalib o latte, altro che per coagularlo. Una sinfonia di latrati accoglie, come al solito, il galoppo di^Mabruk; ma di lì a poco, lo vediamo tornare al passo, seguito da un pastore che porta in alto sul bracjcio, il vaso di creta contenente il leben. Portiamo alle lab- bra con voluttà la piccola anfora rossastra, in- ghiottendo a lunghi sorsi il liquido agro e dis- setante. Segnaliamo poi un altro pozzo romano, El Gemmai....: cavalli e cammelli proseguono di buon passo vers(ì il cono di Mohammara, che si fa sempre più prossimo.
Due cose arrestano la mia attenzione durante il tragitto: la sosta dell'arabo errante, e il ma- rabuto del deserto.
Avevo spinto il cavallo verso una breve siepe
Tdmiati, Tripolitania. U
162 TRA I BEDtJIKl
di rovi, fatta a semicerchio, credendo di trovarvi qualche lepre o qualche serpe, quando invece, chiuso fra i rovi, si presentò ai miei occhi un cammello, sdraiato solennemente accanto a un arabo, che fumava con. le gambe incrociate, senza darsi pena delle gocce di pioggia, che di quando in quando lo accarezzavano.
— Salem'alili ! (Salute su te !) — disse l'arabo, alzando tranquillamente la testa.
— Ali kum salem! — risp(3si io, ammirando la sua serenità olimpica.
Di lì a poco cominciò a piovere; e voltandomi indietro, vedevo l'arabo sempre immobile, con le gambe incrociate, accanto al suo cammello. Aspettava la notte e l'alba.
Presso a Mohammara, i nostri arabi si stac- carono da noi, avvicinandosi a un roveto, clie inalberava sui suoi rami una quantità di pez- zetti di straccio d'ogni colore, e una banderuola gialla e rossa.
Era quella la tomba di un santo, di un m;u*a- buto; ed ogni fedele clie vi passava, doveva farne il giro tre volte, e lasciarvi in voto un pezzetto di cencio. Così fecero i nostri carova- nieri, mentre noi attendevamo sotto la pioggia il ritorno di Mabruk, mandato da Sciol^ri a par- lamentare coi Beduini di Mohammara.
Tre file di tende nere si adagiavano sul ver-
Mnhammara 16B
sante di Mohammara, formando un piccolo vil- laggio, detto Magerret El' Nosof.
Calava la sera, e noi, stanchi del cammino, aspettavamo il ritorno di Mabrul^, non senza impazienza. Ecco finalmente spuntare i bottoni dorati del zaptia, e il cavallo grigio a gran ga- loppo: i Beduini ci accordano ospitalità, e noi ci dirigiamo verso le tende, incalzati da un vento incessante. Il nostro arrivo porta un certo scom- piglio; ma già una tenda è sgomI)rata e coperta di stuoie. Io faccio atto di entrare, ma il capo del villaggio, mi avverte col gesto di attendere: infatti, una donna viene con un ricco tappeto di Damasco e lo distende sulle stuoie : allora mi è accordato l'ingresso. Questa tribù, detta dei Ruscifanna, è assai più ricca, e la sua ospi- talità non vuole ricambio. Bisogna però accet- tarla senza riserve, dall'alloggio al vitto, non mangiando che ciò che porteranno al m(ìmento destinato. Malgrado la fame, è necessario atten- dere, sdraiati sul tappeto e sulle stuoie. I zaptia rizzano davanti a noi un'altra tenda, che servirà di baluardo notturno e chiuderà il campo: in- torno a me, a Gastone e a Sciokri, siede sulle gambe incrociate, un circolo d'arabi taciturni, con gli occhi fìssi sulla vecchia donna, clie scava al centro del circolo il focolare. Terminata que- sta operazione di rito, un fascio di sterpi viene
164 TEA T P.F.DUTNTI
gettato nella buca, e presto un guizzo di fiamma rischiara la cerchia fantastica dei nostri ospiti. Sono vecchi e giovani, tutti egualmente calmi e silenziosi, persuasi clie il guardare è già un'ope- razione abbastanza faticosa. L'indolenza di que- sta razza è inalterabile: ogni lavoro viene affi- dato alle donne, dal pascolare le gregge, agli ali- menti: l'uomo reputa ignobile la fatica, e quando Ila tabncco, siede con la sigaretta fra le labbra, meditando sulla fatalità delle cose.
Mi guardano tutti con curiosità e con rispetto, perchè io passo ai loro occhi per un bey turco, clie si reca a salutare il governatore dei Gebel; e accettano le sigarette che offro loro, con gesti di devota gratitudine.
Dopo un'ora e mezzo di questo grave consesso, mi rivolgo a Gastone, dicendogli clie ho fame, e che bisogna mangiare ad ogni costo.
— Impossil)ile, — risponde Gastone con calma: — li vedrebbe sconcertati e offesi.... e potrebbero nuocere.
Mi rassegno, e aspettiamo un'altra ora. Final- mente, suir ombra del cielo si disegnano tre figure di beduini, ravvolti nelle pieghe dei loro mantelli, recanti in alto sul braccio, tre enormi vassoi di legno.
È il nostro ])asto. Con ym timore indicibile, io getto gli occhi sul vassoio, appena è deposto in
La cloida 165
mezzo a noi: tutto il cavo del vasto tegame è rivestito di riso cotto nel burro arabo; al cen- tro, giacciono molti pezzi d'agnello, cotti nello stesso burro liquido, e sei uova sode disposte a cerchio. Respiriamo : è la doicla, il meno male che possa capitarci. Allora, due arabi si avvici- nano a noi, l'uno con un vassoio di legno, l'al- tro con un'anfora d'acqua, per lavarci le mani; così purificati, possiamo attaccare il riso e l'a- gnello. Le nostre sei mani si tuffano periodica- mente nel tegame, asportandone il cibo untuoso ma saporito; mentre gli arabi silenziosamente osservano se noi facciamo onore al pasto. Ci di- chiariamo soddisfatti; e allora, nuova acqua alle mani, e il tegame passa agli arabi. Dopo il cibo, è la volta del the ; e qui l'operazione diventa ar- tistica. Fare il the, è per un beduino il più gran piacere della sua vita. Essi adoperano il the verde; ma questa sera accettano il nostro.
Il capo del villaggio, seguito dagli sguardi re- ligiosi degli altri, comincia a esporre alle fiamme la theiera, tenendola sollevata con la mano, finché l'acqua bolle; poi vi getta tlie e zucchero, espo- nendola di nuovo alla fiamma; e disposti in circolo sei piccoli bicchieri da the, indispensa- bili compagni degli Arabi, comincia a versare. Dopo averli riempiti, li riversa nuovamente nella theiera, per cinque o sei volte di fila, sempre
166 TRA 1 BEDUINI
con la stessa solennità, seguito dagli sguardi ri- spettosi degli astanti. Quando finalmente arriva il momento di l^ere, un rumoroso assorbimento attesta quanto sia gradita la bevanda. E non pos- siamo dar loro torto: a paragone della nostra decozione da salotto, il tlie arabo è molto più sa- porito. Cotesta operazione si ripete più volte, ag- giungendo sempre tlie e zuccliero.... così conti- nuerebbero fino alla mattina, se noi non dessimo segno d'essere stanclii e di voler riposare.
A malincuore, i beduini a uno a uno si stac- cano dal fuoco e ci salutano; mentre i zaptia ci aiutano a disporre ogni cosa per la notte. Gli ultimi bagliori del fuoco ci chiudono le pal- pebre; e ravvolti dalla testa ai piedi nelle co- perte, mentre il vento romba intorno alle ca- panne, siamo presi dal sonno.
La stanchezza ha ragione sul freddo e sul duro letto.... una sola volta mi sveglio.... e libe- rando la testa dal burnus, vedo una scena me- ravigliosa.
Tutta la tenda è invasa dalla luna e dalle capre. Ne ho ai piedi e alla testa, bianclie e nere, ravvolte da un umido chiarore di luna, che si diffonde nella penombra della tenda, come il ri- verbero di un altro mondo, e mi fa credere più ad un sogno che ad una notte della mia vita.
XI.
IL NIDO DELL'AQUILA.
17-20 febbraio.
Questa vita nuova di fatica e di disagi, mi inebbria, malgrado la stagione perversa clie ci perseguita. La nostra partenza dai Ruscifanna, è accompagnata da un cielo piovoso, clie fa pre- vedere una scarica non lontana. Oggi ho la- sciato il cavallo a Senussi, per compensarlo delle giornate di cammello ; e cammino a piedi, pensando che a Jeffren mi fornirò di cavalli, a qualunque prezzo e a qualunque costo. Deviamo dalla via carovaniera, traversando la brugliiera. Le rovine del castello di Mohammara sulla punta del cono, vanno a poco a poco allontanandosi. Il terreno perde le ondulazioni e interrompe il verde dei lentischi e dei pruni, con maccliie di roveti, disseccati e grigi come vecchie capi- gliature. Jeffren è laggiù nelle nuvole: siamo appena a metà strada. Si cammina in silenzio, non udendo clie il dondolio metallico della lan-
170 IL NIDO dell'aquila
terna, appesa alle reti dei cammelli. Ma il peri- colo è in alto, nelle nubi, clie si accavallano e si protendono da ogni parte.... Dopo due ore, l'ac- qua si rovescia a torrenti. Ci gettiamo a corsa traverso la pianura deserta, cercando inutilmente qualche riparo, sferzando cavalli e cammelli, sotto quell'acqua implacabile. Io ho perduto il cappuccio dell' impermeabile, e mi ravvolgo la testa con la coperta delle mezzelune. Le mac- chie nerastre dei rovi ci danno a volte l'illu- sione di una tenda; ma il miraggio si dilegua l3en presto, per lanciarci a nuova corsa dispe- rata. Dopo un tempo, che non lio pensato a cal- colare, Mabruk riesce a scoprire una tana di sterpi e di creta, un piccolo fonduco, detto Gliat- tara, clie noi salutiamo come un paradiso ter- restre.
Dalle tende vicine, un vecchio arabo accorre, portando nella tana stuoie e coperte, con festosa allegria; noi entriamo, ed egli accende il fuoco intorno a cui ci stringiamo più o meno ba- gnati.
Il vecchio chiede a Mabrulv, se io sono un ispettore turco dei dazi.... e il zaptia si affretta a rispondere negativamente, per risparmiarci un'ac- coglienza tempestosa. I beduini nomadi della pia- nura, sono ancora esenti dalle imposte; ma in questo tempo appunto, le autorità turche mirano
Verso il Gebel 171
a sottometterli alla contribuzione: perciò non vi potrebbe essere per il nostro ospite personaggio più nefasto.
Dal pertugio della tana rivestita di paglia, ove filtrano le gocce di pioggia, noi spiamo intanto il cielo, che il vento va spazzando dalle nubi.
Verso le due, il sole appare d' improvviso, strappandoci un grido di gioia. Partiamo felici, come se ci fosse sopraggiunta un' incalcolabile fortuna: gli arabi e i zaptia cantano insieme; e procediamo così verso la catena del Gebel, che si fa più distinta, lasciandoci vedere le cime del Gharian tutte coperte di neve. Il Gebel, come un perfetto anfiteatro, svariato di picclii e giogaie dal mare di Zuara a quello di Khoms, clnude la pianura, che si stende alle sue falde per migliaia di chilometri quadrati. Camminiamo già da quat- tro giorni, e tranne la breve zona di arene mo- bili che va dal Masri a Buslim, non ho trovato che terra l^runa, coperta di erbe verdi, di pruni fioriti, di lentìschi, di saggina, e di campi nomadi d' orzo e grano. La fertilità naturale di questi piani è rivelata dall'orzo e dal grano, che cre- scono e vegetano senza nessuna cultura né ir- rigazione, grazie all'umidità costante del sotto- suolo.
Sono impaziente di percorrere anche la zona orientale, che vorrei traversare al ritorno, per
172 IL NiiKj dell'aquila
avere un'idea esatta dell'estensione fertile e di quella sabbiosa. Gin dice sabbiosa, adopera un termine improprio, perchè le sabbie qui non esi- stono ; e lo stesso territorio dal Masri a Buslim non lia un grano di sabbia arida, ma è costi- tuito da argilla, non trattenuta dalla vegetazione, e polverizzata dai venti di ponente. La prova ne è che in quella zona crescono voluminose cu- curbitacee e ortaggi; perciò una rinnovata cul- tura potrebbe rigenerare anche le arene mobili, che cingono le oasi marittime, come un nastro sottile.
Alla sesta ora da Ghattara, stiamo per toccare le prime falde del Gebel. Nella corsa di stamane avendo perduto i guanti, mi accade di trovarmi con le mani gelate, cosa non preveduta, in Tri- politania.... Il bravo Senussi ha ripreso il cam- mello, e gareggia alla corsa con Gastone: li pre- cedo con Sciokri e Mabruk, mentre gii arabi, inalterabili, ci seguono a piedi, muovendo avanti e indietro da quattro giorni, i loro stinchi neri e sottili. Al tramonto, siamo arrivati; e l'ufficiale mi si avvicina, gridando:
— Imshallah! Gebel! Se Dio vuole, il Gebel!
Stabiliamo di pernottare nel campo beduino, che si adagia mollemente sotto l'ala della mon- tagna. Mabrulv, dopo il solito parlamento, ci av- verte che possiamo avanzarci. In fretta, le donne
TmfihaUah! ' 17B
escono dalla tenda, che è messa a nostra dispo- sizione; e noi ci gettiamo a terra addirittura spossati, piegando con un senso di indefinibile ristoro la scliiena, sotto la tenda bassa, dove il vento circola, gelandoci il sangue.
La cerimonia consueta si ripete anche qui : una donna prende il falcetto, piega le ginoccliia davanti a noi, e scava in terra la buca pel fuoco ; crepita ben presto la fiamma, e la corona silen- ziosa e solenne dei beduini, si stabilisce fino a notte intorno alla tenda. Uno di essi, vedendomi preso dal freddo, mi offre un pesante burnus di lana bianca, che infilo dalla testa ai piedi, tra l'approvazione degli ospiti, che mi guardano, esclamando :
— Bai, bai ! Arab ! (Bene, bene ! araldo).
Anche»' qui dobljiamo attendere il pasto: que- sta tribù clie ci ha accolto, è composta di Tuni- sini emigrati dopo l'occupazione francese: mano di banditi, dai volti barbuti e scarni, con ocelli lampeggianti. Il pasto che ci offrono è il ftirat, scliiacciate di grano e burro liquido. Gastone e Sciokri tuffano coraggiosamente le stiacciate nel liquido; io con minore entusiasmo; ma i beduini curvi in cerchio intorno a me, insi- stono e vegliano perchè io intinga. Inutile pen- sare a contraddirli: sarebbe un'offesa. Dopo di noi, il vassoio passa ai zaptia. Gastone frattanto.
174 IL Nino dell'aquila
per compensarci del magro cibo, ci prepara un cioccolatte fumante, clie viene guardato sospet- tosamente dai nostri ospiti.
Le sigarette e Varab dai, il the arabo, pro- lungano il circolo, finché le stelle sono chiare.
Malgrado ogni precauzione, il vento penetra da ogni lato: ci addormentiamo coi piedi gelati. Di li a poco, siamo svegliati da un clamore e colpi d'arma da fuoco. Alcuni lupi erano passati di corsa, involando dei capretti; e i beduini li in- seguivano. Al lume di luna, nella notte gelata, era un agitarsi di forme bianclie, clie tendevano le braccia e i vecchi archibugi, verso gli mifratti della montagna....
Qui ove sorgono le tende, il paese si no- mina Tesimraiet, che vuol dire: riverì >ero d'uno specchio.
La montagna! Finalmente la monotona tra- versata dei piani si trasforma in ascensione. Non più la pianura uguale, insensibile, ma gole ver- deggianti e rupestri, che lasciano scorgere ric- che vene di marmo l)ianco striato, e gli scalei degli antichi oliveti. Tutti questi declivi erano un tempo coltivati a ulivo, al)bandonati ora, ma verdi di vegetazione spontanea.
tJadi Eihd ' 11 r,
L'ascesa da Tesimraiet dura due ore; e d'im- provviso, cominciano a spalancarsi magnificile vallate a perdita d'occhio: abbiamo raggiunto l'altipiano. Valli e montagne fanno pensare alle catene più verdi d' Italia; ma le estensioni sono più vaste, e le ricchezze del suolo vergini an- cora. Troviamo lungo la via, tracce di marmo statuario, di asfalto, di quarzo.... ma non un grido, non un uomo, durante sei ore di cammino. Alla prima sosta soltanto, in vista del villaggio aereo di Tarbia, una voce estranea rompe il si- lenzio : una voce tremula, una figura accasciata, ravvolta in un mantello di cotone giallo e rosso: la vecchia madre del carovaniere, che è ve- nuta incontro al figlio, portandogli in dono un sacchetto di fichi secchi. Facciamo salire la vec- chia madre sopra un cammello, e riprendiamo la strada, costeggiando le rive pittoresche del- rUadi Ethel, dal largo letto, su cui stendono i rami qua e là, olivi inselvatichiti dai secoli, ul- timi rampolli di antiche piantagioni romane. Il cielo è sempre battuto da frotte di nubi e di corvi, grandi come aquile. Dopo tre ore di cam- mino, sui poggi si vede sorgere qualche figura vagante, bianca o azzurra o rossa.... e a valle si notano campi d'orzo e palme novelle. Ci avvi- ciniamo alle montagne di Jeffren; e dopo aver traversato il letto dell'Uadi, ci accingiamo a sa-
176 IL NIDO dell'aquila
lire la costa dirupata, che nasconde i villaggi. L'ascesa è ardua; dobbiamo farla a piedi, gua- dagnando il sentiero, che serpeggia bizzarra- mente fra i massi del monte. A grado a grado, sorprendiamo terrazzi coltivati a palma e orzo, e grotte di creta, ove gli indigeni continuano la millenaria vita dei trogloditi. Verso la cima, la terra comincia a coprirsi di tappeti morbidi di grano, ai piedi di olivi giganteschi, che mi strap- pano gridi d'ammirazione. Tra il grano verde e i tronchi centenariì, sorprendiamo candide mac- cliie di neve, che svegliano la nostra sete. Mor- diamo la neve, e ci volgiamo indietro a misurare la strada percorsa. E allora, uno spettacolo mae- stoso, la visione di un' Umbria dieci volte più vasta, di una Toscana più verdeggiante, sorge davanti a noi: giogaie e valli, inseguentisi a per- dita d'occhio, ove la mano dell'uomo è da secoli ignota, ove il suolo custodisce tesori ancora sco- nosciuti. Avanti ancora! Dol)biamo ancora girare la cima. Gamminiam(ì ora su tappeti floridi di grano, fra ulivi cupi e solenni ; e sono muto per la meraviglia, non credendo a me stesso che tale regione della terra sia rimasta reclusa da noi pei' tanti anni. Io saluto oggi col cuore gonfio di gioia, una delle regioni più belle e più ricche della terra, che nel suo antico silenzio sembra invocare un popolo ardente di dominatori. Rin-
'Perra promessa 177
grazio Dio, d'essere il primo italiano a cui fu concesso di penetrare questa seconda Italia, e di baciarne il suolo benedetto dai favori celesti.
22 febbraio. Jeffren.
Le vicende della vita sono bizzarre. Mi trovo questa notte a guardare la luce della luna, tra- verso le grate di un harem, sopra un letto co- perto di variopinti tessuti araldi, con una leggiera felDbre addosso, prodotta dall'umidità assorbita nelle notti scorse. Siamo ospiti di S. E. il Mutes- saref di Jeffren, nel castello turco, che si annida a ottocento metri sulla pianura africana. Il ca- stello rozzo, imbastito di terra, di calce, e di una strage di olivi; la porta archiacuta, la torre mas- siccia; l'aspetto di questi villaggi fossilizzati in cima alla montagna; la vita della guarnigione e del governatore, tutto mi fa credere d'essere bal- zato in pieno medioevo. I soldati turchi che mon- tano la guardia, scendono e salgono da cavallo nella corte o giuocano a carte nelle stanze a ter- reno, presentano la cera di bravi, custodi di un vecchio maniero, ove tutto, dalle provvigioni alla giustizia, si trova concentrato. Durante il giorno,
TiTMiATi, Tripolitania. 12
178 IL NIDO dell'aquila
è un via vai di indigeni, uomini e donne, per le scale e i corridoi a sghimbescio, che vengono a chiedere o ad appellare, a contendere o a pagare il tributo. Una sonnolenza esteriore e un mal- contento segreto, è impresso sulle figure bianche accoccolate sugli scalini o lungo 1 muri, ove circola incessante la romba del vento dell'ovest. Il castello è quasi a picco, sopra uno dei poggi più alti e nudi, e la sua i)orta archiacuta si spa- lanca sopra una pianura infinita dì colore fulvo verdastro, solcata da oml^re e ombre di nuvole, che vi spaziano come sul mare.
Quella pianura conduce diritto a Zuara e al mare : i due promontorii che vi si accampano, fiancheggiando a larga distanza il castello, na- scondono a oriente Tripoli, Gliadames ad occi- dente; mentre a sud corrono a salti erculei fino al Fczzan. Alla luce chiara della luna, questa marea di montagne piatte, dilata lo spirito a una calma solenne, all'attesa di qualche spettacolo primordiale, a una cavalcata di titani, inseguen- tisi quassù fin dalle estreme radici dell'Atlante. Questa grande catena del Gebel è, come quella di Tunisia, figlia dello stesso Derer o Atlante ma- rocchino, che striscia, come un l)oa dalle groppe voluminose fino alla grande Sirte. La posizione di Jeffren è perciò fortissima dal lato della di- fesa, e renderebbe una concentrazione di truppe
Jefren 179
SU queste alture, una sfida pericolosa per qua- lunque nemico. Jeffren ebbe la sua aquila sel- vaggia or fa mezzo secolo, nel terribile Gliuma, l'eroe berbero, che potè coi suoi pochi, resistere per varii anni all'occupazione turca.
Ancora, negli occhi dei vecchi indigeni, risorge l'ombra della sua figura, appena ne venga pro- nunziato il nome.... simile a quella di un'aquila, snidata d'improvviso dalle pendici irte di Kukla.
Restano ancora nelle mani dei nipoti, i vecchi fucili di quel pugno di selvaggi eroi; e restano in cima a un picco Ijattuto dai lupi e dai corvi, le rovine della fortezza, ove Ghuma aveva il suo nido. Il nipote di Glmma vive ancora in uno di questi numerosi villaggi, menando una vita ran- dagia di rapine e di stenti, simile a quei lupi rossastri dagli occhi di bragia, che involano ogni notte qualche capra ai pastori, e qualche gazzella alle coste dirupate di Rabda.
Anche là dove Ghuma aveva il suo ritiro, era una fortezza romana; e sui poggi più elevati sono ancora gli avanzi dei traguardi romani, scolte e fari aerei, che tramandavano da un picco all'altro, i segnali del vigile dominio dei no- stri padri. E dovunque gira lo sguardo, si ar- resta sulle capigliature cupe degli olivi mille- narii, avanzi dell'antica cultura romana, che sollevano i tronchi tre o quattro volte squar-
180 ih NIDO DELL'AQUitiA
ciati , sulla base di pietre , secondo l' usanza italica.
Solcati dal fulmine, corrosi dalle acque pio- vane, cigolanti come navi arrembate, questi su- perbi figli di Roma, allargano le braccia nodose e il fogliame di velluto, sulla terra che ora ri- copre le ossa dei loro seminatori.
Ai loro piedi, l' indigeno getta qualche pugno di grano o pianta qualche tralcio di vite, con in- differente indolenza; e per la virtù di questo suolo, il tralcio si trasforma in grappolo colos- sale, e il seme in abbondante raccolto. Il gover- natore stesso mi celebrava la fecondità della terra del Gebel, e mi offriva le grosse olive di Kukla, compiacendosi dello stupore clie leggeva nel mio sguardo. Il cielo allontani il presagio, che io ve- devo sorgere come una nube, là dalla parte di Tunisi !...
Se la Francia accampa ora pretese mal celate sopra Ghadames, non pretenderà un giorno di occupare anche il Gebel, come ramo dello stesso Atlante ?
Che cosa è un confine ipotetico, che nessuna truppa difende, di fronte a una nazione avida di dominio?
Quassù abbiamo saputo dagli indigeni, che ini esploratore francese parlò a lungo col nipote di Ghuma, e clie più volte vennero offerti dalla
Nìibi da Timisi 181
Francia a quel brigante fucili e danaro, affincliò egli potesse suscitare torbidi nel Gebel e alla frontiera. Di tali mezzi si vale, a nostra insaputa, la Francia: il nostro sonno puerile non merita altro che simili sorprese.
Salendo a gran galoppo al castello di Jeffren, in groppa a una polledra storna del Kaimakan di Fossato, io sentivo tutta la mia superbia ita- lica divampare, insieme a uno stupore profondo. Io mi cliiedevo come noi, pieni di tante irrom-' penti energie, siamo stati finora governati e di- retti così miseramente. Se un governo e un uomo avessero battuto all'unisono con la volontà ta- citurna della nazione, a quest'ora la nostra ban- diera sventolerebbe da Cartagine a Cirene; e le nostre fanfare farebbero risonare i solenni tra- monti del Gebel.
Invece, all' ingresso di questo castello, mi pre- sentano ora le armi i soldati turchi: e io sono ospite qui, ove dalle piante alle pietre, tutto ce- lebra il dominio di Roma.
XII.
R U M ì A.
23 febbraio, Jeffren.
Notti di Jeffren, quante volte dovrò ripensarvi nel vario corso della vita! Non vidi mai splen- dere cosi luminosa la stella di Venere, nel cielo senza luna. Nelle brevi uscite, a notte, quando tutte le cime sono addormentate e il castello non dà segno di vita.... unica, folgorante, contro la porta bassa e ferrea del castello, mi balza per gli occhi fin dentro al cuore, la stella azzurra, la più bella del cielo, vibrante come una pupilla divina sull'orizzonte sconfinato. Le costellazioni lontane, erranti nello spazio, sembrano più pros- sime a noi e più famigliari, quanto più ignota è la terra da cui le contempliamo. Orione e le Pleiadi, il Leone, l'Orsa, si svolgono animosa- mente neir immensità del cielo, uniche creature della solitudine.... e la vita appare un dono mi- racoloso, di cui ignoriamo l'origine e i dee lini. Tutte le immagini offerte dalla terra sembrano
18t) RUMÌA
voler gareggiare in grandezza con gli astri, dalle rovine, alle piante, alle caverne. Ormai vuote di abitatori, si affondano come pupille cieche sui fianchi dei monti, le caverne dei trogloditi, sca- vate nella viva pietra.... e le stelle del cielo sono le fiaccole del loro mistero primordiale. Che cosa è tuttavia mutato? Ben poco a dir vero. Oggi, fra le cadenti muraglie di sassi del villaggio di Tagerbust, ho trovato una famiglia, abitante an- cora in una caverna, ove le pareti erano nere pel fumo di migliaia d'anni, e i giacigli erano tronchi scavati di palme, e tutto, dagli utensili ap- pesi alle pareti, allo sguardo inerte degli al)ita- tori, narrava una vita resa immobile da secoli.
Nelle montagne del Gliarian, queste caverne tbrmano interi villaggi sotterranei, ove insieme agli armenti, le popolazioni vivono in una pe- nombra aborigena. Il ricongiungersi per un at- timo a questo passato per noi scomparso, dà una sensazione di vertigine, simile a quella che si prova curvandosi sopra il silenzio di un pre- cipizio. Emersi per sempre da quella penombra, quasi non crediamo ai nostri occhi, vedendo uomini che ci comprendono e ci ascoltano, per- durare imperturbabilmente nelle stesse abitu- dini, che quasi non credevamo esistite.
La mia impazienza di visitare i villaggi troglo- diti del Gliarian era perciò intensa; ma quando
Le caverne 187
comunicai al Mutessaref, il mio divisamento di percorrere al ritorno quelle montagne, egli mi disse d'aver ricevuto da Tripoli, punto per punto, r itinerario del ritorno, identico a quello del- l'andata. Lo invitai a telegrafare al Governatore, per ottenere quella diversione, più che giustifi- cata del resto, essendo la via ordinaria dei cor- rieri postali; e io stesso telegrafai al Console, perchè insistesse presso il Vali. Parrà cosa pue- rile e quasi incredibile tanta difficoltà per una strada; ma tali sono le autorità turche, e merita di parlarne a titolo di curiosità.
Mentre attendevo la risposta, e durante tutto il mio soggiorno a JefTren, ebbi agio di apprez- zare l'ospitalità cortese del Mutessaref del Gebel. Dopo aver messo a nostra disposizione due ca- mere nello stesso harem, egU s'informa d'ogni mio desiderio, mi fa seguire ad ogni passo dalla scorta, mi procura ì migliori cavalli, in modo che basta chiedere, per vedere servi e soldati obbedire. È un'ospitalità cordiale e famigliare. Le condizioni di Jeffren non permettono il lusso dell'etichetta; ma concedono però al governa- tore di avere un'ottima cucina turca, e il più corretto necessario per riposare. Le nostre con- versazioni procedono a zig-zag, perchè il gover- natore non parla che il turco: onde le mie pa- role debbono essere tradotte in arabo da Ga-
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stone a Sciokri, che le volg-e in turco al govei'- natore; e allora egli può rispondere per la stessa duplice via. Le conversazioni, del resto, sono brevi: due al giorno, clie raccolgono a mensa oltre a noi, qualche altro invitato, ora il medico greco, ora il comandante del presidio, o i kai- makan di Fossato e di Kukla, di passaggio a Jef- fren. Questi due personaggi sono due esemplari della gravità araba; e possono restar seduti per intere ore, senza proferire una parola.
A poco a poco però, il loro contatto diviene contagioso; e anch'io ormai ho finito per abi- tuarmi a tacere e a restar seduto lungamente, senza alterare una linea del volto. Pari alla loro immobilità, è il segreto geloso in cui avvol- gono queste province; tra gli ordini avuti dal- l'ufficiale della mia scorta, v'era quello di farmi vedere più sassi che fosse possibile, affinchè non dovessi innamorarmi della Tripolitania.
Mi accadeva perciò di chiedere:
— È buona l'acqua di Rumìa?
— La! malsana, dà la febbre....
Dopo poco, al caffè, sapevamo da alcuni indi- geni, che l'acqua che si beve al castello, è precisa- mente quella di Rumia.
— Che cosa vi è lassù, in cima a quel monte!..
— Sono tutte fortificazioni coperte, — risponde l'ufficiale, indicando i pali del telegrafo....
Gelosie turche ISJJ
— Vi sono miniere a Fossato? Risponde il kaimakan di Fossato:
— La! niente....
— Vi è molta vegetazione a Kukla? Risponde il mudir di Kulda:
— La! niente....
— Si trovano anticliltà a Misda ? Risponde il comandante del presidio:
— La! niente....
— Quanto rende il Gebel alla Sublime Porta*?
— La! niente.... Costa un milione, per 1(3 spese militari....
E così di seguito.
La Turcliia sa del resto che, da un giorno all'altro, essa deve perdere la Tripolitania, e quindi si guarda bene dallo spendere in queste regioni più dello stretto necessario, incaricandosi unicamente di estorcere le imposte. Dalla lana delle pecore, dal latte, dalle pelli, dall'orzo, queste popolazioni pastorali debbono rilevare il danaro delle imposte. La pastorizia è la sola attività di questa razza immobile, che vive per fumare e per guardarsi in faccia, con le gambe incrociate. A Jeftren, non mi è riuscito di rinvenire pro- fonde differenze tra gli Arabi della costa e i Berberi delle montagne : eccetto la particolarità del dialetto, non si trova nel tipo fisico, ormai mescolato, una sostanziale diversità.
IfiO RUMÌA
Due giorni della settimana è mercato, e in quei giorni, sul pendio del castello, è un formi- colìo insolito di figure bianclie, circondate da pecore, da agnelli e da minute merci di scambio. Si vende e si scanna all'aria libera, e i rivi del sangue degli agnelli e delle pecore, rosseggiano giù per la cliina. Con un colpo rapido, il pastore taglia la gola all'agnello, che dopo pochi sussulti, giace immobile, con la gola aperta al sole e un getto di sangue porporino. Allora il pastore apre un foro nel cuoio velloso, presso una zampa, e vi ispira il fiato, gonfiando a poco a poco l'ani- male, finche non rìsuona come un tamburo : e poi col coltello sega via via la pelle, che di li a poco, intatta di sangue, è deposta accanto alla vittima scorticata. Ad ognuna di queste opera- zioni, assiste la folla inerte e immobile degli indigeni; ed ogni piccola compra e vendita rac- coglie sempre un pubblico silenzioso, che me- dita per proprio conto, e guarda e fuma, non avendo niente da fare, e reputando ignobile ogni fatica. Quale contrasto con le nostre popolazioni della campagna, instancabili nel lavoro, appas- sionate alla terra, e ignare del riposo, finché l'opera non deljba necessariamente arrestarsi! E quale trasformazione porterebbe in questi fe- condi altipiani, un' immigrazione scelta e ordi- nata ! Terra da fecondarsi in vigne, boschi e oli-
Le miniere Jfll
veti, miniere di ferro, d'argento, ^) di fosfato, di carbon fossile e di marmo ; tntto ciò non aspetta che il lavoro, per restituire al mondo una ric- chezza ignorata dagli stessi abitatori.
25 febbraio, Rumìa,
Questa d'oggi, può chiamarsi la cavalcata delle Walkirie. Siamo partiti per Paimìa con la scorta, preceduti da un soldato negro: sei cavalli a gran trotto. La via che da Jeffren conduce a Rumìa, è ardua a percorrersi a piedi, sospesa a picco sulle valli, per stretti andirivieni della roc- cia, con discese dirupate e sassose, dove potei conoscere l' istinto ammirabile dei cavalli ber- beri. Si piegavano, si puntellavano, con gli zoc- coli, come capre; balzavano agili come daini alla salita, congiungendo nella discesa le quattro zampe sopra un filo di macigno. Il sole e il vento, rendevano inebbriante questa sospensione nel vuoto.
1) Al mercato di Tripoli, i carovanieri portano spesso pezzi d'argento greggio dal Gebel, e lo vendono nascostamente, per non essere puniti dalle autorità, che vietano qualuntiue rivelazione di tal genere.
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Il piacere selvaggio di esporre la vita e di ci- mentare le nostre forze giovanili, ci slanciava, arabi, italiani e negri, allegramente nella stessa fragorosa traversata. Lungo la via, era uno sfi- lare continuo di olivi millenarii, che sembra- vano invocare una prole futura. Dopo una buona ora di cammino, al basso, fra due larghi ver- santi, è apparsa la cascata d'acqua in mezzo alle rocce e ai palmizii. Era quella Rumìa, la corrente che ritiene il nome da Roma, e che insieme agli ohvi, manda a noi col suo susurro un allegro invito. A grado a grado che scende- vamo, il paesaggio sorrideva, penetrato dalla fre- schezza della corrente. Le palme intrecciavano le loro piume col ricciuto crine degli olivi, re- spirando il vento, e curvandosi sul gorgoglio di Rumìa, che scorreva tra rocce luminose e tap- peti d'erba.
Il riposo su questa corrente, in mezzo a una festa di luce e di susurri, non potrò dimenticarlo. Era la sicurezza conquistata traverso il pericolo, la freschezza dopo l'arsura, le palme dopo i ma- cigni; era la sorpresa, questa vergine figlia del sogno e della realtà. 0 miei fratelli d' Italia, quando verrete alla corrente bella di Rumìa, ad abbeverare i vostri cavalli, gettando lo zaino e il fucile sulle erbe verdi, e intonando le vostre canzoni a quelle delle palme ? Ricordatevi allora,
Via sbarrata 193
che per primo venne a questa sorgente, un vostro fratello, che portava in cuore le più superbe spe- ranze della patria.
.26' febbraio.
I due telegrammi del governatore e del con- sole, hanno sconvolto la mia serenità. Mi si im- pedisce di tornare per il Gharian, obbligandomi a ripercorrere la stessa strada. Il mio primo pensiero è stato quello di piantare la scorta, il castello, e di andarmene.... ma dovevo aspettare cavalli e cammelli, che il Mutessaref soltanto, in questo paese selvaggio poteva procurarmi.... e rassegnarmi perciò alla mia posizione di pri- gioniero, resa esasperante da quest'ultima circo- stanza.
Gastone manteneva la sua calma inaltera- bile; il mutessaref e Sciokri si dichiaravano dolenti degli ordini avuti, come dolenti degli ordini avuti da Costantinopoli si dichiaravano, a loro volta, il console e il governatore. Per finirla con tutti questi dolori, andai a bere il the coi gendarmi, che cantavano canzoni arabe, accompagnandosi con un violino da quindici soldi. Le canzoni arabe ebbero un potere be-
Tr.MiAri, Tri polita)) i(i. -.13
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nefico sui miei nervi; e il giorno dopo, forniti di cavalli e di cammelli, lasciavamo Jeffren, pre- cipitandoci dalle balze verso il letto sassoso del- l'Uadi Ethel.
I più allegri erano i soldati, che avevano riem- pite le loro bisacce di bottiglie di buka; sicché dopo mezzogiorno cantavano tutti. Si era unito a noi, come scorta d'onore, un altro gendarme del Mutessaref, di nome Khalifa, una figura bri- gantesca, che ci precedeva caracollando. Dopo cinque ore di marcia, vedo improvvisamente Senussi dondolare sulla sella, come una cam- pana.
— Glie cosa succede? — cinedo a Gastone.
— È ubbriaco morto di buka — risponde Ga- stone, accendendo una sigaretta.
In quel momento, la testa di Senussi andava a insanguinarsi sui sassi; e Sciokri e Mabruk si precipitavano a sollevarlo. Sciokri, l'utfìciale, era furibondo; ma Senussi non capiva più nulla e sentendosi afferrare e dimenare, rideva e pian- geva nel tempo stesso. Mal3ruk gli assesta un colpo col calcio del fucile, e tenta di rimetterlo in sella inutilmente; Senussi comincia a niQuar le mani: Sciokri gli toglie le cartucce, e manda in frantumi le bottiglie di buka; io e Gastone procediamo insieme a Khalifa.
Dopo un tratto di strada, l'ufficiale ci rag-
Mabruko 195
giunge, si avvicina alla sella di Khalifa, e sco- pre le bisacce. Tre altre bottiglie di buka ri- posavano tranquillamente sotto la sella. A una a una, Sciokri le solleva e le getta sui sassi, finendole col calcio del fucile. Gli occhi di Kha- lifa, durante questa operazione, erano umidi, e il volto contratto da una smorfia di dolore.
Procediamo perciò in tre distaccamenti: noi quattro avanti, poi Maliruk con Senussi, e dietro, i tre arabi coi cammelli.
Fino a notte, noi non li abbiamo più rivisti. Noi quattro ci siamo fermati a un gruppo di tende beduine, distante alcune ore da Bir Laga- nem: e con nostra sorpresa, le abbiamo trovate prive degli uomini, che si trovavano a Tripoli: non v'erano che le donne. Una di esse, gio- vine e bella, per nome Mabruka, aveva ceduto a noi la sua tenda, e andava e veniva, sospi- rando e mormorando, con quelle cadenze lamen- tose delle beduine, interrotte da sguardi fur- tivi, lanciati a noi traverso i suoi gran dischi d'argento.
Il tramonto calava infuocato, e ancora i nostri non arrivavano. Spuntavano le stelle e iml)ru- niva, e non giungeva nessuno....: innanzi alle tende, le donne andavano accendendo i fuochi.... la voce di Mabruka risonava, con la sua cadenza Iniiientosa, come l'eco di una vita rassegnata e
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paziente..., i nostri cavalli nitrivano, chiedendo r orzo che non v' era ; e noi interrogavamo il buio :
— Si saranno smarriti? come potranno ritro- varci? che cosa può essere accaduto?
Allora Sciokri si appiglia a un espediente. Afferra la carabina, e comincia a tempestare la notte di colpi.... Stiamo in ascolto; ma nessuno risponde. La carabina di Gastone e il mio re- volver sono scaricati egualmente.... quando, di- lontano, ci sembra di udire un altro colpo di fucile. Allora, diamo fuoco ai cespugli, che sol- levano fiamme e colonne di fumo, crepitando. In lontananza, risona più netto un altro colpo: sono i nostri senza dubbio.
Rientriamo nella tenda; e di lì a poco, due galoppi serrati si arrestano di botto nel buio.... Balziamo in piedi: ò Mabruk, seguito da un arabo, che porta traverso la sella, Senussi sve- nuto. Ripariamo questo bravo ragazzo sotto la tenda, e Gastone comincia a soffocarlo di am- moniaca, mentre noi accendiamo nuovi fuochi, per indicare ai cammellieri la strada.
L'arrivo dei cammelli è salutato da grida d'en- tusiasmo; appena quelle eroiche bestie giungono alle tende, pioml^ano a terra mugolando. Alla fiamma del T)ivacco la scena è superba. Entro la tenda. Gastone curvo su Senussi; fuori, i sol-
Alla fiamma del bivacco 197
dati e sii araldi, in ine/./o ai greggi che ritornano lìelando, e ai sei cavalli che nitriscono, cercando di svincolarsi.... Selle e armi ai nostri piedi.... e in mezzo, Mabruka, che getta sterpi sul fuoco, coi suoi dischi d'argento scintillanti come le stelle.
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XIII.
LA CAVALCATA NOTTURNA.
La notte del tre di marzo, nella caserma di Casr Garabulli, sulla strada di Klioms, tre uo- mini si ravvolgevano nelle coperte, aspettando il sonno: ed erano, il comandante del presidio, io, e Felice Aquilina.
Ecco ciò che era avvenuto. In quattro giornate di marcia continua, io ero tornato con la mia scorta a Tripoli per la medesima strada; e al- lora, stanco del sistema, chiamai in segreto il mio albergatore maltese, Felice Aquilina, e gli dissi :
— Felice, io voglio vedere le rovine di Leptis Magna e di Imsellata; voglio ritornare al Gebel, dalla parte di levante; ma nel più assoluto se- greto, perchè se mi raggiungono lungo la strada, Sarò obbligato a tornare indietro.
— Farti veder io, più buono esser soli.... — mi rispose Aquilina, col suo particolare lin- guaggio, — io aver fatta qualche cinquanta
202 LA OAVALOATA NOTTURNA
volte quella strada, quando avevo un qualche vent'anni.... e, per Dìo Santo, non aver avuto mai paura!
Il giorno dopo, noleggiavo due cavalli, e noi partivamo segretamente da Tripoli, prendendo la strada di Tagiura, che porta a Khoms in due gior- nate di marcia. Da Tripoli a Tagiura, è un'oasi continua: si incontrano piantagioni nuove di palme e mandorli in flore, nel silenzio del mat- tino....
Si va col sole in fronte, e il vento di ponente che sferza le reni, senza un istante di tregua.
Dopo l'oasi di Tagiura, il terreno prende il ca- rattere delle arene mobili, e il nome di Ramla.
Si costeggia il mare, salendo e scendendo fra le ondulazioni di arena dorata, che offrono il più bel campo di prova al galoppo dei nostri cavalli. Queste ramle durano varie ore, da Ta- giura a Sidi-Ben-Nur, fin verso Gefara.
Al tramonto le ramle sono finite, e la terra si riveste di verde, lietamente fino ai monti.
Tenuto calcolo del deserto di Buslim a occi- dente, e di queste ramle orientali, lo spazio di arena mobile può limitarsi a una stretta fascia da Gefara a Buslim, per uno spazio che non saprei precisamente calcolare, ma che è privo d'importanza di fronte all'immensa pianura ver- deggiante, che dall'intero arco del Gebel s'inoltra
Le rande 208
verso il mare. Le ramle sono l'opera lenta dei venti di ponente, i quali, trovando la terra non rattenuta da forte vegetazione, la polverizzano, accumulandola in dune.
Si è parlato da alcuni, di serir, ossia di deserto petroso sparso dì sassolini; invece, non un solo sasso ha urtato mai gli zoccoli dei nostri ca- valli, né traversando le arene di Buslim, nò queste di Uadi Ramled.
Queste arene, non diverse per natura dalla vastissima superficie rivestita di vegetazione, che ho percorsa andando al Gebel, potrebbero essere sottratte all'azione dei venti di ponente, mediante la cultura: infatti qua e là, dove il vento ha meno azione, si trovano tratti verdi, come presso l'Uadi Mensit, e altrove. La parola