I

SCRITTORI D'ITALIA

GIOVANNI BOCCACCIO

!l TOMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA

E GLI ALTRI SCBITTI INTORNO A DANTE

A CURA DI

DOMENICO GUERRI

VOLUME PRIMO

BARI GIUS. LATERZA & FIGLI

TI POGR AFI-EDITORI -LIBRA I I918

SCRITTORI D'ITALIA

G. BOCCACCIO

OPERE VOLGARI XII

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GIOVANNI BOCCACCIO

IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA

E GLI ilLTRI SCRITTI INTORNO A BAKTE

A CURA DI

DOMENICO GUERRI

VOLUME PRIMO

. \

BARI

GIUS. LATERZA & PAIOLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI I918

PROPRIETÀ LETTERARIA

GIUGNO MCMXVIII - 49526

A

PIO RAJNA E GIROLAMO VITELLI

VITA DI DANTE

PROPOSIZIONE

Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell'antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, si fome noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali, con matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcun difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remune- rare ; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niun dubbio quella republica, che '1 faceva, convenire an- dare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo.

Mossi adunque più cosi egregi come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito, a' colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimamente la romana republica aumentate, con l'opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de' quali in cosi alti esempli, non solamente da' successori presenti, e massimamente da' miei fiorentini, sono male seguite, ma in tanto s'è disviato da esse, che ogni premio di virtù possiede l'ambizione; per che.

4 I - VITA DI DANTE

si come e io e ciascun altro che a ciò con occhio ragione- vole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d'animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a' luoghi eccelsi Zea' sommi ofici e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, de- \ primere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: percioché noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto, della fortuna, ma non della colpa partecipi. E, comeché con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si po- tessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando

^ l'esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino d'oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scien- zia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mo- streranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argomento ! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de' paterni beni, e, se fare si fosse potuto, macula- zione della gloriosissima fama, con false colpe gli fùr donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l'ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l'altrui case, alquante ancora ne fanno chiare. Se a tutte l'altre iniquità fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhi di Dio, che veggono

^ i tutto, non dovrebbe quest'una bastare a provocare sopra la rsua ira? Certo si. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere. Si che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza ca- dere stiamo in piede, ninna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata.

1 - VITA DI DANTE 5

come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d'alcuno nostro passato. Dio, contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tormento, che appieno supplisca la sua tardità. Ma, percioché, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non so- lamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d'amen- darle ingegnarci ; conoscendo io me essere di quella medesima città, avvegnaché picciola parte, della quale, considerati li me- riti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, si come ciascun altro cittadino, a' suoi onori sia in so- lido obbligato ; comeché io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello ch'essa do- vea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m'in- gegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l'usanza, basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, accioché igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leggiero, peroché più alto noi mi presta lo 'ngegnor'e""TTer nostro fiorentino idioma, accioché da quello, , ch'egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, [ quelle cose le quali esso di onestamente tacette: cioè la no- biltà della sua origine, la vita, gli studi, i costumi; raccogliendo appresso in uno l'opere da lui fatte, nelle quali esso si chiaro ha renduto a' futuri, che forse non meno tenebre che splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di mio intendimento di volere; contento sempre, e in questo e in ciascun'altra cosa, da ciascun più savio, dove io di- fettuosamente parlassi, essere corretto^ Il che accioché non avvenga, umilemente priego Colui che lui trasse per si alta scala a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo 'nge- gno mio e la debole mano.

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VITA DI DANTE

II

PATRIA E MAGGIORI DI DANTE

Fiorenza, intra l'altre città italiane più nobile, secondo che l'antiche istorie e la comune opinione de' presenti pare che vo- gliano, ebbe inizio da' romani; la quale in processo di tempo aumentata, e di popolo e di chiari uomini piena, non solamente città, ma potente cominciò a ciascun circunstante ad apparere. Ma qual si fosse, o contraria fortuna o avverso cielo o li loro meriti, agli alti inizi mutamento cagione, ci è incerto; ma certissimo abbiamo, essa non dopo molti secoli da Attila, cru- delissimo re de' vandali e generale guastatore quasi di tutta Italia, uccisi prima e dispersi tutti o la maggior parte di quegli cit- tadini, che ['n] quella erano o per nobiltà di sangue o per qualunque altro stato d'alcuna fama, in cenere la ridusse e in ruine: e in cotale maniera oltre al trecentesimo anno si crede che dimorasse. Dopo il qual termine, essendo non senza ca- gione di Grecia il romano imperio in Gallia translatato, e alla imperiale altezza elevato Carlo magno, allora clementissimo re de' franceschi ; più fatiche passate, credo da divino spirito mosso, alla reedificazione della desolata città lo 'mperiale animo dirizzò; e da quegli medesimi che prima conditori n'erano stati, come che in picciol cerchio di mura la riducesse, in quanto potè, simile a Roma la fé' reedificare e abitare; raccogliendovi nondi- meno dentro quelle poche reliquie, che si trovarono de' discen- denti degli antichi scacciati.

Ma intra gli altri novelli abitatori, forse ordinatore della reedificazione, partitore delle abitazioni e delle strade, e datore al nuovo popolo delle leggi opportune, secondo che testimonia la fama, vi venne Hp pnma i^n nnhilissimQ p-invìino per ivichiatta de' FrangiapaoL e nominato da tutti Eliseo; il quale per av- ventura, poi eh' ebbe la principale cosa, per la quale venuto v'era, fornita, o dall'amore della città nuovamente da lui

I - VITA DI DANTE 7

ordinata, o dal piacere del sito, al quale forse vide nel futuro dovere essere il cielo favorevole, o da altra cagione che si fosse, tratto, in quella divenne perpetuo cittadino, e dietro a di figliuoli e di discendenti lasciò non picciola poco laudevole schiatta: li quali, l'antico sopranome de' loro maggiori abban- donato, per sopranome presero il nome di colui che quivi loro aveva dato cominciamento, e tutti insieme si chiamar gli Elisei. De' quali di tempo in tempo, e d'uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse uno cavaliere per arme e per senno ragguardevole e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida; al quale nella sua giovanezza fu data da' suo' maggior per isposa una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, cosi per bellezza e per costumi, come per nobiltà di sangue pregiata, con la quale più anni visse, e di lei generò più figliuoli. E comeché gli altri nominati si fossero, in uno, si come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de' suoi passati, e nominollo Aldighieri; comeché il vocabolo poi, per sottrazione di questa lettera « d » corrotto, rimanesse Alighieri. Il valore di costui fu cagione a quegli che discesero di lui, di lasciare il titolo degli Elisei, e di cognominarsi degli Alighieri; il che ancora dura infino a questo giorno. Del quale, comeché alquanti figliuoli e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante Federico secondo imperadore, uno ne nacque, il cui nome fu Alighieri, il quale più per la futura prole che per doveva esser chiaro ; la cui donna gravida, non guari lontana al tempo del partorire, per sogno vide quale doveva essere il frutto del ventre suo; comeché ciò non fosse allora da lei conosciuto da altrui, ed oggi, per lo effetto seguito, sia manifestissimo a tutti.

Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire un figliuolo, il quale in bre- vissimo tempo, nutricandosi solo dell'orUbche, le quali dell'alloro cadevano, e dell'onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere delle fronde dell'albero, il cui frutto l'avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le

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8 I - VITA DI DANTE

parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; guari di tempo passò che il termine debito al suo parto venne, e partorì uno figliuolo, il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chia- maron Dante: e meritamente, percioché ottimamente, si come si vedrà procedendo, segui al nome l'effetto.

Questi fu quel Dante, del quale è il presente sermone; questi fu quel Dante, che a' nostri seculi fu conceduto di speziale grazia da Dio; questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle muse, sbandite d'Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; per costui ogni V Ò^ bellezza di volgar parlare sotto debiti numeri è regolata; per costui la morta poesi meritamente si può dir suscitata: le quali cose, debitamente guardate, lui niuno altro nome che Dante poter degnamente avere avuto dimostreranno.

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III

SUOI STUDI

Nacque questo singulare splendore italico nella nostra città, vacante il romano imperio per la morte di Federigo già detto, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo MCCLXV, sedente Urbano papa quarto nella cattedra di san Piero, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualità del mondo che allora correa. Ma, quale che ella si fosse, lasciando stare il ragionare della sua infanzia, nella quale assai segni apparirono della futura gloria del suo ingegno, dico che dal principio della sua puerizia, avendo già >. li primi elementi delle lettere impresi, non, jso^iidcJLcosiiime- ^%^- de' nobili odierni, si diede alle fanciullesche lascivie e agli ozi, l \ nel grembo della madre impigrendo, ma nella propia patria tutta la sua puerizia con istudio continuo diede alle liberali arti, e in quelle mirabilmente divenne esperto. E crescendo insieme

I - VITA DI DANTK

con gli anni T'animo e lo 'ngegno, non a' lucrativi studi, alli [¥^ quali ^eneralmenteoggi corre ciascuno, si dispose, ma da una laudevole vaghezza di perpetua fama [tratto], sprezzando le tran- sitorie ricchezze, liberamente si diede a volere aver piena notizia delle fizioni poetiche e dell'artificioso dimostramento di quelle. Nel quale esercizio familiarissimo divenne di Virgilio, d'Orazio, d'Ovidio, di Stazio e di ciascun altro poeta famoso; non sola- mente avendo caro il conoscergli, ma ancora, altamente^can- I L^"^ tando, s'ingegnò d'imitarli, come le sue opere mostrano, delle quali appresso a suo tempo favelleremo. E, avvedendosi le poe-| tiche opere non essere vane o semplici favole o maraviglie, come l ^^ molti stolti estimano, ma sotto dolcissimi frutti di verità \ ^ istoriografe o filosofiche avere nascosti ; per la quale cosa pie- I namente, sanza le istorie e la morale e naturale filosofia, le poetiche intenzioni avere non si potevano intere; partendo i tempi debitamente, le istorie da sé, e la filosofia sotto diversi dottori s'argomentò, non sanza lungo studio e affanno, d'inten- dere. E, preso dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose racchiuse dal cielo, niuna altra più cara che questa trovandone in questa vita, lasciando del tutto ogni altra temporale solle- citudine, tutto a questa sola si diede. E, accioché niuna parte di filosofia non veduta da lui rimanesse, nelle profondità altis- sime della teologia con acuto ingegno si mise. fu dalla intenzione l'effetto lontano, percioché, non curando caldi freddi, vigilie digiuni, alcun altro corporale disagio, con assiduo studio pervenne a conoscere della divina essenzia e dell'altre separate intelligenzie quello che per umano inge- gno qui se ne può comprendere. E cosi come in varie etadi varie scienze furono da lui conosciute studiando, cosi in vari studi sotto vari dottori le comprese.

Egli li primi inizi, si come di sopra è dichiarato, prese nella propia patria, e di quella, si come a luogo più fertile di tal rjhn, n 'gridò a Bologna; e già vicino alll sua vecchiezza n'andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l'altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e si fatti studi non

IO I - VITA DI DANTE

ingiustamente meritò altissimi titoli : percioché alcuni il chiama- rono sempre « poeta », altri « filosofo » e molti « teologo », men- tre visse. Ma, percioché tanto è la vittoria più gloriosa al vinci- tore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare, di come fluttuoso e tempestoso mare costui, gittato ora in qua ora in là, vincendo l'onde parimente e' venti contrari, pervenisse al salutevole porto de* chiarissimi titoli già narrati.

IV

IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI

Gli Studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di sollecitudine e tranquillità d'animo disiderare, e massimamente gli speculativi, a' quali il nostro Dante, si come mostrato è, si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua vita infino all'ultimo della morte, Dante ebbe fierissima e importabile passione d'amore, moglie, cura familiare e publica, esilio e povertà; l'altre lasciando più par- ticulari, le quali di necessità queste si traggon dietro: le quali, accioché più appaia della loro gravezza, partitamente conve- nevole giudico di spiegarle.

V AMORE PER BEATRICE

Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de' fiori mescolati fra le verdi frondi la fa ridente, era usanza della nostra città, e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in distinte compagnie festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri per avventura. Folco Portinari, uomo assai orrevole in que' tempi tra' cittadini, il primo di di maggio aveva i circustanti

I - VITA DI DANTE II

vicini raccolti nella propia casa a festeggiare, infra li quali era il già nominato Alighieri. Al quale, si come i fanciulli pic- coli, e spezialmente a' luoghi festevoli, sogliono li padri seguire, Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguito avea ; e quivi mescolato tra gli altri della sua età, de' quali cosi maschi come femmine erano molti nella casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare.

Era intra la turba de' giovinetti una figliuola del sopradetto Folco, il cui nome era Bice, comeché egli sempre dal suo pri- mitivo, cioè Beatrice, la nominasse, la cui età era forse d'otto anni, leggiadretta assai secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi l atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai j V più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedea ; ' e, oltre a questo, aveva le fattezze del viso dilicate molto e ' ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi una angioletta era reputata da molti. Costei adunque, tale quale io la disegno, o forse assai più bella, ap- parve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancoraché fanciul fosse, con tanta affezione la bella imagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno innanzi, mai, mentre visse, non se ne diparti. Quale ora questa si fosse, ninno il sa; ma, o conformità di complessioni o di costumi o speziale influenzia del cielo che in ciò operasse, o, si come noi per esperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza de' suoni, per la generale allegrezza, per la dilicatezza de' cibi e de' vini, gli animi ezian- dio degli uomini maturi, non che de' giovinetti, ampliarsi e divenire atti a poter essere leggiermente presi da qualunque cosa che piace; è certo questo esserne divenuto, cioè Dante nella sua pargoletta età fatto d'amore ferventissimo servidore. Ma, lasciando stare il ragionare de' puerili accidenti, dico che con l'età multiplicarono l'amorose fiammfe, in tanto che niun'al- tra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere costei. Per la qual cosa, ogni altro affare lasciandone, sollecitis- simo andava dovunque credeva potere vederla, quasi del viso

12 I - VITA DI DANTE

o degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene e intera consolazione.

Oh insensato giudici© degli amanti! chi altri che essi esti- merebbe per aggiugnimento di stipa fare le fiamme minori? Quanti e quali fossero li pensieri, li sospiri, le lagrime e l'altre passioni gravissime poi in più provetta età da lui sostenute per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella sua Vita nova, e però più distesamente non curo di raccon- tarle. Tanto solamente non voglio che non detto trapassi, cioè che, secondo che egli scrive e che per altrui, a cui fu noto 1 suo disio, si ragiona, onestissimo fu questo amore, mai apparve, o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno libidinoso appetito nello amante nella cosa amata: non picciola maraviglia al mondo presente, del quale è si fuggito ogni onesto piacere, e abituatosi l'avere prima la cosa che piace JqA 1/ I conformata alla sua lascivia che diliberato d'amarla, che in [j\ miracolo è divenuto, si come cosa rarissima, chi amasse altra-

mente. Se tanto amore e si lungo potè il cibo, i sonni e cia- scun'altra quiete impedire, quanto si dee potere estimare lui essere stato avversario agli sacri studi e allo 'ngegno? Certo, non poco; comeché molti vogliano lui essere stato incitatore di quello, argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, e accioché li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, già fatte da lui; ma certo io noi consento, se io non volessi già affer- mare l'ornato parlare essere sommissima parte d'ogni scienza; che non è vero.

VI DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE

Come ciascuno puote evidentemente conoscere, ninna cosa è stabile in questo mondo; e, se ninna leggermente ha muta- mento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio freddo

I - VITA DI DANTE 1 3

o di caldo che noi abbiamo, lasciando stare gli altri infiniti accidenti e possibili, da essere a non essere sanza diffìcultà ci conduce: da questo gentilezza, ricchezza, giovanezza, altra mondana dignità è privilegiata; della quale comune legge la gravità convenne a Dante prima per l'altrui morte provare che per la sua. Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, si come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l'angosce, n'andò a quella gloria che li suoi meriti l'avevano apparecchiata. Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de' suoi più congiunti e parenti ed amici ninna fine a quelle credettero altra che solamente la morte; e questa estimarono dover essere in brieve, vedendo lui a niun conforto, a ninna consolazione pòrtagli dare orecchie. Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime ;je parevano li suoi occhi due ab- jj bondantissime fontane d'acqua siirgenfe^ in tanto che più sii maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse. Ma, si come noi veggiamo, per lunga usanza le pas- sioni divenire agevoli a comportare, e similmente nel tempo ogni cosa diminuire e perire; avvenne che Dante infra alquanti mesi apparò a ricordarsi, senza lagrime. Beatrice esser morta, e con più dritto giudicio, dando alquanto il dolore luogo alla ragione, a conoscere li pianti e li sospiri non potergli, ancora alcuna altra cosa, rendere la perduta donna. Per la qual cosa con più pazienza s'acconciò a sostenere l'avere perduta la sua presenzia; guari di spazio passò che, dopo le lasciate lagrime, li sospiri, li quali già erano alla loro fine vicini, cominciarono in gran parte a partirsi sanza tornare.

Egli era si per lo lagrimare, si per l'afflizione che il cuore sentiva dentro, e si per lo non avere di alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a rigulirdare: magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solca; in- tanto che '1 suo aspetto, nonché negli amici, ma eziandio in ciascun altro che il vedea, a forza di metteva compassione ;

14 I - VITA DI DANTK

comeché egli poco, mentre questa vita cosi lagrimosa durò, altrui che ad amici veder lasciasse.

Questa compassione e dubitanza di peggio facevano li suoi parenti stare attenti a' suoi conforti; li quali, come alquanto videro le lagrime cessate e conobbero li cocenti sospiri alquanto dare sosta al faticato petto, con le consolazioni lungamente per- dute rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, accioché del tutto non solamente de' dolori il traessero, ma il recassero in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie; accioché, come la perduta donna gli era stata di tristizia ca- gione, cosi di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E, trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro inten- zion gli scoprirono. E, accioché io particularmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato.

VII DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO

Oh menti cieche, oh tenebrosi intelletti, oh argomenti vani di molti mortali, quanto sono le riuscite in assai cose contrarie a' vostri avvisi, e non sanza ragion le più volte! Chi sarebbe co- lui che del dolce aere d'Italia, per soperchio caldo, menasse alcuno nelle cocenti arene di Libia a rinfrescarsi, o dell'isola di Cipri, per riscaldarsi, nelle eterne ombre de' monti Rodopei? qual medico s'ingegnerà di cacciare l'aguta febbre col fuoco, o il freddo delle medoUa dell'ossa col ghiaccio o con la neve? Certo, ninno altro, se non colui che con nuova moglie crederà l'amorose tribulazion mitigare. Non conoscono quegli, che ciò

I - VITA DI DANTE I5

credono fare, la natura d'amore, quanto ogni altra passione aggiunga alla sua. Invano si porgono aiuti o consigli alle sue forze, se egli ha ferma radice presa nel cuore di colui che ha lungamente amato. Cosi come ne' principi ogni picciola resi- stenza è giovevole, cosi nel processo le grandi sogliono essere spesse volte dannose. Ma da ritornare è al proposito, e da concedere al presente che cose sieno, le quali per possano l'amorose fatiche fare obliare.

Che avrà fatto però chi, per trarmi d'un pensiero noioso, mi metterà in mille molto maggiori e di più noia? Certo niuna altra cosa, se non che per giunta del male che m'avrà fatto, mi farà disiderare di tornare in quello, onde m'ha tratto; il che assai spesso veggiamo addivenire a' più, li quali o per uscire o per essere tratti d'alcune fatiche, ciecamente o s'am- mogliano o sono da altrui ammogliati ; prima s'avveggiono, d'uno viluppo usciti, essere intrati in mille, che la pruova, sanza potere, pentendosi, indietro tornare, n'ha data esperienza. Dierono gli parenti e gli amici moglie a Dante, perché le lagrime cessassero di Beatrice. Non so se per questo, comeché le la- grime passassero, anzi forse eran passate, si passò l'amorosa fiamma ; che noi credo ; ma, conceduto che si spegnesse, nuove cose e assai poterono più faticose sopravvenire. Egli, usato di vegghiare ne' santi studi, quante volte a grado gli era, cogl'im- peradori, co' re e con qualunque altri altissimi prencipi ragio- nava, disputava co' filosofi, e co' piacevolissimi poetisi dilettava, e l'altrui angosce ascoltando, mitigava le sue. Ora, quanto alla nuova donna piace, è con costoro, e quel tempo, ch'ella vuole ''Ito da cosi celebre compagnia, gli conviene ascoltare i femmi- :Ii ragionamenti, e quegli, se non vuol crescer la noia, contra il suo piacere non solamente acconsentir, ma lodare. Egli, co- stumato, quante volte la volgar turba gli rincresceva, di ritrarsi in alcuna solitaria parte e, quivi speculando, vedere quale spi- rito muove il cielo, onde venga la vita «gli animali che sono in terra, quali sieno le cagioni delle cose, o premeditare alcune invenzioni peregrine o alcune cose comporre, le quali appo li futuri facessero lui morto viver per fama; ora non solamente

l6 1 - VITA DI DANTE

dalle contemplazioni dolci è tolto quante volte voglia ne viene alla nuova donna, ma gli conviene essere accompagnato di compagnia male a cosi fatte cose disposta. Egli, usato libera- mente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo che le passioni dolci e amare il pungevano, ora o non osa, o gli conviene non che delle maggiori cose, ma d'ogni picciol sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che '1 mosse, donde venne e dove andò; la letizia cagione dell'altrui amore, la tristizia esser del suo odio estimando.

Oh fatica inestimabile, avere con cosi sospettoso animale a vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morirei . Io voglio lasciare stare la sollecitudine nuova e gravissima, la quale si conviene avere a' non usati (e massimamente nella no- stra città), cioè onde vengano ì vestimenti, gli ornamenti e le camere piene di superflue dilicatezze, le quali le donne si fanno a credere essere al ben vivere opportune; onde vengano li servi, le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i doni, i presenti che fare si convengono a' parenti delle novelle spose, a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate; e appresso queste, altre cose assai prima non conosciute da' li- beri uomini; e venire a cose che fuggir non si possono. Chi dubita che della sua donna, che ella sia bella o non bella, non caggia il giudicio nel vulgo .-^ Se bella fia reputata, chi dubita che essa subitamente non abbia molti amadori, de' quali alcuno con la sua bellezza, altri con la sua nobiltà, e tale con mara- vigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza in- festissimamente combatterà il non stabile animo? E quel, che molti disiderano, malagevolmente da alcuno si difende. E alla pudicizia delle donne non bisogna d'essere presa più che una volta, a fare infame e i mariti dolorosi in perpetuo. Se per isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza, assai aperto veg- giamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere ; che dunque dell'altre possiamo pensare, se non che, non che esse, ma an- cora ogni luogo nel quale esse sieno credute trovare da coloro, a' quali sempre le conviene aver per loro, è avuto in odio? Onde le loro ire nascono, alcuna fiera £_BÌù_né tanto crudgje

I - VITA DI DANTE I7

quanto la femmina adirata> può viver sicuro di sé, chi commette ad alcuna, alla quale paia con ragione esser crucciata; che pare a tutte.

Che dirò de* loro costumi? Se io vorrò mostrare come e quanto essi sieno tutti contrari alla pace e al riposo degli uomini, io tirerò in troppo lungo sermone il mio ragionare; e però uno solo, quasi a tutte generale, basti averne detto. Esse immaginano il bene operare ogni menomo servo ritener nella casa, e il contrario fargli cacciare; per che estimano, se ben fanno, non altra sorte esser la lor che d'un servo: per che allora par solamente loro esser donne, quando, male adoperando, non vengono al fine che' fanti fanno. Perché voglio io andare dimo- strando particularmente quello che gli più sanno? Io giudico che sia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe donne. Chi non sa che tutte l'altre cose si pruovano, prima che colui, di cui debbono esser, comperate, le prenda, se non la moglie, accioché prima non dispiaccia che sia menata? A cia- scuno che la prende, la conviene avere non tale quale egli la vorrebbe, ma quale la fortuna gliele concede. E se le cose che di sopra son dette son vere (che il sa chi provate l'ha), possiamo pensare quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacità trapassi le mura, sono reputati diletti. Certo io non affermo queste cose a Dante essere

vvenute, che noi so; comeché vero sia che, o simili cose a queste, o altre che ne fosser cagione, egli, una volta da lei par- titosi, che per consolazione de' suoi affanni gli era stata data, mai dove ella fosse volle venire, sofferse che dove egli fosse ella venisse giammai ; con tutto che di più figliuoli egli insieme con lei fo.sse parente. creda alcuno che io per le

11 dette cose voglia conchiudere gli uomini non dover tórre moglie; anzi il lodo molto, ma non a ciascuno. Lascino i filo- sofanti lo sposarsi a' ricchi stolti, a' signori e a' lavoratori, e essi con la filosofia si dilettino, molto minore sposa che alcuna altra.

G. Boccaccio, Scritti danteschi -i.

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Vili OPPOSTE VICENDE DELLA VITA PUBBLICA DI DANTE

Natura generale è delle cose temporali, l'una l'altra tirarsi di dietro. La familiar cura trasse Dante alla publica, nella quale tanto l'avvilupparono li vani onori che alli publici ofici con- giunti sono, che, senza guardare donde s'era partito e dove andava con abbandonate redine, quasi tutto al governo di quella si diede ; e fugli tanto in ciò la fortuna seconda, che ninna le- gazion s'ascoltava, a ninna si rispondea, ninna legge si fer- mava, ninna se ne abrogava, ninna pace si faceva, ninna guerra publica s'imprendeva, e brievemente niuna diliberazione, la quale alcuno pondo portasse, si pigliava, s'egli in ciò non di- yi cesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la publica fede, in lui ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e l'umane parevano esser fermate. Mala Fortuna, volgitrice de' nostri con- sigli e inimica d'ogni umano stato, comeché per alquanti anni nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo il tenesse, assai diverso fine al principio recò a lui, in lei fidantesi di soperchio.

IX

COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE

Era al tempo di costui la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, e, con l'operazioni di sagacissimi e avveduti prencipi di quelle, era ciascuna assai possente ; intanto che alcuna volta l'una e alcuna l'altra reggeva oltre al pia- cere della sottoposta. A volere riducere a unità il partito corpo della sua republica, pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio, mostrando a' cittadini più savi come le p^ran cose

I - VITA DI DANTE I9

per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole / per la concordia crescere in infinito. Ma, poi che vide essere vana la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori ostinati; creden- dolo giudici© di Dio, prima propose di lasciar del tutto ogni publico oficio e vivere seco privatamente; poi dalla dolcezza della gloria tirato e dal vano favor popolesco e ancora dalle persuasioni de' maggiori; credendosi, oltre a questo, se tempo gli occorresse, molto più di bene potere operare per la sua città, se nelle cose publiche fosse grande, che a privato e da quelle del tutto rimosso (oh stolta vaghezza degli umani splen- dori, quanto sono le tue forze maggiori, che creder non può chi provati non gli ha!): il maturo uomo e nel santo seno della filosofia allevato, nutricato e ammaestrato, al quale erano da- / , ijt vanti dagli occhi i cadimenti de' re antichi e de' moderni, le ( ^ (/ ^ desolazioni de' regni, delle province e delle città e li furiosi /^m^ ; impeti della Fortuna, niun altro cercanti che l'alte cose, non A . r

si seppe o non si potè dalla tua dolcezza guardare. tiuvv^ f"

rprmrmqi pdunque^ Dante a volere seguire gli onori caduchi^ ^^-t*^^ ) e la vana pompa dei publici ofici; e. veggendo che per se me- desimo non potea una terza parte tenere, la quale, giustissima, l'ingiustizia dell'altre due abbattesse, tornandole ad unità; con quella s'accostò, nella quale, secondo il suo giudicio, era più di ragione e di giustizia; operando continuamente ciò che sa- lutevole alla sua patria e a' cittadini conoscea. Ma gli umani consigli le più delle volte rimangon vinti dalle forze del cielo. Gli odii e l'animosità prese, ancora che sanza giusta cagione nati fossero, di giorno in giorno divenivan maggiori, in tanto che non senza grandissima confusione de' cittadini, più volte si venne all'arme con intendimento di por fine alla lor lite col fuoco e col ferro: si accecati dall'ira, che non vedevano con quella miseramente perire. Ma, poi che ciascuna delle parti ebbe più volte fatta pruova delle sue forze con vicendevoli danni dell'una e dell'altra; venuto il tempo cìfe gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, la fama, parimente del vero e del falso rapportatrice, nunziando gli avversari della parte presa da Dante, di maravigliosi e d'astuti consigli esser

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^ forte e di grandissima moltitudine d'armati, si gli prencipi ( de' collegati di Dante spaventò, che ogni Consilio, ogni avve- dimento e ogni argomento cacciò da loro, se non il cercare con X /*fuga la loro salute; co' quali insieme Dante, in un momento

Y A^ prostrato della sommità del reggimento della sua città, non so- lamente gittato in terra si vide, ma cacciato di quella. Dopo questa cacciata non molti di, essendo già stato dal popolazzo corso alle case de' cacciati, e furiosamente votate e rubate, poi che i vittoriosi ebbero la città riformata secondo il loro giudicio, furono tutti i prencipi de' loro avversari, e con loro, non come de' minori ma quasi principale. Dante, si come capitali nemici della republica dannati a perpetuo esilio, e li loro stabili beni \ o in publico furon ridotti, o alienati a' vincitori.

J

SI MALEDICE ALL'INGIUSTA CONDANNA D'ESILIO

Questo merito riportò Dante del tenero amore avuto alla sua patria! questo merito riportò Dante dell'affanno avuto in voler tórre via le discordie cittadine! questo merito riportò Dante dell'avere con ogni sollecitudine cercato il bene, la pace e la tranquiUità de' suoi cittadini ! Per che assai manifestamente ap- pare quanto sieno vóti di verità i favori de' popoli, e quanta fidanza si possa in essi avere. Colui, nel quale poco avanti pa- reva ogni publica speranza esser posta, ogni affezione cittadina, ogni rifugio populare; subitamente, senza cagione legittima, senza offesa, senza peccato, da quel romore, il quale per ad- drieto s'era molte volte udito le sue laude portare infino alle stelle, è furiosamente mandato in inrevocabile esilio. Questa fu la marmorea statua fattagli ad eterna memoria della sua virtù ! ', con queste lettere fu il suo nome tra quegli de* padri della patria scritto in tavole d'oro! con cosi favorevole romore gli furono rendute grazie de' suoi benefici! Chi sarà dunque colui che, a

VITA DI DANTK

queste cose guardando, dica la nostra republica da questo pie j^^^"^ non andare jgjancata? ^

Oh vana fidanza de' mortali, da quanti esempli altissimi se' tu continuamente ripresa, ammonita e gastigata ! Deh! se Cam- mino, Rutilio, Coriolano, e l'uno e l'altro Scipione, e gli altri £^A^-^ antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti eJ-'^X sono della memoria caduti, questo ricente caso ti faccia con più U temperate redine correr ne' tuoi piaceri. Ninna cosa ci ha meno stabilita che la popolesca grazia; ninna più pazza speranza, niuno più folle consiglio che quello che a crederle conforta nessuno. Levinsi adunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge, nellicui eterni splendori, nella cui vera bellezza si potrà senza alcuna oscurità conoscere la stabilità di Colui che lui e le altre . «(v cose con ragione muove; accioché, si come in termine fisso, lasciando le transitorie cose, in lui si fermi ogni nostra speranza,

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se trovare non ci vogliamo ingannati. * ,y,.y^>^ ^

XI

LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO

Uscito adunque in cotal maniera Dante di quella città, della quale egli non solamente era cittadino, ma n'erano li suoi mag- .VnJ^-^' glori stati reedificatori, e lasciatavi la sua donna, insieme con l'altra famiglia, male per picciola età alla fuga disposta; di lei v Ir»*^" sicuro, percioché di consanguinità la sapeva ad alcuno de' ( ^'^ prencipi della^,naLte avversa conHunta. di se medesimo or qua -^y^^* ^ \ or incerto, andava vagando per Toscana. Era alcuna parti- ,. - cella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote dalla cittadina rabbia stata con fatica dife^, de' frutti della quale essa e i piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva; per la qual cosa povero, con industria disusata gli convenia il sosten- tamento di se medesimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni

2 2 I - VITA DI DANTE

gli convenne posporre, più duri a lui che morte a trapassare, promettendogli la speranza questi dover esser brievi, e prossima la tornata! Egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala n'era ito, dal quale benignamente era stato ricevuto), quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne* monti vicini ad Orbino, assai convenevolmente, secondo il tempo e secondo la loro possibilità, onorato si stette. Quindi poi se n'andò a Bologna, dove poco stato n'andò a Padova, e quindi da capo si ritornò a Verona. Ma poi ch'egli vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e di di in di più divenire vana la sua speranza; non solamente Toscana, ma tutta Italia abbando- Inata, passati i monti che quella dividono dalla provincia di Gallia, come potè, se n'andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia, ritornando ancora in dell'altre scienzie ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se ne era partito. E in ciò il tempo studiosamente spendendo, avvenne che oltre al suo avviso, Arrigo, conte di Luzimborgo, con vo- lontà e mandato di Clemente papa V, il quale allora sedea, fu eletto in re de' romani, e appresso coronato imperadore. Il quale sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla sua maestà in parte rebelle, e già con potentissimo braccio tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dover essere vincitore; prese speranza con la sua forza e dalla sua giustizia di potere in Fiorenza tornare, comeché a lui la sen- tisse contraria. Perché ripassate l'alpi, con molti nemici di fiorentini e di lor parte congiuntosi, e con ambascerie e con lettere s'ingegnarono di tirare lo 'mperadore da l'assedio di Brescia, accioché a Fiorenza il ponesse, si come a principale jmembro de' suoi nemici ; mostrandogli che, superata quella, -ninna fatica gli restava, o piccola, ad avere libera ed espedita la possessione e il dominio di tutta Italia. E comeché a lui e agli altri a ciò tenenti venisse fatto il trarloci, non ebbe perciò la sua venuta il fine da loro avvisato: le resistenze furon gran- dissime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano ; per che.

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senza avere niuna notevole cosa operata, lo 'mperadore, parti- tosi quasi disperato, verso Roma drizzò il suo cammino. E come che in una parte e in altra più cose facesse, assai ne ordinasse e molte di farne proponesse, ogni cosa ruppe la troppo avac- ciata morte di lui : per la qual morte generalmente ciascuno che a lui attendea disperatosi, e massimamente Dante, sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se ne andò in Romagna, dove l'ultimo suo di, e che alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta ; il quale, ne' liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quegli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto Dante, fuori d'ogni speranza, essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta dispe- razione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo. aspettò di ciò da lui essere richiesto, ma con liberale animo, considerata qual <^

sia a' valorosi la vergogna del domandare, e con proferte, gli >'^ si fece davanti, richiedendo di speziai grazia a Dante quello 1 c-*-"^^^ ch'egli sapeva che Dante a lui dovea dimandare: cioè che seco li piacesse di dover essere. Concorrendo adunque i due voleri a un medesimo fine, e del domandato e del domandatore, e piacendo sommamente a Dante la liberalità del nobile cavaliere, e d'altra parte il bisogno strignendolo, senza aspettare più inviti che '1 primo, se n'andò a Ravenna, dove onorevolemente dal signore di quella ricevuto, e con piace\^li conforti risuscitata la caduta speranza, copiosamente le cose opportune donandogli, in quella seco per più anni il tenne, anzi infino a l'ultimo della vita di lui.

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XIII SUA PERSEVERANZA AL LAVORO

""^ Non poterono gli amorosi disiri, le dolenti lagrime, / \* la sollecitudine casalinga, la lusinghevole gloria de' publici (^ ofici, il miserabile esilio, la intollerabile povertà giammai

^ ^ "^ con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento, )/ ^y y/\ cioè da' sacri studi ; percioché, si come si vederà dove appresso ó** .v>*^ ^ partitamente dell'opere da lui fatte si farà menzione, egli, nel ' y^ mezzo di qualunque fu più fiera delle passioni sopradette, si

troverà componendo essersi esercitato. E se, obstanti cotanti e cosi fatti avversari, quanti e quali di sopra sono stati mostrati, egli per forza d'ingegno e di perseveranza riusci chiaro qual N^ noi veggiamo ; che si può sperare ch'esso fosse divenuto, avendo avuti altrettanti aiutatori, o almeno ninno contrario, o pochis- simi, come hanno molti? Certo, io non so; ma se licito fosse 7^ ì/ I a dire, io direi ch'egli fosse in terra divenuto uno iddio.

XIV GRANDEZZA DEL POETA VOLGARE - SUA MORTE

Abitò adunque Dante in Ravenna, tolta via ogni speranza di ritornare mai in Firenze (comeché tolto non fosse il disio) più anni sotto la protezione del grazioso signore ; e quivi con le sue dimostrazioni fece più scolari in poesia e massimamente nella volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo j non altramenti fra noi italici esaltò e recò in pregio, che, la ru^ \ Omero tra' greci o Virgilio traMatini^_pavanti a costui, come che per poco spazio d'anni si creda che innanzi trovata fosse, ninno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla

VITA DI DANTE 25

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essere strumento d'alcuna I artificiosa^ materia ; anzi solamente in leggerissime cose d'amore con essa s'esercitavano. Costui mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare, e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro.

Ma, poiché la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo e.y:li già nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione d'ogni cosa commessa da lui centra al suo piacere, si come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cristo mcccxxi, nel di che la esaltazione della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore del sopradetto Guido, e generalmente di tutti gli altri citta- dini ravignani, al suo Creatore rendè il faticato spirito; il quale non dubitt) che ricevuto non fosse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui eh' è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicità fine giammai non s'aspetta.

XV SEPOLTURA E ONORI FUNEBRI

Fece il magnanimo cavaliere il morto corpo di Dante d'or- namenti poetici sopra uno funebre letto adornare; e quello fatto portare sopra gli omeri de' suoi cittadini più solenni, infino al luogo de* frati minori in Ravenna, con quello onore che a si fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con publico pianto seguitolo, in una arca lapidea, nella quale an- cora giace, il fece porre. E, tornato alla casa nella quale Dante era prima abitato ; secondo il ravignano* costume, esso mede- simo, si a commendazione dell'alta scienzia e della vertù del defunto, e si a consolazione de' suoi aniici, li quaU egli avea in amarissima vita lasciati, fece un (prnato\ e lungo sermone ;

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disposto, se lo stato e la vita fossero durati, di si egregia sepoltura onorarlo, che, se mai alcuno altro suo merito non l'avesse memorevole renduto a' futuri, quella l'avrebbe fatto.

XVI GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE

Questo laudevole proponimento infra brieve spazio di tempo fu manifesto ad alquanti, li quali in quel tempo erano in poesi solennissimi in Romagna ; per che ciascuno si per mostrare la sua sofficienzia, si per rendere testimonianza della portata be- nivolenzia da loro al morto poeta, si per captare la grazia e l'amore del signore, il quale ciò sapevano dislderare, ciascuno per fece versi, li quali, posti per epitafio alla futura sepul- tura, con debite lode facessero la posterità certa chi dentro da essa giacesse; e al magnifico signore gli mandarono. Il quale con gran peccato della fortuna non dopo molto tempo, toltogli lo Stato, si mori a Bologna; per la qual cosa e il fare il se- polcro e il porvi li mandati versi si rimase. Li quali versi stati a me mostrati poi più tempo appresso, e veggendo loro avere avuto luogo per lo caso già dimostrato, pensando le presenti cose per me scritte, comeché sepoltura non sieno corporale, ma sieno, si come quella sarebbe stata, perpetue conservatrici della colui memoria; imaginai non essere scon-

venevole quegli aggiugnere a queste cose. Ma, percioché più che quegli che l'uno di coloro avesse fatti (che furon più) non si sarebbero ne' marmi intagliati, cosi solamente quegli d'uno qui estimai che fosser da scrivere ; per che, tutti meco esami- natigli, per arte e per intendimento più degni estimai che fossero quattordici fattine da maestro Giovanni del Virgilio bolognese, allora famosissimo e gran poeta, e di Dante stato singularissimo amico; li quali sono questi appresso scritti:

1 - VITA DI DANTE 27

XVII EPITAFIO

Theologus Dantes, nullius dogmatis èxpers,

quod foveat darò phiLosophia sinu : gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,

hic iacet, et fama pulsai utrumque polum: qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis

distribuii, laicis rhetoricisque modis. Pascua Pieriis demum resonabat avenis ;

Atropos heu laeturn livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Flore ntia fructum,

e.vilium, vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli

gaudet honorati continuisse ducis, mille trecentenis ter septem Numinis annis,

ad sua seplembris idibus astra redit.

XVIII

RIMPROVERO AI FIORENTINI

Oh ingrata patria, quale demenzia, qual trascutaggine ti te- neva, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo, il tuo unico poeta con crudeltà disusata mettesti in fuga; o poscia tenuta t'ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi; che, tornata, cessate l'ire, la tranquillità dell'animo, ripentùtati del fatto, noi rivocasti? Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono, alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazion mi fa dire, come da uomo che ti ramendi disidera e non che tu sii punita, piglierai. Parti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali che

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tu quello uno del quale non hai vicina città che di simile si possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di qua* vittorie, di qua' triunfi, di quali eccellenzie, di quali va-

(lorosi cittadini se* tu splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile e incerta; le tue bellezze, cosa fragile e caduca; le tue dilica- tezze, cosa vituperevole e femminile, ti fanno nota nel falso giudicio de* popoli, il quale più ad apparenza che ad esistenza sempre riguarda. Deh! gloriera*ti tu de* tuoi mercatanti e de' molti artisti, donde tu se' piena? Scioccamente farai: l'uno fu, continuamente Tavarizia operandolo, mestiere servile; l'arte, la quale un tempo nobilitata fu dagl'ingegni, intanto che una seconda natura la fecero, dall'avarizia medesima è oggi cor- rotta, e niente vale. Gloriera*ti tu della viltà e ignavia di co- loro li quali, percioché di molti loro avoli si ricordano, vo- gliono dentro da te della nobiltà ottenere il principato, sempre con ruberie e con tradimenti e con falsità contra quella ope- ranti? Vana gloria sarà la tua, e da coloro, le cui sentenzie hanno fondamento debito e stabile fermezza, schernita. Ahi! misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordiniento quello che tu facesti; e vergognati almeno, essendo reputata savia come tu se*, d'avere avuta ne' falli tuoi falsa elezione! Deh! se tu da te non avevi tanto consiglio, perché non imitavi ^ tu gli atti di quelle città, le quali ancora per le loro laude voli .1/ . opere son famose? Atene, la quale fu l'uno degli occhi di Grecia, y^V allora che in quella era la monarchia del mondo, per iscienzia, ^ per eloquenzia e per milizia splendida parimente ; Argos, ancora

pomposa per li titoli de' suoi re; Smirna, a noi reverenda in perpetuo per Niccolaio suo pastore; Pilos, notissima per Io vecchio Nestore; Chimi, Chios e Colofon, città splendidissime per adietro, tutte insieme, qualora più gloriose furono, non si vergognarono dubitarono d'avere agra quistione della ori- gine del divino poeta Omero, aFermando ciascuna lui di averla tratta; e si ciascuna fece con argomenti forte la sua in- tenzione, che ancora la quistion vive; è certo donde si fosse, perché parimente di cotal cittadino cosi l'una come l'altra ancor si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale

I - VITA DI DANTE 29

altra cosa l'è più alcuna fama rimasa, che l'essere stato Vir- gilio mantovano? il cui nome hanno ancora in tanta reverenzia, e si è appo tutti accettevole, che non solamente ne' publici ^

luoghi, ma ancora in molti privati si vede la sua imaginc ef- ^^■^^^'^ figiata; mostrando in ciò che, non ostante che il padre di lui fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia stato nobilitatore. Sulmona d'Ovidio, Venosa d'Orazio, Aquino di Giovenale, e altre molte, ciascuna si gloria del suo, e della loro sufficienzia fanno qui- stione. L'esemplo di queste non t'era vergogna di seguitare; le quali non è verisimile sanza cagione essere state e vaghe e tènere di cittadini cosi fatti. Esse conobbero quello che tu me- desima potevi conoscere e puoi ; cioè che le costoro perpetue operazioni sarebbero ancora dopo la lor ruina ritenitrici eterne del nome loro; cosi come al presente divulgate per tutto il mondo le fanno conoscere a coloro che non le vider giammai. Tu sola, non so da qual cechità adombrata, hai voluto tenere altro cammino, e, quasi molto da te lucente, di questo splendore non hai curato: tu sola, quasi i Camilli, i Publicoli, i Torquati, i Fabrizi, i Catoni, i Fabi e gli Scipioni con le loro magnifiche opere ti facessero famosa e in te fossero ; non solamente, aven- doti lasciato l'antico tuo cittadino Claudiano cader delle mani, non hai avuto del presente poeta cura; ma l'hai da te cacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo sopranome. Io non posso fuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma ecco: non la fortuna, ma il corso della natura delle cose è stato , U^ al tuo disonesto appetito favorevole in tanto, in quanto quello ^ ^ ji^ che tu volentieri, bestialmente bramosa, avresti fatto se nelle | V^^-"^^ .^^ '^ mani ti fosse venuto, cioè uccisolo, egli con la sua eterna legge ' W jì/^

l'ha operato. Morto è il tuo Dante Alighieri in quello esilio ^^^

che tu ingiustamente, del suo valore invidiosa, gli désti. Oh peccato da non ricordare, che la madre alle virtù d'alcuno suo figliuolo porti livore! Ora adunque se' di sollicitudine libera, ora per la morte di lui vivi ne' tuoi difetti sicura, e puoi alle tue lunghe e ingiuste persecuzioni porre fine. Egli non ti può far, morto, quello che mai, vivendo, non t'avria fatto; egli giace sotto altro cielo che sotto il tuo, più dèi aspettar di

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vederlo giammai, se non quel di, nei quale tutti li tuoi citta- dini veder potrai, e le lor colpe da giusto giudice esaminate punite.

Adunque se gli odii, l'ire e le inimicizie cessano per la morte di qualunque è che muoia, come si crede, comincia a tornare in te medesima e nel tuo diritto conoscimento; co- mincia a vergognarti d'avere fatto centra la tua antica umanità; I comincia a volere apparir madre e non più inimica ; concedi le debite lagrime al tuo figliuolo; concedigli la materna pietà; e colui, il quale tu rifiutasti, anzi cacciasti vivo si come sospetto, disidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza, il tuo seno, la tua grazia alla sua memoria. In verità, quan- tunque tu a lui ingrata e proterva fossi, egli sempre come V\ figliuolo ebbe te in reverenza, mai di quello onore che per le sue opere seguire ti dovea, volle privarti, come tu lui della ij^ <^tua cittadinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l'esilio ^\ Vs* fosse lungo, si nominò e volle essere nominato, sempre a ogni j^^ altra ti prepose, sempre t'amò. Che dunque farai? starai sempre

nella tua iniquità ostinata? sarà in te meno d'umanità che ne' barbari, li quali troviamo non solamente aver li corpi delli lor morti raddomandati, ma per riavergli essersi virilmente disposti a morire? Tu vuogli che '1 mondo creda te essere nepote della famosa Troia e figliuola di Roma: certo, i figliuoli deono essere a' padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non solamente raddomandò il corpo del morto Ettore, ma quello con altrettanto oro ricomperò. Li romani, secondo che alcuni pare che credano, feciono da Linterno venire l'ossa del primo Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E come che Ettore fosse con la sua prodezza lunga difesa de* troiani, e Scipione liberatore non solamente di Roma, ma di tutta Italia (delle quali due cose forse cosi propiamente ninna si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna volta fu mai che l'armi non dessero luogo alla scienzia. Se tu primieramente, e dove più si saria convenuto, l'esemplo e l'opere delle savie città non imitasti, amenda al presente, se- guendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fittizia

I - VITA DI DANTE 31

sepultura non facesse ad Omero. E chi dubita che i mantovani, li quali ancora in Piettola onorano la povera casetta e i campi che fùr di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepol- tura, se Ottaviano Augusto, il quale da Brandizio a Napoli le sue ossa avea trasportate, non avesse comandato quello luogo dove poste l'avea, volere loro essere perpetua requie? Sermona niun'altra cosa pianse lungamente, se non che l'isola di Ponto tenga in certo luogo il suo Ovidio; e cosi di Cassio Parma si rallegra tenendolo. Cerca tu adunque di volere essere deljv/ tuo Dante guardiana; raddomandalo ; mostra questa umanità, presupposto che tu non abbi voglia di riaverlo ; togli a te me- desima con questa fizione parte del biasimo per adietro acqui- stato. Raddomandalo. Io son certo ch'egli non ti fia renduto; e a una ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riaven- dolo, della tua innata crudeltà. Ma a che ti conforto io? Appena le io creda, se i corpi morti possono alcuna cosa sentire, che quello di Dante si potesse partire di dove è, per dovere a te tornare. Egli giace con compagnia troppo più laudevole che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna, molto più per età veneranda di te; e comeché la sua vec- chiezza alquanto la renda deforme, ella fu nella sua giovanezza troppo più florida che tu non se'. Ella è quasi un generale sepolcro di santissimi corpi, ninna parte in essa si calca, dove su per reverendissime ceneri non si vada. Chi dunque disidererebbe di tornare a te per dovere giacere fra le tue, le quali si può credere che ancora servino la rabbia e l'iniquità nella vita avute, e male concorde insieme si fuggano l'una da l'altra, non altramenti che facessero le fiamme de' due te- bani? E comeché Ravenna già quasi tutta del prezioso sangue di molti martiri si bagnasse, e oggi con reverenzia servi le loro reliquie, e similemente i corpi di molti magnifici imperadori e d'altri uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere vir- tuose, ella non si rallegra poco d'esserle stato da Dio, oltre a l'altre sue dote, conceduto d'essere perpetua guardiana di cosi fatto tesoro, come è il corpo di colui, le cui opere ten- gono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se'

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saputa far degna. Ma cefto egli non è tanta l'allegrezza d'averlo, quanta la invidia ch'ella ti porta che tu t'intitoli della sua ori- gine, quasi sdegnando che dove ella sia per l'ultimo di di lui ricordata, tu allato a lei sii nominata per lo primo. E perciò con la tua ingratitudine ti rimani, e Ravenna de' tuoi onori lieta si glori tra' futuri.

XIX BREVE RICAPITOLAZIONE

Cotale, quale di sopra è dimostrata, fu a Dante la fine della vita faticata da' vari studi; e, percioché assai convenevolemente le sue fiamme, la familiare e la publica sollecitudine e il mi- serabile esilio e la fine di lui mi pare avere secondo la mia promessa mostrate, giudico sia da pervenire a mostrare della statura del corpo, dell'abito, e generalmente de' più notabili modi servati nella sua vita da lui ; da quegli poi immediata- mente vegnendo all'opere degne di nota, compilate da esso nel tempo suo, infestato da tanta turbine quanta di sopra brieve- mente è dichiarata.

XX

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, ed era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre vestito in quell'abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel ^ di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba ^'^ spessi, neri e cresci, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.

I - VITA DI DANTE 33

Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne: Vedete colui che va nell'inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che giù sono? Alla quale una dell'altre rispose semplicemente: In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com'egli ha !a barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è giù? Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, pia- cendogli, e quasi contento ch'esse in cotale opinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti.

Ne' costumi domestici e publici mirabilmente fu ordinato e composto, e in tutti più che alcun altro cortese e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo, si in prenderlo all'ore ordinate e si in non trapassare il segno della necessità, quel pren- dendo; né alcuna curiosità ebbe mai più in uno che in uno altro: li dilicati lodava, e il più si pasceva di grossi, oltremodo biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenzia apparare; affermando questi cotali non mangiare per vivere, ma più tosto vivere per mangiare.

Niuno altro fu più vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse; intanto che più volte e la sua famiglia e la donna se ne dolfono, prima che, a' suoi costumi adusate, ciò mettessero in non calere.

Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pesatamente e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto, dove si richiedeva, eloquentissimo fu e facundo, e con ottima e pronta prelazione.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giova- nezza, e a ciascuno die a que' tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza ; e assai cose, da questo

U. Boccaccio, Scritti danteschi -\. 3

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diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire.

Quanto ferventemente esso fosse ad amor sottoposto, assai chiaro è già mostrato. Questo amore è ferma credenza di tutti che fosse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando, divenir dicitore in volgare; poi, per vaghezza di più solenne- mente mostrare le sue passioni, e di gloria, sollecitamente eserci- tandosi in quella, non solamente passò ciascuno suo contempo- . ranco, ma in tanto la dilucidò e fece bella, che molti allora le poi di dietro a n'ha fatti e farà vaghi d'essere esperti.

Dilettossi similemente d'essere solitario e rimoto dalle genti, accioché le sue contemplazioni non gli fossero interrotte ; e se pure alcuna che molto piaciuta gli fosse ne gli veniva, essendo esso tra gente, quantunque d'alcuna cosa fosse stato addoman- dato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua imaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante: il che molte volte, essendo egli alla mensa, ed essendo in cammino con compagni, e in altre parti, domandato, gli avvenne.

Ne' suoi studi fu assiduissimo, quanto è quel tempo che ad essi si disponea, in tanto che niuna novità che s'udisse, da quegli il poteva rimuovere. E, secondo che alcuni degni di fede raccontano di questo darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli, essendo una volta tra l'altre in Siena, e avvenutosi per acci- dente alla stazzone d'uno speziale, e quivi statogli recato uno libretto davanti promessogli, e tra' valenti uomini molto famoso, da lui stato giammai veduto, non avendo per avventura spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti allo speziale era, si pose col petto, e, messosi il libretto davanti, rauello cupidissimamente cominciò a vedere. E comeché poco appresso in quella contrada stessa, e dinanzi da lui, per alcuna general festa de' sanesi si cominciasse da gentili giovani e fa- ^ Y cesse una grande armeggiata, e con quella grandissimi romori \/y da' circustanti (si come in cotal casi con istrumenti vari e con voci applaudenti suol farsi), e altre cose assai v'avvenissero ^.^^ da dover tirare altrui a vedersi, si come balli di vaghe donne ^ y -^Q giuochi molti di giovani; mai non fu alcuno che muovere

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I - VITA DI DANTE 35

quindi il vedesse, alcuna volta levare gli occhi dal libro : anzi, postovisi quasi a ora di nona, prima fu passato vespro, e tutto l'ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che egli da ciò si levasse; affermando poi ad alcuni, che il doman- davano come s'era potuto tenere di riguardare a cosi bella festa come davanti a lui s'era fatta, niente averne sentito; per che alla prima maraviglia non indebitamente la seconda s'ag- giunse a' dimandanti.

Fu ancora questo poeta di maravigliosa capacità e di me- moria fermissima e di perspicace intelletto, intanto che, essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione de quolibet che nelle scuole della teologia si facea, quattordici quistioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, con gli loro argomenti prò e contra fatti dagli opponenti, senza mettere in mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò; quelle poi, seguendo quello medesimo ordine, sottilmente sol- vendo e rispondendo agli argoménti contrari. La qual cosa // quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata.

D'altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, si come le sue opere troppo più manifestano agl'intendenti che lPi>^ non potrebbono fare le mie lettere. ^ ^

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa per avventura più [ ^y^ che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto. Ma che? f ^ qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? E per questa vaghezza credo che oltre a ogni q ^j altro studio amasse la poesia, veggendo, comeché la filosofìa ^ ogni altra trapassi di nobiltà, la eccellenzia di quella con pochi potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi: eia i^'

poesia più essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti it;*^^ 0 rarissimi. E perciò, sperando per la poesi allo inusitato e pom- 1. ^ ^^^ poso onore della coronazione dell'alloro poter pervenire, tutto || ^, a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disi- A y^J^ derio veniva intero, se tanto gli fosse stata la fortuna graziosa, ^P^ lU'^ che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale ^ ^^

^

sola sopra le fonti di San Giovanni s'era disposto di coronare; ^ accioché quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo *'^ i^t^A

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36 I - VITA DI DANTE

nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo.

Ma cosi andò che, quantunque la sua sufficienzia fosse molta,

e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto

)s^ l'onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce,

^ ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur,

J^ [quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove

^pigliar non la volle; e cosi, senza il molto disiderato onore avere,

/si mori. Ma, percioché spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesi e che il poeta, e donde sia questo nome ve- nuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato ; mi piace qui di fare alcuneftransgressione;) nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto potrò, al proposito.

XXI

DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, si come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a cia- scuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse ope- oj^ razioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che <;wr Qi tutte l'altre ordinasse, si come superiore potenzia da niun'altra <y .^ -4 potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, ^ Ti \J^ s'immaginarono quella, la quale « divinità » ovvero « deità » no- jy .Q ^minarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con più che V ^ ' u^mano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a

/reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare ^ Jr , cosi di nome, come di forma separate erano, da quelle che

y \/y generalmente per gli uomini si abitavano; e nominaronle

^ «templi», E similmente avvisarono doversi [ordinar] ministri.

I - VITA DI DANTE ^ *A AQK^ 37

li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono « sacerdoti ». E oltre a questo, in rappresentamento della immaginata essenzia divina, fecero in varie forme ma- gnifiche statue, e a' servigi di quella vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai perti- nenti a' sacrifici per loro istabiliti. E, accioché a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facgsse, parve loro che con parole d'alto suono essa fosse rJP ^n-Tìliare^ e allp loro nec^fjffitp rpnHprF> mm:t!ZÌfL E cosi come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilita, cosi vollono che, di lungi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si tro- vassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accio- ché queste parole paressero aver pin d'effiraria. vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artifi- ciosa ed esquisita e nuova convenne che si facesse. La qual forma li greci appellano « j!!'^<?/^j' » ; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto fosse s'appellasse « poesis » ; e quegli, che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chia- massero « poeti ».

Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e per consequente de' poeti, comeché altri n'assegnino altre ra- gioni, forse buone: ma questa mi piace più.

Questa buona e laudevole intenzione della rozza età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per appa- rerei e dove i primi una sola deità onoravano, mostrarono i seguenti molte esserne, comeché quella una dicessono oltre ad ogni altra ottenere il principato; le quali molte vollero che fossero il Sole, la Luna, Saturno, Giove e ciascuno degli altri de' sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro deità; e da questi vennero a mostrare ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, deità essere, si come il fuoco.

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38 I - VITA DI DANTE

l'acqua, la terra e simiglianti. Alle quali tutte e versi e onori e sacrifici s'ordinarono. E poi susseguentemente cominciarono diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un altro, a farsi sopra la moltitudine indòtta della sua contrada maggiori; diffinendo le rozze quistioni, non secondo scritta legge, che non l'aveano ancora, ma secondo alcuna naturale equità, della quale più uno che un altro era dotato ; dando alla loro vita e alli loro costumi ordine, dalla natura medesima più il- luminati ; resistendo con le loro corporali forze alle cose avverse possibili ad avvenire ; e a chiamarsi re ; e mostrarsi alla plebe e con servi e con ornamenti non usati infino a que' tempi dagli uomini a farsi ubbidire; e ultimamente a farsi adorare. Il che, solo che fosse chi '1 presumesse, sanza troppa difficultà avvenia; percioché a' rozzi popoli parevano, cosi vedendogli, non uomini ma iddii. Questi cotali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle j a impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro L/^^ / obbedienza quegli li quali non vi si sarebbono potuti con forza J^ ^ "-^-costrignere. E oltre a questo diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli e li loro maggiori, accioché più fossero e temuti e avuti in reverenzia dal vulgo. Le quali cose non si i poterono ^comodamente farejenza J'oficio de poeti, li qualTT si per ampliare la loro fama, si per compiacere a' prencipi, si per dilettare i sudditi, e si per persuadere il virtuosamente operare a ciascuno; quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzione contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi oggi non che a quel tempo intese, facevano credere quello che li prencipi volevan che si credesse ; servando negli nuovi iddii e negli uomini, gli quali degl'iddìi nati finge- vano, quello medesimo stile che nel vero Iddio solamente e nel suo lusingarlo avevan gli primi usato. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddìi; donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri no- tabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degl'iddìi; il quale e fu ed è oggi, insieme con l'altre cose di sopra dette, uficio ed esercizio di ciascuno poeta. E percioché molti

I - VITA DI DANTE 39

non intendenti credono la poesia ninna altra cosa essere che solamente un fabuloso parlare, oltre al promesso mi piace brie- vemente quella essere teologia dimostrare, prima ch'io vegna a dire perché di lauro si coronino i poeti.

XXII DIFESA DELLA POESIA

Se noi vorremo por giù gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggiermente potremo vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto a lo 'ngegno umano è possi- bile, le vestigie dello Spirito santo ; il quale, si come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti, i suoi altissimi secreti revelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcuno velo, intendeva di dimostrare. Impercioché essi, se noi ragguarderemo ben le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al loro tempo presente, o che disideravano o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono ; per che, come che ad uno fine l'una scrittura e l'altra non ri- guardasse, ma solo al modo del trattare, al che più guarda al presente l'animo mio, ad amendune si potrebbe dare una me- desima laude, usando di Gregorio le parole. Il quale della sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir si puote, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quel sottoposto; e cosi ad un'ora coll'uno gli savi esercita e con l'altro gli sempHci riconforta, e ha in pu- blico donde li pargoletti nutrichi, e in occulto serva quello onde essa le menti de' sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percioché pare essere Un fiume, accioché io cosi dica, piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli pie vada, e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da procedere è al verificare delle cose proposte.

40 I - VITA DI DANTE

Intende la divina Scrittura, la qual noi « teologia » appel- liamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcun lamento, e in altre maniere assai, mostrarci l'alto misterio della incar- nazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e resurgendo ci aperse, lungamente stata serrata a noi per la colpa del primiero uomo. Cosi li poeti nelle loro opere, le quali noi chiamiamo « poesia », quando con fizioni di vari iddii, quando con trasmutazioni d'uomini in varie forme, e quando con leggiadre persuasioni, ne mostrano le cagioni delle cose, gli effetti delle virtù e de' vizi, e che fuggire dobbiamo e che seguire, accioché pervenire possiamo, virtuosamente operando, a quel fine, il quale essi, che il vero Iddio debita- mente non conosceano, somma salute credevano. Volle lo Spirito santo mostrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasi come una fiamma ardente. Iddio, la verginità di Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi, per la concezione per lo parto del Verbo del Padre, contaminare. Volle per la visione veduta da Nabucodònosor, nella statua di più metalli abbattuta da una pietra convertita in monte, mostrare tutte le preterite età dalia dottrina di Cristo, il quale fu ed è viva pietra, dovere summergersi ; e la cristiana religione, nata di questa pietra, divenire una cosa immobile e perpetua, si come gli monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di leremia, l'eccidio futuro di lerusalem dichiarare.

Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno avere molti figliuoli, e quegli, fuori che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tale fizione farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce, e come ella in esso è prodotta, cosi è esso di tutte corrompitore, e tutte le riduce a niente. I quattro suoi figliuoli non divorati da lui, è l'uno Giove, cioè l'elemento del fuoco; il secondo è Giunone, sposa

I - VITA DI DANTE 41

e sorella di Giove, cioè l'aere, mediante la quale il fuoco quaggiù opera li suoi elTetti: il terzo è Nettuno, iddio del mare, j V^ cioè l'elemento dell'acqua; e il quarto e ultimo è Plutone, ' iddio del ninferno, cioè la terra, pili bassa che alcuno altro elemento. Similemente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in dio trasformato, e Licaone in lupo: moralmente vo- lendo mostrarci che, virtuosamente operando, come fece Ercule, l'uomo diventa iddio per participazione in cielo; e, viziosamente operando, come Licaone fece, quantunque egli paia uomo, nel vero si può dire quella bestia, la quale da ciascuno si conosce per effetto più simile al suo difetto : si come Licaone per rapa- cità e per avarizia, le quali a lupo sono molto conformi, si finge in lupo esser mutato. Similemente fingono li nostri poeti la bellezza de' campi elisi, per la quale intendo la dolcezza del paradiso; e la oscurità di Dite, per la quale prendo l'amari- tudine dello 'nferno; uccioché noi, tratti dal piacere dell'uno, e dalla noia dell'altro spaventati, seguitiamo le virtù che in Eliso ci meneranno, e i vizi fuggiamo che in Dite ci farieno trarupare. Io lascio il tritare con più particulari esposizioni queste cose, percioché, se quanto si converrebbe e potrebbe le volessi chiarire, comeché elle più piacevoli ne divenissero e più facessero forte il mio argomento, dubito non mi tirassero più oltre molto che la principale materia non richiede e che io non voglio andare. E certo, se più non se ne dicesse che quello eh' è detto, assai si dovrebbe comprendere la teologia e la poesia convenirsi quanto nella forma dell'operare, ma nel suggetto dico quelle non solamente molto essere diverse, ma ancora avverse in alcuna parte: percioché il suggetto delia \ sacra teologia è la divina verità, quello dell'antica poesi sono gl'iddii de' gentili e gli uomini. Avverse sono, in quanto la teologia ninna cosa presuppone se non vera ; la poesia ne sup- f pone alcune per vere, le quali sono falsissime ed erronee e ' contra la cristiana religione. Ma, perci(*hé alcuni disensati si levano contra li poeti, dicendo loro sconce favole e male a ninna verità consonanti avere composte, e che in altra forma che con favole dovevano la loro sofficienzia mostrare e a'

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mondani dare la loro dottrina ; voglio ancora alquanto più oltre procedere col presente ragionamento.

Guardino adunque questi cotali le visioni di Daniello, quelle d' Isaia, quelle d' Ezechiel e degli altri del Vecchio Testamento con divina penna discritte, e da Colui mostrate al quale non fu principio sarà fine. Guardinsi ancora nel Nuovo le vi- sioni dell'evangelista, piene agl'intendenti di mirabile verità; e, se niuna poetica favola si truova tanto di lungi dal vero o dal verisimile, quanto nella corteccia appaiono queste in molte parti, concedasi che solamente i poeti abbiano dette favole da non potere dare diletto frutto. Senza dire alcuna cosa alla riprensione che fanno de' poeti, in quanto la loro dottrina in favole ovvero sotto favole hanno mostrata, mi potrei passare; conoscendo che, mentre che essi mattamente gli poeti ripren- dono di ciò, incautamente caggiono in biasimare quello Spirito, il quale nulla altra cosa è che via, vita e verità: ma pure alquanto intendo di soddisfargli.

Manifesta cosa è che ogni cosa, che con fatica s'acquista, avere alquanto più di dolcezza che quella che vien senz'af- fanno. La verità piana, percioch'è tosto compresa con piccole forze, diletta e passa nella memoria. Adunque, accioché con fatica acquistata fosse più grata, e perciò meglio si conservasse, li poeti sotto cose molto ad essa contrarie apparenti, la na- scosero; e perciò favole fecero, più che altra coperta, perché la bellezza di quelle attraesse coloro, li quali le dimostra- zioii filosofiche, le persuasioni avevano potuto a tirare. Che dunque direm de' poeti.? terremo ch'essi sieno stati uo- mini insensati, come li presenti dissensati, parlando e non sappiendo che, gli giudicano? Certo, no; anzi furono nelle loro operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto nascoso, e d'eccellentissima e d'ornata eloquenzia nelle cortecce e nelle frondi apparenti. Ma torniamo dove lasciammo.

Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo sia il suggetto; anzi dico più, che la teologia niun'altra cosa è che una poesia di Dio. E ch'altra cosa è che poetica fizione nella Scrittura dire Cristo essere ora

I - VITA DI DANTE 45

leone e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando pietra, e in altre maniere molte, le quali voler tutte raccontare sarebbe lunghissimo? che altro suonano le parole del Salva- tore nello evangelio, se non uno sermone da' sensi alieno? il quale parlare noi con più usato vocabolo chiamiamo « alle- goria ». Dunque bene appare, non solamente la poesi essere teologia, ma ancora la teologia essere poesia. E certo, se le mie parole meritano poca fede in si gran cosa, io non me ne turberò; ma credasi ad Aristotile, degnissimo testimonio a ogni gran cosa, il quale afferma aver trovato li poeti essere stati /• li primi teologizzanti. E questo basti quanto a questa parte; e torniamo a mostrare perché a' poeti solamente, tra gli scien- ziati, l'onore della corona dell'alloro conceduto fosse.

XXIII

DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI

Tra l'altre nazioni, le quali sopra il circuito della terra son molte, li greci si crede che sieno quegli alli quali primiera- mente la filosofia e li suoi segreti aprisse; de' tesori della quale essi trassero la dottrina militare, la vita politica e altre care cose assai, per le quali essi oltre a ogni altra nazione di- vennero famosi e reverendi. Ma intra l'altre, tratte del costei tesoro da loro, fu^ la santissima sentenzia di Solone nel prin- cipio posta di questa operetta; e accioché la loro republica, la quale più che altra allora fioriva, diritta e andasse e stesse sopra due piedi, e le pene a' nocenti e i meriti ai valorosi magnificamente ordinarono e osservarono. Ma, intra gli altri meriti stabiliti da loro a chi bene adoperasse, fu questo il pre- cipuo: di coronare in publico, e con fKiblico consentimento, di frondi d'alloro li poeti dopo la vittoria delle loro fatiche, e gl'imperadori, li quali vittoriosamente avessero la republica aumentata; giudicando che igual gloria si convenisse a colui

44 I - VITA DI DANTE

per la cui virtù le cose umane erano e servate e aumentate, che a colui da cui le divine eran trattate. E comeché di questo onore li greci fossero inventori, esso poi trapassò a' latini, quando la gloria e l'arme parimente di tutto il mondo diedero luogo al romano nome; e ancora, almeno nelle coro- nazioni de' poeti, comeché rarissimamente avvenga, vi dura. Ma, perché a tale coronazione più il lauro che altra fronda eletto sia, non dovrà essere a veder rincresce vole.

XXIV

ORIGINE DI QUESTA USANZA

Sono alcuni li quali credono, percioché sanno Danne amata da Febo e in lauro convertita, essendo Febo e il primo au- tore e fautore de' poeti stato e similmente triunfatore, per amore a quelle frondi portato, di quelle le sue cetere e i triunfi aver coronati; e quinci essere stato preso esemplo dagli uomini, e per conseguente essere quello, che da Febo fu prima fatto, cagione di tale coronazione e di tai frondi infmo a questo giorno a' poeti e agl'imperadori. E certo tale opinione non mi spiace, nego cosi poter essere stato; ma tuttavia me muove altra ragione, la quale è questa. Secondo che vogliono coloro, li quali le virtù delle piante ovvero la loro natura investigarono, il lauro tra l'altre più sue proprietà n'ha tre laudevoli e notevoli moltdi^la prima si è, come noi yeggiamo, che mai egli non perde verdezza, fronda ria seconda si è, che non si truova questo albore mai essere .stato fulminato, il che di niuno altro leggiamo essere avvenuto ;M^a terza, che egli è odorifero molto, si come noi sentiamo : le quali tre proprietà estimarono gli antichi inventori di questo onore convenirsi con le virtuose opere de' poeti e de* vittoriosi imperadori. E primieramente la perpetua viridità di queste frondi dissono dimostrare la fama delle costoro opere, cioè di coloro che d'esse si coronavano

I - VITA DI DANTE 45

o coronerebbono nel futuro, sempre dovere stare in vita. Ap- presso estimarono l'opere di questi cotali essere di tanta po- tenzia, che il fuoco della invidia, la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni cosa consuma, dovesse mai queste potere fulminare, se non come quello albero fulminava la ce- leste folgore. E oltre a questo diceano queste opere de' già detti per lunghezza di tempo mai dover divenire meno piacevoli e graziose a chi l'udisse o le leggesse, ma sempre dovere essere accettevoli e odorose. Laonde meritamente si confaceva la co- rona di cotai frondi, più ch'altra, a^cotali uomini, gli cui effetti, ^^y^vv^ in tanto quanto vedere possiamo, erano a lei conformi. Per che

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nnp gpnyn ff^crinne il nostro Dante era ardentissimo disideratore \\/j

di tale onore ovvero di cotale testimonia di tanta vertù, quale * jl ^^^^^^ .^

questa è a coloro, li quali degni si fanno di doversene ornare ^ uA^^^

le tempie. Ma tempo è di tornare onde, intrando in questo,

ci dipartimmo.

XXV CARATTERE DI DANTE

Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, d'animo alto e disdegnoso molto; tanto che, cercandosi per alcun suo amico, il quale ad istanzia de' suoi prieghi il facea, che egli potesse ritornare in Fiorenza, il che egli oltre ad ogni altra cosa som- mamente disiderava, trovandosi a ciò alcun modo con coloro li quali il governo della republica allora aveano nelle mani, se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse in prigione, e dopo quello in alcuna solennità publica fosse misericordievolmente alla nostra principale ecclesia offerto, e per conseguente libero e fuori d'ogni condennagione per adietro fatta di lui; la qual cosa parendogli «jflnvenirsi e usarsi in qualunque e depressi e infami uomini, e non in altri: perche oltre al suo maggiore disiderio, preelesse di stare in esilio, anzi che per cotal via tornare in casa sua. Oh isdegno laudevoje

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di magnanimo, quanto virilmente operasti, reprimendo l'ardente

disio del ritornare per via meno che degna ad uomo nel grembo della filosofia nutricato 1

Molto simigliantemente presunse di sé, gli parve meno valere, secondo che li suoi contemporanei rapportano, che el valesse; la qual cosa, tra l'altre volte, apparve una notabil- mente, mentre ch'egli era con la sua setta nel colmo del reg- gimento della republica. Che, conciofossecosaché per coloro li quali erano depressi fosse chiamato^ mediante Bonifazio papa ottavo, a ridirizzare lo stato della nostra città, un fratello ov- vero congiunto di Filippo allora re di Francia, il cui nome fu Carlo ; si ragunarono a uno consiglio per provedere a questo fatto tutti li prencipi della setta, con la quale esso tenea; e quivi tra l'altre cose providero, che ambasceria si dovesse mandare al papa, il quale allora era a Roma, per la quale s'inducesse il detto papa a dovere ostare alla venuta del detto Carlo, ovvero lui, con concordia della setta, la quale reggeva, far venire. E venuto al diliberare chi dovesse esser prencipe di cotale legazione, fu per tutti detto che Dante fosse desso. Alla quale richiesta Dante, alquanto sopra a stato, disse: I Se io vo, chi rimane? se io rimango, chi va?, quasi esso fjf! ^. solo fosse colui che tra tutti valesse, e per cui tutti gli altri va- lessero. Questa parola fu intesa e raccolta, ma quello che di ciò seguisse non fa al presente proposito, e però, passando avanti, il lascio stare.

Oltre a queste cose, fu questo valente uomo in tutte le sue avversità fortissimo: solo in una cosa non so se io mi dica fu impaziente o animoso, cioè in opera pertenente a parte, poi che in esilio fu, troppo più che alla sua suflìcienzia non ap- partenea, e ch'egli non volea che di lui per altrui si credesse. E accioché a qual parte fosse cosi animoso e pertinace appaia, mi pare sia da procedere alquanto più oltre scrivendo.

Io credo che giusta ira di Dio permettesse, già è gran tempo, quasi tutta Toscana e Lombardia in due parti dividersi: delle quali, onde cotali nomi s'avessero, non so; ma l'una si chiamò chiama «parte guelfa», e l'altra fu «ghibellina» chiamata.

I - VITA DI DANTE 47

E di tanta efficacia e reverenzia furono negli stolti animi di molti questi due nomi, che, per difendere quello che alcuno avesse eletto per suo contra il contrario, non gli era di perdere gli suoi beni e ultimamente la vita, se bisogno fosse fatto, ma- lagevole. E sotto questi titoli molte volte le città italiche so- stennero di gravissime pressure e mutamenti; e intra l'altre la nostra città, quasi capo e dell'uno nome e dell'altro, secondo il mutamento de' cittadini; intanto che gli maggiori di Dante per guelfi da' ghibellini furono due volte cacciati di casa loro, ed egli similemente, sotto il titolo di guelfo, tenne i freni della republica in Firenze. Della quale cacciato, come mostrato è, non da' ghibellini ma da' guelfi, e veggendo non potere ritornare, in tanto mutò l'animo, che ninno più fiero ghibellino ^\ e a' guelfi avversario fu conìe lui ; e quello di che io più mi , ^ vergogno in servigio della sua memoria è che publichissima cosa è in Romagna, lui ogni femminella, ogni piccol fanciullo ragionante di parte e dannante la ghibellina, l'avrebbe a tanta j / insania mosso, che a gittare le pietre l'avrebbe condotto, non avendo taciuto. E con questa animosità si visse infino alla morte.

Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; percioché, se nelle cose meno che laudevoli in lui, mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del cielo ragguarda.

Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. Il quale vizio, comeché naturale e comune e quasi necessario sia, nel vero non che commendare, ma scusare non si può degnamente. Ma chi sarà tra' mortali giusto giudice a , V* condennarlo? Non io. Oh poca fermezzf, oh bestiale appetito \y^ / degli uomini, che cosa non possono le femmine in noi, s'eile ' .f* vogliono, che, eziandio non volendo, posson gran cose? Esse '^ ' hanno la vaghezza, la bellezza e il naturale appetito e altre

/'.

48 1 - VITA DI DANTE

cose assai continuamente per loro ne' cuori degli uomini pro- curanti ; e che questo sia vero, lasciamo stare quello che Giove per Europa, o Ercule per Iole, o Paris per Elena facessero; che, percioché poetiche cose sono, molti di poco sentimento le dirien favole; ma mostrisi per le cose non convenevoli ad alcuno di negare. Era ancora nel mondo più che una femmina 'quando il nostro primo padre, lasciato il comandamento fattogli /dalla propia bocca di Dio, s'accostò alle persuasioni di lei? Certo no. E David, non ostante che molte n'avesse, solamente veduta Bersabé, per lei dimenticò Iddio, il suo regno, e la sua onestà, e adultero prima e poi omicida divenne: che si dee credere ch'egli avesse fatto, se ella alcuna cosa avesse coman- dato? E Salomone, al cui senno niuno, dal figliuolo di Dio in fuori, aggiunse mai, non abbandonò colui che savio l'aveva fatto, e per piacere a una femmina s'inginocchiò e adorò Baalim? Che fece Erode? che altri molti, da niuna altra cosa tirati che dal piacer loro? Adunque tra tanti e tali non iscu- sato, ma, accusato con assai meno curva fronte che solo, può passare il nostro poeta. E questo basti al presente de' suoi costumi pili notabili avere contato.

XXVI DELLE OPERE COMPOSTE DA DANTE

Compose questo glorioso poeta più opere ne* suoi giorni, delle quali fare ordinata memoria credo che sia convenevole, accioché alcuno delle sue s' intitolasse, a lui fossero per avventura intitolate l'altrui. Egli primieramente, duranti ancora le lagrime della morte della sua Beatrice, quasi nel suo ven- tesimosesto anno compose in un volumetto, il quale egli intitolò Vùa nova, certe operette, si come sonetti e canzoni, in di- versi tempi davanti in rima fatte da lui, maravigliosamente belle ; di sopra da ciascuna partitamente e ordinatamente scri- vendo le cagioni che a quelle fare l'avean mosso, e di

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dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere. E comeché egli d'avere questo libretto fatto, negli anni più maturi si ver- gognasse molto, nondimeno, considerata la sua età, è egli assai bello e piacevole, e massimamente a* volgari.

Appresso questa compilazione più anni, raguardando egli della sommità del governo della republica, sopra la quale stava, e veggendo in grandissima parte, cosi come di si fatti luoghi si vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello e di quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s'accostas- sero, di quanta confusione; dannandogli studi di questi cotali e molto più li suoi commendando, gli venne nell'animo un alto pensiero, per lo quale a un'ora, cioè in una medesima opera,

propose, mostrando la sua SOfficl.^?^''^, di mr^rr^prp' rnn gravìg- j

si me pene i viziosi, e con altissimi prgmi li voloroci nnnrnrp. e a perpetua gloria apparecchiare. E, percioché, come già è mostrato, egli aveva a ogni studio preposta la ^esia,) poe- tica opera estimò di comporre. E, avendo molto davanti pre- meditato quello che fare dovesse, nel suo trentacinquesimo anno si cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti premeditato avea, cioè a volere secondo i meriti e mordere e premiare, secondo la sua diversità, la vita degli uomini. La quale, percioché conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da* vizi partentesi e andante alla vertù, o virtuosa; quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Cornedia. De' quali tre libri egli ciascuno distinse per canti e i canti per rittimi, si come chiaro si vede; e quello in rima volgare compose con tanta arte, con si mira- bile ordine e con si bello, che niuno fu ancora che giustamente quello potesse in alcuno atto riprendere. Quanto sottilmente egli in esso poetasse pertutto, coloro, alli quali è tanto ingegno prestato che 'ntendano, il possono vedere. Ma, si come noi veggiamo le gran cose non potersi in brieve tempo comprendere, e per questo conoscer dobbiamo cosi alta, cosi grande, cosi escogitata impresa, come fu tutti gli atti degli uomini e i loro

G. Boccaccio, Scritti danteschi - \. 4

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meriti poeticamente volere sotto versi volgari e rimati racchiu- dere, non essere stato possibile in picciolo spazio avere al suo fine recata; e massimamente da uomo, il quale da molti e vari casi della fortuna, pieni tutti d'angoscia e d'amaritudine vene- nati, sia stato agitato (come di sopra mostrato è che fu Dante) : per che dall'ora che di sopra è detta che egli a cosi alto lavorio si diede infino allo stremo della sua vita, comeché altre opere, come apparirà, non ostante questa, componesse in questo mezzo, gli fu fatica continua. fia di soperchio in parte toccare d'al- cuni accidenti intorno al principio e alla fine di quella avvenuti. J*"^ Dico che, mentre che egli era più attento al glorioso lavoro, e già della prima parte di quello, la quale intitola Inferno, aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non mica come gentile, ma come cristianissimo poetando, cosa sotto questo titolo mai avanti non fatta; sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, o fuga che chiamar si convegna, per lo quale egli e quella e ogni altra cosa abbandonata, in- certo di se medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma, come noi dovemo certissimamente credere I ^''^ a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la fortuna pn-

y^ I tere operare, per la quale, e se forse vi può porre indugio,

^ \ istòria possa dal debito fine; avvenne che alcuno per alcuna

\ 1^ J<9^^ scrittura forse a lui opportuna, cercando fra cose di Dante

^^ . \5^in certi forzieri state fuggite subitamente in luoghi sacri, nel qJ^ tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli

'^ r^yT^ era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa,

(/ trovò li detti sette canti stati da Dante composd, gli quali

con ammirazione, non sappiendo che si fossero, lesse, e, pia- cendogli sommamente, e con ingegno sottrattigli del luogo dove erano, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo di- citore per rima in Firenze, e mostrogliele. Li quali veggendo Dino, uomo d'alto intelletto, non meno che colui che portati gliele avea, si maravigliò si per lo bello e puTito e orbato stile del dire, si per la profondità del senso, il quale sotto la bella corteccia delle parole gli pareva sentire nascoso: per le quali'

I - VITA DI DANTE 5I

cose agevolmente insieme col portatore di quegli, e si ancora per lo luogo onde tratti gli avea, estimò quegli essere, come erano, opera stata di Dante. E, dolendosi quella essere imper- fetta rimasa, comeché essi non potessero seco presumere a qual fine fosse il termine suo, fra loro diiiberarono di sentire dove Dante fosse, e quello, che trovato avevan, mandargli, accioché, se possibile fosse, a tanto principio desse lo 'mmaginato fine. E, sentendo dopo alcuna investigazione lui essere appresso il marchese Morruello, non a lui, ma al marchese scrissono il loro disidefìo, e mandarono li sette canti; gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero; li quali Dante riconosciuti subito, rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine si alto principio. Certo disse Dante, io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò, si per questa ere denza e si per la moltitudine dell'altre fatiche per lo mio esilio sopravvenute, del tutto avea l'alta fantasia, sopra quest'opera presa, abbandonata; ma, poiché la fortuna inopinatamente me gli ha ripinti dinanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ritornarmi a memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi fia la grazia. E reassunta, non sanza fatica, dopo alquanto tempo la fantasia lasciata, segui: « lo dico, seguitando, ch'assai prima » ecc. ; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può / la ricongiunzione dell'opera intermessa conoscere.

Ricominciata adunque da Dante la magnifica opera, non forse, secondo che molti estimerebbono, senza più interromperla la perdusse alla fine, anzi più volte, secondo che la gravità de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi operare alcuna cosa, mise in mezzo; tanto si potè avacciare, che prima noi sopraggiugnesse la morte, ch'egli tutta publicare la potesse. Egli era suo costume, qua- lora sei o otto o più o meno canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane della Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo

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avea in reverenza; e, poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne volea. E in cosi fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quegli avendo fatti, ancora mandatigli; avvenne ch'egli, senza avere alcuna memoria di lasciargli, si mori. E, cercato da que' che rimasero, e figliuoli e discepoli, più volte e in più mesi, fra ogni sua scritLura, se alla sua opera avesse fatta alcuna fine, trovan- dosi per alcun modo li canti residui, essendone generalmente ogni suo amico cruccioso, che Iddio non l'aveva almeno tanto prestato al mondo ch'egli il picciolo rimanente della sua opera avesse potuto compiere, dal più cercare, non trovandogli, s'erano, disperati, rimasi.

Eransi Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de' quali ciascuno era dicitore in rima, per persuasioni d'alcuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna opera, accioché imperfetta non procedesse; quando a Iacopo, il quale in ciò era molto più che l'altro fervente, apparve una mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla divina Comedia mancavano, e da loro non saputi trovare.

Raccontava uno valente uomo ravignano, il cui nome fu Piero Giardino, lungamente discepolo stato di Dante, che, dopo l'ot- tavo mese della morte del suo maestro, era una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo « matutino », venuto a casa sua il pre- detto Iacopo, e dettogli quella notte, poco avanti a quell'ora, avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parca domandare s'egli vivea, e udire da lui per risposta di si, ma della vera vita, non della nostra; per che, oltre a questo, gli pareva ancora domandare, s'egli avea compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita, e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli parca la seconda volta udire per risposta: Si, io la compie' ; e quinci gli parca che '1 prendesse per mano e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando

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una parte di quella, dicea: Egli è qui quello che voi tanto avete cercato. E questa parola detta, ad una ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava, non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare nel luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria aveva segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la quale cosa, restando ancora gran pezzo di notte, mossisi^ insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi trovarono una (stupia^l muro confitta, la quale leggermente levatane, videro nel muro una finestretta da ninno di loro mai più veduta, saputo ch'ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l'umidità del muro muffate e vicine al corrompersi, se guari più state vi fossero; e quelle piana- mente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lietissimi, quegli riscritti, secondo l'usanza dell'autore prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera ricongiunsono come si convenia. In cotale maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.

Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini generalmente una quistione cosi fatta: che conciofossecosa Dante fosse in ;

iscienzia solennissimo uomo, perché a comporre cosi grande, . -^ «J^'*"*^*^ di si alta materia e si notabile libro, come è questa sua Co-' media, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto' in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A cosi fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l'altre prin- cipali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità "^ più comune a' suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, ^ se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, sólamente a' letterati avrebbe" fatto utile; scrivendo in volgare fece opera mai più non fatta, e^on tolse il non potere esser inteso da' letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di diede agl'idioti, abbandonati per adrieto da ciascheduno. La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Vedendo

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/

y egli li liberali studi del tutto abbandonati, e massimamente da* prencipi e dagli altri grandi uomini, a' quali si solcano le poe- tiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da' più disprezzate ; avendo egli incominciato, secondo che l'altezza della materia richiedea, in questa guisa:

Ultima regna canam, Jluido contermina m,undo, spiritibus quae lata patent, qucs premia solvimi prò merilis cuicumgue suis, ecc.

il lasciò stare; e, immaginando invano le croste del pane porsi alla bocca di coloro che ancora il latte suggano, in istile atto a' moderni sensi ricominciò la sua opera e perseguilla in volgare.

Questo libro della Comedta, secondo ì\ ragionare d'alcuno, intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa : la prima parte, cioè lo 'Nferno, intitolò a Uguiccione della Faggiuola, il quale allora in Toscana signore di Pisa era mirabilmente glo- rioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro, intitolò al marchese Moruello Malespina; la terza parte, cioè il Paradiso, a Federigo terzo re di Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo intitolato tutto a messer Cane della Scala; ma, quale si sia di queste due la verità, ninna cosa altra n'abbiamo che solamente il volontario ragionare di diversi; egli è si gran fatto che solenne inve- stigazione ne bisogni.

Similemente questo egregio autore nella venuta d' Arrigo set- timo imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Mo- narchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso ditermina. in tre libri divise. Nel primo, loicalmente disputando, pruova che a ben essere del mondo sia di necessità essere imperio ; la quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti' istorio- grafi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio; eh* è la seconda quistione. Nel terzo, per argo- menti teologi pruova l'autorità dello 'mperio immediatamente procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li cherici pare che vogliano; eh la terza quistione.

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Questo libro più anni dopo la morte dell'autore fu dannato da messer Beltrando cardinale del Poggetto e legato di papa nelle parti di Lombardia, sedente Giovanni papa ventesimosecondo. E la cagione fu però che Lodovico duca di Baviera, dagli elettori della Magna eletto in re de' romani, e venendo per la sua corona- zione a Roma, contra il piacere del detto Giovanni papa essendo in Roma, fece contra gli ordinamenti ecclesiastici un frate minore, chiamato frate Pietro della Corvara, papa, e molti cardinali e vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E, nata poi in .j,^

molti casi della sua autorità quistione, egli e' suoi seguaci, tro- j ^ ^ vato questo libro, a difensione di quella e di molti degli i ^ ^jj^ argomenti in esso posti cominciarono a usare; per la qual cosaj il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto famoso. Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, e li suoi seguaci, e massimamente i cherici, venuti al dichino e di- spersi; il detto cardinale, non essendo chi a ciò s'opponesse, avuto il soprascritto libro, quello in publico, si come cose ere- tiche contenente, dannò al fuoco. E '1 simigliante si sforzava di fare dell'ossa dell'autore a eterna infamia e confusione della sua memoria, se a ciò non si fosse opposto un valoroso e no- bile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale allora a Bologna, dove ciò si trattava, si trovò, e con lui messer Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del car- dinale di sopra detto.

Oltre a questi compose il detto Dante due egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio, del quale di sopra altra volta è fatta menzione.

Compuose ancora un comento in prosa in fiorentino volgare sopra tre delle sue canzoni distese, comeché egli appaia luì avere avuto intendimento, quando il cominciò, di commentarle tutte, benché poi, o per mutamento di proposito o per mancamento di tempo che avvenisse, più commentate non se ne truovano da lui ; e questo intitolò Convivio, assai bella e laudevole operetta.

Appresso, già vicino alla sua morte, compuose uno libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia,

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dove intendea di dare dottrina, a chi imprendere la volesse, del dire in rima; e comeché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di dovere in ciò comporre quattro libri, o che più non ne facesse dalla morte soprapreso, o che perduti sieno gli altri, più non appariscono che due solamente.

Fece ancora questo valoroso poeta molte pistole prosaiche in latino, delle quali ancora appariscono assai. Compuose molte canzoni distese, sonetti e ballate assai e d'amore e morali, oltre a quelle che nella sua Vita Nova appariscono ; delle quali cose non curo di fare speziai menzione al presente.

In cosi fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini pri- vate e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna potè imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accettevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimend, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per diverse vie un medesime termine, cioè il divenire ricco, quasi in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella di una ora, separare dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerà, e il tempo, nel quale ogni cosa suol consumarsi, o annullerà pre- stamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverà! Che del nostro poeta certo non avverrà, anzi, si come noi veggiamo degli strumenti bellici ad- divenire, che per l'usargli diventan più chiari, cosi avverrà del suo nome: egli^ ppr pggprp stropirrlfltn Hai tempo g^mprp di- venterà più lucente. £ perciò fatichi chi vuole nelle sue vanità, e bastigli l'esser lasciato fare, senza volere, con riprensione da se medesimo non intesa, l'altrui virtuoso operare andar mordendo.

I - VITA DI DANTE 57

XXVII

RICAPITOLAZIONE

Mostrato è sommariamente qual fosse l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ben so, per molti altri molto meglio e più discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa quel che sa, più non gli è richiesto. Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie il poter dire a un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto. Ma la mia fatica non è ancora alla sua fine. Una particella, nel processo promessa di questa operetta, mi resta a dichiarare, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando in lui era gravida, veduto da lei; del quale io, quanto più brievemente saprò e potrò, intendo di dilivrarmi, e porre fine al ragionare.

XXVIII ANCORA IL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Vide la gentil donna nella sua gravidezza a pie d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana partorire un figliuolo, il quale di sopra altra volta narrai, in br^eve tempo, pascendosi delle bache di quello alloro cadenti e dell'onde della fontana, divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; alle quali avere mentre ch'egli si sfor- zava, le parea ch'egli cadesse; e subitamente non lui, ma di

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lui un bellissimo paone le parca vedere. Dalla quai maraviglia la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui più avanti, il dolce sonno.

XXIX SPIEGAZIONE DEL SOGNO

La divina bontà, la quale ab aeterno, si come presente ogni cosa futura previde, suole, da sua propra benignità mossa, qualora la natura, sua generale ministra, è per producere alcuno inusitato effetto infra' mortali, di quello con alcuna dimostrazione o in segno o in sogno o in altra maniera farci avveduti, accio- ché dalla predimostrazione argomento prendiamo ogni cono- scenza consistere nel Signore della natura producente ogni cosa ; la quale predimostrazione, se ben si riguarda, ne fece nella ve- nuta del poeta, del quale tanto di sopra è parlato, nel mondo. E a quale persona la poteva egli fare che con tanta affezione e veduta e servata l'avesse, quanto colei che della cosa mostrata doveva essere madre, anzi già era? Certo a niuna. Mostrollo dunque a lei, e quello ch'egli a lei mostrasse ci è già manifesto per la scrittura di sopra; ma quello ch'egli intendesse con più aguto occhio è da vedere. Parve adunque alla donna partorire un figliuolo, e certo cosi fece ella infra picciolo termine dalla veduta visione. Ma che vuole significare l'alto alloro sotto il quale il partorisce, è da vedere.

Opinione è degli astrologi e di molti naturali filosofi, per la vertù e influenzia de' corpi superiori gl'inferiori e producersi e nutricarsi, e, se potentissima ragione da divina grazia illuminata non resiste, guidarsi. Per la qual cosa, veduto quale corpo su- periore sia più possente nel grado che sopra l'orizzonte sale in quella ora che alcun nasce, secondo quello cotal corpo più possente, anzi secondo le sue qualità, dicono del tutto il nato disporsi. Per che per lo alloro, sotto il quale alla donna pareva il nostro Dante dare al mondo, mi pare che sia da intendere

I - VITA DT DANTE 59

la disposizione del cielo la quale fu nella sua natività, mostrante essere tale che magnanimità e eloquenzia poetica dimostrava ; le quali due cose significa l'alloro, àlbore di Febo, e delle cui fronde li poeti sono usi di coronarsi, come di sopra è già mo- strato assai.

Le bache, delle quali nutrimento prendeva il fanciullo nato, gli effetti da cosi fatta disposizione di cielo, quale è mostrata, già proceduti, intendo; li quali sono i libri poetici e le loro dottrine, da' quali libri e dottrine fu altissimamente nutricato, cioè ammaestrato il nostro Dante.

Il fonte chiarissimo, della cui acqua le parea che questi be- vessCi^niuna altra cosa giudico che sia da intendere se non l'ubertà^Mella filosofica dottrina morale e naturale; la quale si come dalla ubertà nascosa nel ventre della terra procede, cosi e queste dottrine dalle copiose ragioni dimostrative, che terrena ubertà si possono dire, prendono essenza e cagione: senza le quali, cosi come il cibo non può bene disporsi, senza bere, negli stomaci di chi '1 prende, non si può alcuna scienziabene negl'in- telletti adattare di nessuno, se dalli filosofici dimostrameli non v'è ordinata e disposta. Per che ottimamente possiamo dire, lui con le chiare onde, cioè con la filosofia, disporre nel suo sto- maco, cioè. nel suo intelletto, le bache delle quali si pasce, cioè la poesia, la quale, come già è detto, con tutta la sua sollecitu- dine studiava.

Il divenire subitamente pastore ne mostra la eccellenzia del suo ingegno, in quanto subitamente; il quale fu tanto e tale, che in brieve spazio di tempo comprese per istudio quello che op- portuno era a divenire pastore, r>J5ìè (^^^^re^ di pastura agli «Uri 1 v/

'"SSgTii di ..giò bisognosi. E si come assai leggermente ciascuno può comprendere, due maniere sono di pastori: l'una sono pa- stori corporali, l'altra spirituali. Li corporali pastori sono di due maniere, delle quali la prima è quella di ^oloro che volgarmente da tutti sono appellati « pastori », cioè i guardatori delle pecore o de' buoi o di qualunque altro animale; la seconda maniera sono i padri delle famiglie, dalla sollecitudine de' quali convegnono essere e pasciuti e guardati e governati la gregge de' figliuoli

6o I - VITA DI DANTE

e de' servidori e degli altri suggetti di quegli. Li spirituali pastori similmente si possono dire di due maniere, delle quali l'una è quella di coloro li quali pascolano l'anime de' viventi della pa- rola di Dio; e questi sono i prelati, li predicatori e' sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora: l'altra è quella di coloro li quali, d'ottima dottrina, o leggendo quello che gli pas- sati hanno scritto, o scrivendo di nuovo ciò che loro pare o non tanto chiaro mostrato o omesso, informano e l'anime e gl'intelletti degli ascoltanti o de' leggenti, li quali generalmente dottori, in qual che facultà si sia, sono appellati. Di questa maniera di pastori subitamente, cioè in poco tempo, divenne il nostra poeta. E che ciò sia vero, lasciando stare l'altre opere compilate da lui, riguardisi la sua Comedia, la quale con la dolcezza e bellezza del testo pasce non solamente gli uomini, ma i fanciulli e le femine; e con mirabile soavità de' profon- dissimi sensi sotto quella nascosi, poi che alquanto gli ha tenuti sospesi, ricrea e pasce gli solenni intelletti.

Lo sforzarsi ad avere di quelle frondi, il frutto delle quali l'ha nutricato, niun'altra cosa ne mostra che l'ardente diside- rio avuto da lui, come di sopra si dice, della corona laurea; la quale per nulla altro si disidera, se non per dare testimo- nianza del frutto. Le quali frondi mentre ch'egli più ardente- mente disiderava, lui dice che vide cadere; il quale cadere ninna altra cosa fu se non quello cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire ; il quale, se bene si ricorda di ciò che di sopra è detto, gli avvenne quando più la sua laureazione disiava.

Seguentemente dice che di pastore subitamente il vide dive- nuto un paone ; per lo qual mutamento assai bene la sua po- sterità comprendere possiamo, la quale, come che nell'altre sue opere stea, sommamente vive nella sua Comedia, la quale, secondo il mio giudicio, ottimamente è conforme al paone, se le propietà de l'uno e de l'altra si guarderanno. Il paone tra l'altre sue propietà, per quello che appaia, n'ha quattro nota- bili. La prima si è ch'egli si ha penna angelica, e in quella ha cento occhi; la seconda si è ch'egli ha sozzi piedi e tacita

I - VITA DI DANTE 6l

andatura; la terza si è ch'egli ha voce molto orribile a udire; la quarta e ultima si è che la sua carne è odorifera e incor- ruttibile. Queste quattro cose pienamente ha in la Comedia del nostra poeta; ma, percioché acconciamente l'ordine posto di quelle non si può seguire, come verranno più in concio or l'una ora l'altra le verrò adattando, e comincerommi da l'ultima. Dico che il senso della nostra Comedia è simigliante alla carne del paone, percioché esso, o morale o teologo che tu il dèi a quale parte più del libro ti piace, è semplice e immuta- bile verità, la quale non solamente corruzione non può ricevere, ma quanto più si ricerca, maggiore odore della sua incorrut- tibile soavità porge a' riguardanti. E di ciò leggermente molti esempli si mostrerebbero, se la presente materia il sostenesse; e però, senza porne alcuno, lascio il cercarne agl'intendenti. Angelica penna dissi che copria questa carne; e dico « angelica », non perché io sappia se cosi fatte o altramenti gli angeli n'abbiano alcuna, ma, congetturando a guisa de' mortali, udendo che gli angeli volino, avviso loro dovere avere penne; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli più bella, più peregrina, cosi come quella del paone, imagino loro cosi doverle avere fatte; e però non quelle da queste, ma queste da quelle dinomino, perché più nobile uccello è l'angelo che 'l paone. Per le quali penne, onde questo corpo si cuopre, in- tendo la bellezza della peregrina istoria, che nella superfìcie della lettera della Comedia suona: si come l'essere disceso in inferno e veduto l'abito del luogo e le varie condizioni degli abitanti ; essere ito su per la montagna del purgatorio, udite le lagrime e i lamenti di coloro che sperano d'essere santi; e quindi salito in paradiso e la ineffabile gloria de' beati veduta: istoria tanto bella e tanto peregrina, quanto mai da alcuno più non fu pensata non che udita, distinta in cento canti, si come alcuni vogliono il paone avere nella coda cento occhi. Li quali canti cosi provvedutamente distinguono le varietà del trattato opportune, come gli occhi distinguono i colori o la diversità delle cose obiette. Dunque bene è d'angelica penna coperta la carne del nostro paone.

i

62 1 - VITA DI DANTE

Sono similmente a questo paone li pie sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autore si confanno, percioché, si come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosi prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sosdene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascun altro poeta, è sozzo, comeché egli sia più che gli altri belli agli odierni ingegni conforme. L'andar queto significa l'umiltà dello stilo, il quale nelle commedie di necessità si richie- de, come color sanno che intendono che vuole dire « comedia »..

Ultimamente dico che la voce del paone è orribile ; la quale, come che la soavità delle parole del nostro poeta sia molta quanto alla prima apparenza, sanza ninno fallo a chi bene le me- dolle dentro ragguarderà, ottimamente a lui si confà. Chi più or- ribilmente grida di lui, quando con invezione acerbissima morde le colpe di molti viventi, e quelle de' preteriti gastiga? Qual voce è più orrida che quella del gastigante a colui eh' è disposto a peccare? Certo ninna. Egli a un'ora colle sue dimostrazioni spaventa i buoni e contrista i malvagi; per la qual cosa quanto in questo adopera, tanto veramente orrida voce si può dire avere. Per la qual cosa, e per l'altre di sopra toccate, assai appare, colui, che fu vivendo pastore, dopo la morte essere di- venuto paone, si come credere si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre.

Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per più cagioni. Primieramente, perché forse la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, la principale intenzione noi patia; ultimamente, quando e la sufficienzia ci fosse stata e la materia l'avesse pa- tito, era ben fatto da me non essere più detto che detto sia, accioché ad altrui più di me sofficiente e più vago alcuno luogo si lasciasse di dire. E perciò quello, che per me detto n'è, quanto a me dee convenevolmente bastare, e quel, che manca, rimanga nella sollecitudine di chi segue.

VITA DI DANTE 63

XXX

CONCLUSIONE

La mia piccioletta barca è pervenuta al porto, al quale ella dirizzò la proda partendosi dallo opposito lito: e comeché il peleggio sia stato picciolo, e il mare, il quale ella ha solcato, basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da rendere grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al quale con quella umiltà, con quella divozione, con quella affezione che io posso maggiore, non quelle, cosi grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in eterno il suo nome e '1 suo valore.

II REDAZIONI COMPENDIOSE

DELLA VITA DI DANTE

(PRIMO E SECONDO COMPENDIO)

G. Boccaccio, Scritti danteschi - i.

AVVERTENZA

Nel testo si è dato il secondo compendio : le varianti del primo sono riferite a pie di pagina.

PROPOSIZIONE

Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienza fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora testimonianza dell'antica giustizia e della sua gravità, era, secondo che dicono alcuni, usato talvolta di dire ogni republica, si come noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali con maturità affermava essere il destro il non lasciare alcun difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose mancava, senza dubbio da quel pie la republica zoppicare.

Dalla quale laudevole sentenza mossi alcuni cosi egregi come antichi popoli, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepoltura, di triunfale arco, di laurea corona o d'altra spettabile cosa, secondo i meriti, onoravano i valorosi; per opposito agrissime pene a' colpevoli infligendo. Per li quali meriti l'assiria, la macedonica e ultimamente la romana repu- blica aumentate, con l'opere li fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de' quali non solamente da' suc- cessor presenti, e massimamente da' miei fiorentini, sono mal seguite, ma in tanto s'è disviato da ess^ che ogni premio di virtù possiede l'ambizione. Il che, se ogni altra cosa occullasse, non lascerà nascondere l'esilio ingiustamente dato al chiarissimo uomo Dante Alighieri, uomo di sangue nobile, ragguardevole per scienza e per operazioni laudevole e degno di glorioso

68 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

onore. Intorno alla quale opera pessimamente fatta non è la presente mia intenzione di volere insistere con debite riprensioni, ma più tosto in quella parte, che le mie piccole forze possono, quella emendare; percioché, quantunque picciol sia, pur di quella [città] son cittadino, e agli onor d'essa mi conosco in solido obbligato.

Quello adunque che la nostra città dovria verso il suo va- loroso cittadino magnificamente operare, accioché in tutto non sia detto noi esorbitare dagli antichi, intendo di fare io, non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi dell'una appo noi spenta l'usanza, all'altra basterieno le mie facultadi, ma con povere lettere a tanta impresa, volendo più tosto di presunzione che d'ingratitudine potere esser ripreso. Scriverò adunque in istilo assai umile e leggiero, peroché più sublime noi mi presta lo 'ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accio- ché da quello che Dante medesimo usò nella maggior parte delle sue opere non discordi, quelle cose, le quali esso di onestamente tacette, cioè la nobiltà della sua origine, la vita, gli studi e i costumi; raccogliendo appresso in uno l'opere da lui fatte, nelle quali esso chiaro ha renduto a' futuri. Il che accioché compiutamente si possa fare, umilmente priego Colui, il quale di speziai grazia lui trasse, come leggiamo, per si alta scala a contemplarsi, che me al presente aiuti, e, in onore e gloria del suo santissimo nome, e la debole mano guidi, e regga lo 'ngegno mio.

II

PATRIA E MAGGIORI DI DANTE

Fiorenza, intra l'altre città italiane più nobile, secondo la generale opinione de' presenti, ebbe inizio da' romani ; e in processo di tempo aumentata di popoli e di chiari uomini e già potente parendo, o contrario cielo, o i lor meriti, che in l'ira di Dio provocassero, non dopo molti secoli da Attila,

DELLA VITA DI DANTE 69

crudelissimo re de' vandali e general guastatore quasi di tutta Italia, molti de' cittadini uccisi, quella ridusse in cenere e in ruine. Poi, trapassato già il trecentesimo anno, e Carlomagno, clementissimo re de' franceschi, essendo all'altezza del romano imperio elevato, avvenne che, o per propio movimento, forse da Dio a ciò spirato, o per prieghi pòrtigli da alcuni, che il detto Carlo alla reedificazione della detta città l'animo dirizzò, e a coloro medesimi, li quali primi conditori n'erano stati, la fatica commise. Li quali in piccol cerchio riducendola, quanto poterono, si come ancora appare, a Roma la fér simigliante, seco raccogliendovi dentro quelle poche reliquie che de' discen- denti degli antichi scacciati si poter ritrovare.

Vennevi, secondo che testimonia la fama, tra' novelli reedi- ficatori un giovane, per origine de' Frangiapani, nominato Eliseo ; il quale, che che cagion sei movesse, di quella divenne per- petuo cittadino; del quale rimasi laudevoli discendenti ed ono- rati molto, non l'antico cognome ritennero, ma, da colui, che quivi loro aveva dato principio, prendendolo, si chiamar gli Elisei. De' quali, di tempo in tempo e d'uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse un cavaliere per arme e per senno rag- guardevole, il cui nome fu Cacciaguida; il quale per isposa ebbe una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, della quale forse più figliuoli ricevette. Ma, come che gli altri nominati si fossero, in uno, si come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de' suoi maggiori, e nominollo Aldighieri; comeché il vocabol poi, per sottrazione d'alcuna lettera, rima- nesse Alighieri. Il valor del quale fu cagione a quegli, che disceser di lui, di lasciare il titolo degli Elisei e di cognomi- narsi degli Alighieri. Del quale, come che alquanti e figliuoli e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante Federigo secondo imperadore, uno ne nacque, il quale dal suo avolo nominato fu Alighieri, più per colui di cui fu padre che per chiaro. Questi nella sua donna genera colui del quale dee essere il futuro sermone. pretermise il nostro signore Iddio, che alla madre nel sonno non dimostrasse cui ella portasse nel ventre. Il che allora poco inteso e non curato, in processo di

70 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

tempo e nella vita e nella morte di colui, che nascer doveva di lei, chiarissimamente si manifestò, si come con la grazia di Dio mostreremo vicino al fine della presente operetta.

Venuto adunque il tempo del parto, partorì la donna questa futura chiarezza della nostra città, e di pari consentimento il padre ed ella, non senza divina disposizione, si come io credo, il nominaron Dante, volendone Iddio per cotal nome mostrare lui dovere essere di maravigliosa dottrina datore.

Ili SUOI STUDI

Nacque adunque questo singulare splendore italico nella no- stra città, vacante il romano imperio per la morte di Federigo, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo MCCLXV, sedente Urbano papa quarto, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualità del mondo che allora s'usava. E nella sua puerizia cominciò a dare, a chi avesse a ciò riguardato, manifesti segni qual dovea la sua ma- tura età divenire; peroché, lasciata ogni pueril moUizie, nella propria patria con istudio continuo tutto si diede alle liberali arti, e, in quelle già divenuto esperto, non alle lucrative facultadi, alle quali oggi ciascun cupido di guadagnare s'avventa innanzi tempo, ma da laudevole vaghezza di perpetua fama tratto, alle speculative si diede. E, peroché a ciò, si come appare, era dal ciel produtto, a vedere con aguto intelletto e le fizioni e l'artificio mirabile de' poeti si mise; e in brieve tempo, non trovandogli semplicemente favolosi, come si parla, familiarissimo divenne di tutti, e massimamente de' più famosi. E, come già è detto, conoscendo le poetiche opere non esser vane o stolte favole, come molti dicono, ma sotto dolcissimi frutti di verità istoriografe o filosofiche aver nascosti, accioché piena notizia n'avesse, e alle istorie e alla filosofia, i tempi debitamente partiti, si diede; e già divenuto di quelle e di questa esperto,

DELLA VITA DI DANTE 71

cresciuta, con la dolcezza del conoscere la verità delle cose, la vaghezza del più sapere, a voler investigar quello che per umano ingegno se ne può comprendere delle celestiali intelli- genzie e della prima causa con ogni sollecitudine tutto si diede. questi studi in picciol tempo si feciono, senza grandissimi disagi s'esercitarono, nella patria sola s'acquistò il frutto di quegli. Egli, si come a luogo più fertile del cibo che '1 suo alto intelletto disiderava, a Bologna andatone, non piccol tempo vi spese; e, già vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave l'andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l'altezza del suo in- gegno, che ancora narrandosi se ne maravigliano gli uditori. Di tanti e si fatti studi non ingiustamente il nostro Dante me- ritò altissimi titoli: percioché alcuni assai chiari uomini in scienza il chiamavano sempre « maestro », altri l'appellavan * filosofo », e di tali furono che « teologo » il nominavano, e quasi generalmente ogn'uomo il diceva « poeta », si come an- cora è appellato da tutti. Ma, percioché tanto è la vittoria più gloriosa quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare di come fluttuoso anzi tempestoso mare costui, ora in qua e ora in ributtato, con forte petto parimente le traverse onde e i contrari venti vincendo, perve- nisse al salutevole porto de' chiarissimi titoli già narrati.

IV IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI

Gli Studi generalmente sogliono solitudine e rimozion di sol- lecitudine disiderare e tranquillità d'animo, e massimamente gli speculativi, a' quali, si come mostrato è, il nostro Dante, in quanto la possibilità permetteva, s'eraMonato. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua puerizia infino allo stremo della sua vita. Dante ebbe fierissima e im- portabile passion d'amore. Ebbe oltre a ciò moglie; le quali

72 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

chi '1 pruova sa come capitali nemiche sieno dello studio della filosofia. Similmente ebbe ad aver cura della re familiare e oltre a ciò della republica, e, sopr'a tutte queste, lungamente sostenne esilio e povertà; accioché io lasci stare l'altre parti- culari noie, che queste si tirano appresso. Le quali, per mostrare quanta in superficialmente di gravezza portassono e accio- ché per questo parte della promessa fatta s'osservi, giudico convenevole sia alquanto più distesamente spiegarle.

V

AMORE PER BEATRICE

Era usanza nella nostra città e degli uomini e delle donne, come il dolce tempo della primavera ne veniva, nelle lor con- trade ciascuno per distinte compagnie festeggiare. Per la qual cosa infra gli altri Folco Portinari, onorevole cittadino, il primo di di maggio aveva i suoi vicini nella propria casa raccolti a festeggiare, infra' quali era il sopradetto Alighieri; e lui, si come far sogliono i piccoli figliuoli i lor padri, e massimamente alle feste, seguito avea il nostro Dante, la cui età ancor non aggiungnea all'anno nono. Il quale con gli altri della sua età, che nella casa erano, puerilmente si diede a trastullare.

Era tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice, la quale di tempo non passava l'anno ottavo, leggiadretta assai e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle sue parole con più gravezza che la sua piccola età non richiedea. La quale riguardando Dante e una e altra volta, con tanta affezione, ancor che fanciul fusse, piacendogli, la ricevette nell'animo, che mai altro sopra vvegnente piacere la bella imagine di lei spegnere potè cacciare. E, lasciando stare de' puerili accidenti il ragionare, non solamente conti- nuandosi, ma crescendo di giorno in giorno l'amore, non avendo ninno altro disidèro maggiore consolazione se non di ve- der costei, gli fu in più provetta età di cocentissimi sospiri e

DELLA VITA DI DANTE 73

d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione, si come egli in parte nella sua Fz/a nuova dimostra. Ma quello che rade volte suole negli altri cosi fatti amori intervenire, in questo essendo avvenuto, non è senza dirlo da trapassare. Fu questo amor di Dante onestissimo, qual che delle parti, o forse amendue, fosse di ciò cagione. Egli quantunque, almeno dalla parte di Dante, ardentissimo fosse, ninno sguardo, ninna parola, niun cenno, niun sembiante, altro che laudevole, per alcun se ne vide giammai. Che più? Dal viso di questa giovine donna, la quale non Bice, ma dal suo primitivo sempre chiamò Beatrice, fu primieramente nel petto suo desto lo 'ngegno al dovere pa- role rimate comporre. Delle quali, si come manifestamente appare, in sonetti, ballate e canzoni e altri stili, molte in laude di questa donna eccellentissimamente compose, e tal maestro, sospingnendolo Amor, ne divenne, che, tolta di gran lunga la fama a' dicitor passati, mise in opinion molti che ninno nel futuro esser ne dovesse, che lui in ciò potesse avanzare.

VI DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE

Gravi erano stati i sospiri e le lagrime, mosse assai sovente dal non potere aver veduto, quanto il concupiscibile appetito disiderava, il grazioso viso della sua donna ; ma troppo più ponderosi gliele serbava quella estrema e inevitabile sorte che, mentre viver dovesse, ne '1 doveva privare. Avvenne adunque che, essendo quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, piacque a Colui che tutto puote di trarla delle temporali angosce e chiamarla alla sua eterna gloria. La partita della quale tanto impazientemente sostenne il nostro Dante, che, oltre a' sospiri e a' pianti continui, assai de' suoi amici lui quel senza morte non dover finire estimarono. Lunghe furono e molte [le sue lagrime], e per lungo spazio ad ogni

74 n - REDAZIONI COMPENDIOSE

conforto datogli tenne gli orecchi serrati. Ma pur poi, in pro- cesso di tempo maturatasi alquanto l'acerbità del dolore, e facendo alquanto la passion luogo alla ragione, cominciò senza pianto a potersi ricordare che morta fosse la donna sua, e per conseguente ad aprir gli orecchi a' conforti ; ed essendo lun- gamente stato rinchiuso, incominciò ad apparire in publico tra le genti. fu solo da questo amor passionato il nostro poeta, anzi, inchinevole molto a questo accidente, per altri obietti in più matura età troviam lui sovente aver sospirato, e massimamente dopo il suo esilio, dimorando in Lucca, per una giovine, la quale egli nomina Pargoletta. E oltre a ciò, vicino allo stremo della sua vita, nell'alpi di Casentino per una alpigina, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E, per qualunque fu l'una di queste, compose più e più laudevoli cose in rima.

VII

MATRIMONIO DI DANTE

«

Agro e valido nemico degli studi è amore, come veramente testificar può ciascuno che a tal passione è soggiaciuto ; percio- ché, poi che con lusinghevole speranza ha tutta la mente oc- cupata di chi nel principio non l' ha con forte resistenza scac- ciato, niun pensiero, ninna meditazione, niuno appetito in quella patisce che stea se non quelle sole, le quali esso medesimo vi reca ; e chenti queste siano e come contrarie allo specular filo- sofico o alle poetiche invenzioni, si manifesto mi pare, che su- perfluo estimo sarebbe il metterci tempo a più chiarirlo.

A questo stimolo un altro forse non minore se n'aggiunse; percioché, poi che, allenate le lagrime della morte di Beatrice, diede agli amici suoi alcuna speranza della sua vita, inconta- nente loro entrò nell'animo che, dandogli per moglie una gio- vane, colei del tutto se ne potesse cacciare, che, benché partita del mondo fosse, gli avea nel petto la sua imagine lasciata

DELLA VITA DI DANTE 75

perpetua donna: e, lui a inclinato, senza alcuno indugio misero ad effetto il lor pensiero.

Saranno per avventura di quegli che laudevole diranno cotal consiglio; e questo avverrà perché non considereranno quanto pericolo porti lo spegnere il fuoco temporal con l'eterno. Era a Dante l'amore, il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso disiderio spesse volte noioso e grave a sofferire; ma pur talvolta alcun soave pensiero, alcuna dolce speranza, qual- che dilettevole imaginazion ne traeva; dove della compagnia della moglie, secondo che coloro afferman che *1 pruovano, altro che sollecitudine continua e battaglia senza intermission non si trae. Ma lasciamo star quello che la moglie in qualunque meccanico possa adoperare, e a quel vegniamo che la presente materia richiede.

vili

DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO

Quanto le mogli sieno nimiche degli studi assai leggermente puote apparire a* riguardanti. Rincresce spesse volte a' filoso- fanti la turba volgare: per che, da essa partendosi e raccol- tosi in alcuna solitaria parte della sua casa, contra con la considerazion trasportando, talvolta ragguarda quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali, quali sieno delle cose le prime cagioni; e talvolta nello splendido consistoro de' filosofi mischiatosi col pensiero, con Aristotile, con Socrate, con Platone e con gli altri disputerà della verità d'alcuna conclusione acutissimamente; e spesse fiate con sottilissima meditazione se ne entrerà sotto la corteccia d'alcuna poetica Azione, e, con gran- dissimo suo piacere, quanto sia diverso lo 'ntrinseco dalla crosta riguarderà. fia che non avvenga, quando vorrà, che gl'im- peradori eccelsi, i potentissimi re e fwencipi gloriosi con lui nella solitudine non si convengano, e con lui ragionino de' go- vernameli publici, dell'arti delle guerre e dei mutamenti della fortuna. Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrà la donna

76 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

e, cacciata via la contemplazion laude vole e tanta e tal compa- gnia, biasimerà il suo star solitario e '1 suo pensiero, e spesse volte, sospicando, dirà questo non solergli avvenire avanti ch'ella a lui venisse, e però assai manifestamente apparire lui esser di lei pessimamente contento. E, postasi quivi a sedere, non prima si leverà che, esaminati i pensieri del marito, lui di piacevo- lissima considerazione in noiosa turbazione avrà recato. Che dirò dell'odio ch'elle portano a' Hbri, qualora alcuno ne veg- giono aprire? che delle notturne vigilie, non solamente utili, ma opportune agli studianti? Tutto a' suoi diletti quel tempo esser tolto, lagrimando, confermano. Lascio le notturne battaglie, li loro costumi gravi a sostenere, la spesa inestimabile che nelli loro ornamenti richeggiono: tutte cose, quanto esser possono, avverse a' contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v'inter- viene? che, se cruccio che per lunghezza si converta in odio? Io corro troppo questa materia, percioché bastar dee agl'inten- denti averne superficialmente toccato. Ma, chenti che l'altre si sieno, accioché io quando che sia mi riduca al proposito, tal fu quella che a Dante fu data, che, da lei una volta partitosi, volle mai dove ella fosse tornare, che ella andasse dove egli fosse. creda alcuno che io per le sudette cose voglia conchiuder gli uomini non dover tórre moglie; anzi il lodo, ma non a tutti. I filosofanti, che.'l mio giudicio in questo seguiteranno, lasceranno lo sposarsi a' ricchi stolti e a* signori e similmente ai lavoratori ; ed essi con la filosofia si diletteranno, molto più piacevole e migliore sposa che alcuna altra.

IX

CURE FAMILIARI E PUBBLICHE

Tirò appresso di lo stimolo della moglie al nostro poeta un'altra quasi inevitabil gravezza, e questa fu la sollecitudine d'allevare i figliuoli, percioché in brieve tempo padre di fa- miglia divenne; e, strignendolo la domestica cura, quel tempo.

DELLA VITA DI DANTE 77

che alle eccelse meditazioni, soluto, soleva prestare, costretto da necessità, conveniva che egli concedesse a' pensieri donde dovessero i salari delle nutrici venire, i vestimenti de' figliuoli, e l'altre cose opportune a chi più secondo la opinion del vulgo che secondo la filosofica verità convien che viva. Il che quanto d'impedimento alli suoi studi prestasse, assai leggermente co- noscer si dee da ciascuno.

Da questa per avventura ne gli nacque una maggiore ; per- cioché l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio, e per le maggiori estimando quelle potersi cessare, dalla familiar cura transvolò alla publica: nella qual tanto e subitamente si l'av- vilupparono i vani onori, che, senza guardare donde s'era par- tito e dove andava con abbandonate redine, messa la filosofia in oblio, quasi tutto della republica con gli altri cittadin più solenni al governo si diede. E lugli tanto in ciò alcun tempo la fortuna seconda, che di tutte le maggior cose occorrenti la sua diliberazion s'attendeva. In lui tutta la publica fede, in lui tutta la speranza publica, in lui sommariamente le divine co"se e l'umane parevano esser fermate. Che questa gloria vana, questa pompa, questo vento fallace gonfi maravigliosamente i petti de' mortali; e gli atti e portamenti di coloro, che ne' reg- gimenti delle città son maggiori, e il fervente appetito, che di quegli hanno generalmente gli stolti, assai leggermente agli occhi de' savi il possono dimostrare. E come si dee credere che intra tanto tumulto, intra tanto rivolgimento di cose, quanto dee continuamente essere nelle gonfiate menti de* presidenti, deano potere aver luogo le considerazion filosofiche, le quali, come già detto è, somma pace d'animo vogliono? In queste tumultuosità fu il nostro Dante inviluppato più anni, e tanto più che un altro, quanto il suo disiderio tutto tirava al ben publico, dove quello degli altri o della maggior parte tiranne- scamente al privato badava: per che, oltre all'altre sollecitudini, in continua battaglia esser gli conveniva. Ma la fortuna, volgi- trice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, assai diverso fine pose al principio. Al qual voler dimostrare, un po- chetto s'amplierà la novella.

78 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE

Era ne' tempi del glorioso stato del nostro poeta la fio- rentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, alle quali parti riducere ad unità Dante invano si faticò molte volte. Di che poi che s'accorse, prima seco propose, posto giù ogni uficio publico, di viver seco privatamente; ma, dalla dolcezza della gloria tratto e dal favor popolesco, e ancora dalle persua- sioni de' maggiori, sperando di potere, se tempo gli fosse pre- stato, molto di bene adoperare, lasciò la disposizione utile e perseverando seguitò la dannosa. E, accorgendosi che per se medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale, giusta, la ingiustizia dell'altre due abbattesse, con quella s'accostò nella quale, secondo il suo giudici©, era meno di malvagità. E, aumen- tandosi per vari accidenti continuamente gli odii delle parti, e il tempo vegnendo che gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, nacque una voce per tutta la città: la parte avversa a quella, con la qual Dante teneva, grandis- sima multitudine d'armati in disfacimento de' loro avversari aver nelle case loro. La qual cosa creduta spaventò si i collegati di Dante, che, ogni altro consiglio abbandonato che di fuggire, non cacciati s'usciron dalla città e, con loro insieme, Dante. molti di trapassarono che, avendo i lor nemici il reggimento tutto della città, come nemici publici tutti quegli, che fuggiti s'erano, furono in perpetuo esilio dannati, e i lor beni ridotti in publico o conceduti a' vincitori.

DELLA VITA DI DANTE 79

XI

LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO

Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da' suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportare. Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della fortuna, e uscito di quella città, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, più anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertà co- stretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo. Egli primieramente rifuggi a Verona. Quivi dal signor della terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Fag- giuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona. Ma, essendo già dopo la sua partita di Firenze più anni passati, apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar di- sperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati gli Alpi, come potè se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitu- dini vane tolto le avea, restituisse. Udi adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose op- portune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di po- tere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con prieghi, con lettere e con ambasciate ^ingegnò di rimuovere il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerio intorno alla sua città, estimando quella contro a lui non potersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato

8o II - REDAZIONI COMPENDIOSE

vano. Assediò Arrigo la città di Fiorenza; e ultimamente, vana vedendo la stanza, se ne parti e, non dopo molto tempo pas- sando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo di, il quale alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII

DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima città di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta, ne* liberali studi ammaestrato e amatore degli scen- ziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Ro- magna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare, con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ciò volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo di di lui.

Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale gli amorosi disiri, le dolenti lagrime, gli stimoli della moglie, la sollecitudine casalinga, la lusinghevole gloria de' publici ofici, il sùbito e impetuoso mutamento della for- tuna, né le faticose circuizioni, il lungo e misero esilio, la intollerabile povertà, tutte imbolatrici di tempo agli studiami, non poterono con le lor forze vincere, dal principale intento rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, si come assai chia- ramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è riposo continuo, e a* quali l'ampie facultà senza alcun lor pen- siero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De' quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un

DELLA VITA DI DANTE 8l

mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli im- peti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.

XIII MORTE DI DANTE

Abitò adunque Dante in Ravenna più anni nella grazia di quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo già al cin- quantesimosesto anno della sua età pervenuto, infermò, e come fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione delle colpe conmiesse, a Dio, del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo Mcccxxi, il di che la esaltazione della santa Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ri- cevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo perpetuo prenda merito delle fatiche passate.

Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri de' più eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori, con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso medesimo, a commendazione del trapns.sato poeta e a consola- zione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essen- dogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica se- poltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto, le venerabili ossa dimorano.

G Boccaccio, Scritti danteschi -\. 6

82 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

XIV GARA DI POETI PER L' EPITAFIO DI DANTE

Furono in que' tempi più uomini nell'arte metrica ammae- strati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testi- ficanti e la scienza e alcun de' più memorabili casi di Dante, de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondi- meno, più tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti, fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, si come più laudevoli al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici diliberai come segue:

Theologiis Dantes nuUius dogmatis expers,

qiiod foveat darò philosophia sinu: gloria inusarum, vulgo gratissimus aiiclor,

hic iacet, et fama pulsai utrumque poluni: qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis

distribuii, laicis rhetoricisque modis. Pascua Pieriis demum resonabat avenis ;

Atropos heu! laetum livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,

exilium, vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gretuio Ravenna Novelli

gaudet honorati continuisse ducis, mille trecentenis ter septem NumÌ7iis annis,

ad sua septembris idibus astra redit.

XV RIMPROVERO AI FIORENTINI

Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata ma- livolenzade' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; ninna

DELLA VITA DI DANTE 83

publica lagrima gli fu conceduta, alcuno uficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente si dimostrò, i fio- rentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti, che fra loro ninna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia riman- gansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono, ci volgiamo.

XVI

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malin- conico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne: Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che la giù sono! Alla quale semplice- mente una dell'altre rispose: In verità egli dee cosi essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è giù? Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.

Li suoi vestimenti sempre onestissimf furono, e l'abito con- veniente alla maturila, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.

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Nel cibo e nel poto fu modestissimo. fu alcuno più vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse.

Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquen- tissimo fosse.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giova- nezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.

Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è dimostrato di sopra.

Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli .studi, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

Fu ancora Dante di maravigliosa capacità e di memoria fer- missima, come più volte nelle disputazioni in Parigi e altrove mostrò.

Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime in- gegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine assai.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura più che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inu- sitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fillo, si come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, noi fece. Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia la poesi e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato, mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.

DELLA VITA DI DANTE 85

XVII DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, si come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a cia- scuno. La quale veggendo il ciel moversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene aver certo ordine e diverse ope- razioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero e che tutte l'altre ordinasse, si come superiore potenza da niuna altra l)Otenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'imaginaron quella, la quale «divinità» ovvero «deità» ap- pellarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con più die umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenzia di questa suprema potenza, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimaron fossero da separare cosi di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitano; e nominaronle « templi ». E simil- mente avvisaron doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; li quali appellaron «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quelle vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a* sacrifici stabiliti per loro. E accioché a questa cotal potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa deità fosse da umiliare e alle loro necessità render propizia. E cosi come essi estimarono questa eccedere ogni altra cosa di nobiltà, cosi vollono che, di lungi ad ogni plebeio o publico stile di parlare, si trovasser parole degne di pro- ferire dinanzi alla divinità, nelle quali, oltre alle sue lode.

86 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole potessero avere più d'efficacia, vollero che fos- sero sotto legge di certi numeri, corrispondenti per brevità e per lunghezza a certi tempi ordinati, composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia; e questo non in volgar forma o usitata, come dicemmo, ma con artificiosa ed esquisita di modi e di vocaboli, convenne che si facesse. La qual forma, cioè di parlare esquisito, li greci appellan ^ poetes ^\ laonde nacque, che quello parlare, che in cotal modo fatto fosse, « poesie » s'appellasse; e quegli, che ciò facessero o cotal modo di parlare usassero, si chiamasson « poeti ».

Questa adunque fu la prima origine della poesia e del suo nome, e per conseguente de' poeti, come che altri n'assegnino altre ragioni forse buone: ma questa mi piace più.

Adunque questa buona e laudevole intenzione della rozza età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e, dove i primi una sola deità adoravano, stol- tamente mostrarono a' seguenti esserne molte, comeché quella una dicessero, oltre ad ogni altra, ottenere il principato. Tra le quali molte, mostrarono essere il Sole, la Luna, Saturno, Giove e qualunque altro pianeto, la loro erronea dimostrazion roborando da' loro effetti. E da questi vennero a mostrare, ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, in occulta deità conservare; alle quali tutte e versi e onori e sa- crifici divini s'ordinarono. E poi susseguentemente avendo già comincialo diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno e chi con un altro, a farsi, sopra la moltitudine indòtta della sua contrada, maggiori e a chiamarsi « re » e mostrarsi alla plebe con servi e con ornamenti, e a farsi ubbidire, e talvolta a farsi come Dio adorare; li quali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli, li quali non vi si sarebbon con le forze recati. E, oltre a questo, diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli, li lor maggiori, o a dimostrare figliuoli

DELLA VITA DI DANTE 87

degli iddiì, accioché più fosson temuti e avuti in reverenza dal vulgo. Le quali cose non si poterono commodamente fare senza l'oficio de' poeti, li quali, si per ampliar la lor fama, si per compiacere a' prencipi, si per dilettare i sudditi, e si ancora per suadere agl'intendenti il virtuosamente operare,

luello che con aperto parlare saria suto della loro intenzion contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi, oggi non che a quel tempo, intese, facean credere quello che i prencipi voleano si credesse; servando nelli nuovi iddìi e negli uomini, li quali degli iddii nati fingevano, quello medesimo stilo che in quello, che vero Iddio primieramente credettero,

usavano. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl' iddii: donde nacque il cantare con ec- celso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degli iddii. Per che si può delle predette cose comprendere uficio essere del poeta alcuna verità sotto fabulosa fizion nascondere con ornate ed esquisite parole. E, percioché molti ignoranti credono la poesia ninna altra cosa essere, che semplicemente un favoloso e ornato parlare; oltre al promesso, mi piace brievemente mostrare la poesi esser teologia, o, pili propiamente parlando, quanto più può simi- gliante di quella, prima che io vegna a dichiarare perché di lauro si coronino i poeti.

XVIII CHE LA POESIA È SIMIGLIANTE ALLA TEOLOGIA

Se noi vorrem por giù gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggermente potrem vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto all'umana ingegno è possibile, le pedate dello Spirito santo; il quale, %i come noi nella di- vina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suo' altissimi segreti rivelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcun velo, intendeva

88 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

di dimostrare. Impercioclié essi, se noi riguarderem bene le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune Azioni, quello che stato era, o che fosse al lor tempo presente, o che disideravano, o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono. Per che, comeché ad un fine l'una scrittura e l'altra non ri- guardasse, ma solo al modo del trattare, quello del poetico stilo dir si potrebbe che della sacra Scrittura dice Gregorio, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quello sottoposto; e cosi ad un'ora con l'uno li savi esercita e con l'altro li semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoli nutrichi, e in occulto serva quello onde assai le menti dei sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percicché pare essere un fiume piano e pro- fondo, nel quale il piccioletto agnello con gli pie vada e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da verificar sono le cose predette con alcune dimostrazioni.

XIX

DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA

Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme con essa noi « teologia » appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'nten- dimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mo- strarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a* futuri nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la re- surrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse, lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosi i poeti nelle loro invenzioni, quando con Azioni di vari iddii, quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando

DELLA VITA DI DANTE 89

con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtù e de' vizi e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir pos- siamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasi come una fiamma ardente. Iddio, la verginità di Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per la concezione, per lo parto del Verbo del Padre in alcuna parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor, nella statua di più metalli abbattuta da una pietra convertita poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite età dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua, si come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di leremia l'eccidio futuro di lerusalem dichiarare, e quello, per la sua ingratitudine e crudeltà in Cristo, avvenire.

Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosasi produce; e come ella in esso è prodotta, cosi in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo. Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione ; e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia, e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è dinominato, i vizi della quale sono a' sufei simiglianti: Licaone, percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discris- sero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo

90 li - REDAZIONI COMPENDIOSE

la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali il cristiano uomo meritamente potrà intendere la dolcezza del paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò, oscura ed orrida e nel centro della terra fìnsero la città di Dite, e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagli uomini tormentarsi: per la quale chi sarà che non prenda l'amaritudine dello 'nferno e i supplici de* dannati tanto quanto più esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a vir- tuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscurità dell'altro, spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da' vizi e seguitin le virtù. Io lascio il tritare con più particulari esposizioni queste cose, per non lasciarmi si oltre nella trans- gression trasportare, che la principale materia patisca («), e per venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.

(a) fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è, conosceranno quanta forza, più trite, al mio argomento aggiugne- rieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana reli- gione ne discrive: è di ciò da maravigliarsi molto, peroché quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto verità, e questa fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.

XIX bis PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI

Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati ancora un pochette intorno a questo ragionamento non mi aves- sero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto

DELLA VITA DI DANTE 91

XX DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI

Tra l'altre genti, alle quali più apri la filosofia i suoi tesori, i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose

reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora co- nosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo le lor favole essere opere puerili e a ninna verità conso- nanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento, in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle que- stioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti : ma, poiché sofìerire si conviene, a questi cotali, senza altro mar- tirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere ninna consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel, che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna, che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somi- glianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno, come stoltamente dette, da rifiutare? Noi consentirà mai chi fic- cherà gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono in vilipensione, e che la verità, con fatica e perspicacità d'ingegno tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse più cara e più e con più diletto entrasse nella memoria del trovatore ; perché saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno nascosi gli alti effetti della natura, le moralità e i gloriosi fatti degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io noi conosco. Perché sotto cosi fatta forma i poeti dessero la loro dottrina, oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste:

92 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone nel principio della presente operetta discritta ; la quale ottima- mente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica. Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per più degno guidardon che alcuno altro, si come a più utile e più onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un

o per imitare più nobile autore, o perché forse in altra forma non erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosi fatte elezioni più tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui ; e però più tosto si potrà dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote es- sere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini sono diversi, cosi esser convengono diverse le maniere del dare la dottrina. Assai se ne sono già veduti, a' quali niuna sillogistica dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclu- sione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente com- presa. Che dunque con questi cotali varrà il sillogizzare d'Aristotile? Certo, niente. Cosi al contrario alcuni vilipendono tanto le persua- sioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna parti- cella di filosofia potersi nascondere; che, se '1 credessero, non le vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, già assai, dalla novità delle favole mossi, divennero investigatori della verità e do- mestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura. In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, disutile il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende, non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera al- l'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché i poeti si coronino d'alloro. Tra l'altre genti ecc.

DELLA VITA DI DANTE 93

medesimo onore esser degno colui per la cui virtù le cose publiche erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remu- nerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' la- tini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal co- ronazion più l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia (a), pare la ragion questa.

Vogliono coloro, li quali le virtù e le nature delle piante hanno investigate, il lauro, si come noi medesimi veggiamo, giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viridità vollero i greci intendere la perpetuità della fama di coloro che di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato, il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si co- ronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che il fuoco della 'nvidia, la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o diminuire. Dicono, oltre a ciò. i predetti quello che noi tutto il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degna- mente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose e odorifere di laudevole fama {à). E perciò era non senza cagione

(a) non dovrà parere a udire rincrescevole.

Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie, e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere ori- gine avuta: la quale opinione non mi spiace, niego cosi poter essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che vogliono coloro, ecc.

(ó) Similemente una quarta proprietà, e maravigliosa, gli ag- giungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qua- lunque persona n'avesse alla testa legale e dormisse, vedrebbe

94 " - REDAZIONI COMPENDIOSE

il nostro Dante, si come merito poeta, di questa laurea disioso. Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito.

XXI CARATTERE DI DANTE

Fu adunque il nostro poeta, oltre alle cose di sopra dette, d'animo altiero e disdegnoso molto: tanto che, cercandosi per alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare, altro modo trovandosi, se non che egli per alcuno spazio di tempo stato in prigione, fosse misericordievolmente offerto a San Gio- vanni, calcato ogni fervente disio del ritornarvi, rispose che Iddio togliesse via che colui, che nel seno della filosofia cre- sciuto era, divenisse cero del suo comune.

Oltre a questo, di se stesso presunse maravigliosamente tanto, che essendo egli glorioso nel colmo del reggimento della repu- biica, e ragionandosi tra' maggior cittadini di mandar, per alcuna gran bisogna, ambasciata a Bonifazio papa ottavo, e che pren- cipe dell'ambasciata fosse Dante, ed egli a ciò in presenza di tutti quegli, che sopra ciò consigliavan, richiesto, avvenne che, soprastando egli alla risposta, alcun disse: Che pensi? Alle quali parole egli rispose: Penso: se io vo, chi rimane?

veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale pro- prietà intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale es- sere ne' poeii si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrà uditi, cosi le particulari incidenzie mai non vedute udite discriverà, come se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie di divinazione, furono chiamati « vati », cioè profeti, ed estimarono gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietà della divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò, ecc.

DELLA VITA DI DANTE 95

e se io rimango, chi va? quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse e per cui tutti gli altri valessero.

Appresso, comeché il nostro poeta nelle sue avversità pa- ziente o no si fosse, in una fu impazientissimo: egli infino al cominciamento del suo esilio, come i suoi passati, stato guelfis- simo, non essendogli aperta la via a ritornare in casa sua, si fuor di modo diventò ghibellino, che ogni femminella, ogni piccol fanciullo, e quante volte avesse voluto, ragionando di parte e la guelfa preponendo alla ghibellina, l'avrebbe non solamente fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che, se taciuto non fosse, a gittar le pietre l'avrebbe condotto.

Certo io mi vergogno di dovere con alcun difetto ma- culare la chiara fama di cotanto uomo; ma il cominciato or- dine delle cose in alcuna parte il richiede, percioché, se nelle cose meno laudevoli mi tacerò, io torrò molta fede alle laude- voli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del ciel mi riguarda.

Tra cotanta vertù, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. E questo basii al presente de' siaoì costumi più no- tabili aver contato, e all'opere da lui composte vegniamo.

XXII

LA «VITA NUOVA» E LA «COMMEDIA»

INCIDENTI OCCORSI NELLA COMPOSIZIONE

DI QUESTA OPERA

Compose questo glorioso poeta più opere ne' suoi giorni, tra le quali si crede la prima un libretto volgare, che egli intitola Vi/a nuova', nel quale egli e in prosa # in sonetti e in canzoni gii accidenti dimostra dell'amore, il quale portò a Beatrice.

Appresso più anni, guardando egli della sommità del go- verno della sua città, e veggendo in gran parte qual fosse

96 II - rp:dazioni compendiose

la vita degli uomini, quanti e quali gli error del vulgo, e i cadimenti ancora de' luoghi sublimi come fussero inopinati, gli venne nell'animo quello laudevol pensiero che a compor lo 'ndusse la Comedia. E, lungamente avendo premeditato quello che in essa volesse descrivere, in fiorentino idioma e in rima la cominciò: ma non avvenne il poterne cosi tosto vedere il fine, come esso per avventura imaginò; percioché, mentre egli era più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello sette canti composti, de' cento che diliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovver fuga, per la quale egli, quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se me- desimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma non potè la nimica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti. Li quali con ammirazion leggendo, sappiendo che fos- sero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo- dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduti Dino, e maravigliatosi si per lo bello e pulito stilo, si per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli es- sere opera di Dante imaginò; e, dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malespina, non a lui, ma al marchese, e l'accidente e il desiderio suo scrisse, e mandògli i sette canti. Gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora i) pregò il marchese che gli piacesse di non lasciar senza debito fine si alto principio. Certo disse Dante io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri aver

DELLA VITA DI DANTE 97

perduti; e perciò, si per questa credenza, e si per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma, poiché inopinatamente innanzi mi son ripinti, e a voi aggrada, io cer- cherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, cosi avanti procederò. Creder si dee lui non senza fatica aver la intra- lasciata fantasia ritrovata; la qual seguitando, cosi cominciò:

Io dico, seguitando, ch'assai prima, ecc.;

dove assai manifestamente, chi ben guarda, può la ricongiun- zione dell'opera intermessa riconoscere.

Ricominciato adunque Dante il magnifico lavoro, non forse, secondo che molti stimano, senza più interromperlo il perdusse a fine; anzi più volte, secondo che la gravità de' casi soprav- vegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi adoperare alcuna cosa, interponeva; intanto che, più avacciar non potendosi, avanti che tutto il publicasse il sopraggiunse

1 morte. Egli era suo costume, come sei o otto canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun gli vedesse, mandare a messer Can della Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo in reverenza avea; e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la volea. E in cosi fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, ancora che questi tredici fatti avesse, avvenne che senza farne alcuna memoria si mori ; né, più volte cercati da' fi- gliuoli, mai furon potuti trovare; per che Iacopo e Piero, suoi figliuoli, e ciascun dicitore, dagli amici pregati che l'opera terminasser del padre, a ciò, come sapean, s'eran messi. Ma una mirabile visione a Iacopo, che in ciò più era fervente, appa- rita, lui e '1 fratello non solamente della stolta presunzion levò,

ìa mostrò dove fossero li tredici canti tanto da lor cercati. Raccontava uno valente uom ravignano, il cui nome fu Pier

iardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave di costumi degno di fede, che dopo l'ottavo mese dal di della morte del

no maestro, venne una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo

mattutino », alla casa sua Iacopo di Dante, e dissegli quella

G. Boccaccio, Scritti danteschi -\. n

98 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

notte poco avanti a quell'ora avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parca doman- dare se '1 vivea, e udire da lui per risposta di si, ma della vera vita, non della nostra. Per che, oltre a questo, gli pareva ancor domandare se egli avea compiuta la sua opera avanti il suo passare alla vera vita; e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli pareva similemente udir per risposta: Si, io la compie'; e quinci gli parca che il prendesse per mano, e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea, e toccando una parte di quella, diceva: Egli è qui quello che voi tanto avete cercato. E, questa parola detta, ad un'ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare il luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria avea segnato, a vedere se véro spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la qual cosa, comeché ancora assai fosse di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante quando mori dimorava; e, chiamato colui che allora in essa stava e dentro da lui ricevuti, al mostrato luogo n'andarono, e quivi trovarono una stuoia al muro confitta, si come per lo passato continuamente veduta v'aveano. La quale leggiermente in alto levata, vidon nel muro una finestretta da niun di loro mai più veduta, saputo che ella vi fosse, e in quella trovaron più scritte, tutte per l'umidità del muro muffate e vicino al corrom- persi se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero quello, che in esse scritto era, esser de* rittimi della Comedia: per che, se- condo l'ordine dei numeri continuatele, insieme li tredici canti, che alla Comedia mancavan, ritrovar tutti. Per la qual cosa lie- tissimi quegli riscrissono e, secondo l'usanza dell'autore, prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli ricongiunson, come si convenia; e in cotal maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.

DELLA VITA DI DANTE 99

XXIII

PERCHÉ DANTE COMPOSE LA «COMMEDIA» IN VOLGARE A CHI EGLI LA DEDICO

Muovon molti, e intra essi alcun savi uomini, una quistion cosi fatta: che, conciofossecosaché Dante fosse in iscienza so- lennissimo uomo, perché a comporre cosi grande opera e di si alta materia, come la sua Comedia appare, si mosse più tosto a scrivere in rittimi e nel fiorentino idioma che in versi, come gli altri poeti già fecero. Alla quale si può cosi rispondere. Aveva Dante la sua opera cominciata per versi in questa guisa :

Ultima regna canain, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt prò meritis cuicumque suiSy ecc.

Ma, veggendo egli li liberali studi del tutto essere abbandonati, e massimamente da' prencipi, a' quali si solcano le poetiche opere intitolare, e che solcano essere promotori di quelle; e, oltre a ciò, veggendo le divine opere di Virgilio e quelle degli altri solenni poeti venute in non calere e quasi rifiutate da tutti, estimando non dover meglio avvenir della sua, mutò consiglio e prese partito di farla corrispondente, quanto alla prima ap- parenza, agl'ingegni dei prencipi odierni; e, lasciati starei versi, ne* rittimi la fece che noi veggiamo. Di che segui un bene, che de' versi non sarebbe seguito: che, senza tór via lo esercitare degl'ingegni de' letterati, egli a' non letterati diede alcuna cagion di studiare, e a acquistò in brevissimo tempo grandissima fama, e maravigliosamente onorò il fiorentino idioma.

Questo libro della Comedia, secondo che ragionano alcuni, intitolò egli a tre solennissimi italiani : la t>i ima parte di quello, cioè -lo 'N/erno, ad Uguiccion della Faggiuola, il quale allora in Toscana era signor di Pisa; la seconda, cioè il Purgatoj-io, al marchese Moruello Malespina; la terza, cioè il Paradiso, a

rOO II - REDAZIONI COMPENDIOSE

Federico terzo, re di Cicilia. Alcuni voglion dire lui averlo in- titolato tutto a messer Can della Scala ; e io il credo più tosto, per la maniera che tenne di mandar prima a lui quello che composto avea che ad alcuno altro.

XXIV

ALTRE OPERE COMPOSTE DA DANTE

Compose ancora questo egregio autore nella venuta d'Ar- rigo settimo imperadore un libro in latina prosa, nel quale, in tre libri distinto, prova a bene esser del mondo dovere essere imperadore, e che Roma di ragione il titolo dello imperio possiede, e ultimamente che l'autorità delio 'mperio procede da Dio senza alcun mezzo. Gli argomenti del quale percio- ché usati furono in favore di Lodovico duca di Baviera contro alla Chiesa di Roma, fu il detto libro, sedente Giovanni papa ventiduesimo, da messer Beltrando cardinal dal Poggetto, allora per la Chiesa di Roma legato in Lombardia, dannato si come contenente cose eretiche, e per lui proibito fu che studiare alcun noi dovesse. E se un valoroso cavaliere fiorentino, chiamato messer Pino della Tosa, e messer Ostagio da Polenta, li quali amenduni appresso del legato eran grandi, non avessero al furor del legato obviato, egli avrebbe nella città di Bologna insieme col libro fatte ardere l'ossa di Dante [a).

Oltre a questi, compose il detto Dante egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio.

Compose ancora molte canzoni distese e sonetti e ballate, oltre a quelle che nella sua Vùa nuova si leggono.

E sopra tre delle dette canzoni, comeché intendimento avesse sopra tutte di farlo, compose uno scritto in fiorentin volgare, il quale nominò Convivio, assai bella e laudevole operetta.

{a) Se giustamente o non, Iddio il sa di vero. Oltre a questi ^zz.

DELLA VITA DI DANTE lOI

Appresso, già vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloque?itia\ e co- ineché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di di- stinguerlo e terminarlo in quattro libri, o che più non ne facesse dalla morte soprappreso, o che perduti sien gli altri, più non appariscon che i due primi.

In cosi fatte cose, quali di sopra narrate sono, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lagrime, alle sollecitudini pri- vate e publiche e a* vari fluttuamenti della iniqua fortuna potè imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accet- tevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per qualunque via un medesimo fine, cioè di divenir ricchi, quasi nelle ricchezze ogni bene, ogni onore, ogni bea- litudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella d'un'ora separare dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vitupere- voli fatiche annullerà; e il tempo, nel quale ogni cosa si suol consumare, o senza indugio recherà a niente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverà! Il che del nostro poeta certo non avverrà; anzi, si come noi veggiamo degli strumenti bellici avvenir, che, usan- dogli, più chiari diventano ognora, cosi il suo nome, quanto più sarà stropicciato dal tempo, tanto più chiaro e più lucente diventerà.

XXV SPIEGAZIONE DEL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Mostrato è sommariamente qual fosser l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opare state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ma la mia fatica non è

I02 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

ancora al suo fine venuta, rammemorandomi una particella nel processo promessa, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando gravida era in lui, e il significato di quello: nel quale se un pochetto mi stendessi, priego pazientemente il sófferino i lettori.

Dico adunque che la madre del nostro poeta, essendo gra- vida di quella gravidezza, della quale esso poi a debito tempo nacque, dormendo, le parve nel sonno vedere essere al pie d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, e quivi parto- rire un figliuolo, il quale le pareva il più pascersi delle bache che dello alloro cadevano, e bere disiderosamente dell'acqua d quella fontana; e da questo cibo nudrito, le parca che in pic- col tempo crescesse e divenisse pastore, e nella vista grandis- sima vaghezza mostrasse d'aver delle frondi di quello alloro, le cui bache l'avean nutricato; e, sforzandosi d'aver di quelle, avanti che ad esse giunto fosse, le pareva che egli cadesse ; e, aspettando ella di vederlo levare, non lui, ma in luogo di lui le pareva vedere un bellissimo paone esser levato. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, senza più avanti vedere, ruppe il dolce sonno. tenne quello, che veduto aveva, na- scoso, comeché, recitatolo a molti, neuno ne fosse, che quello per quel comprendesse che seguir ne dovea. Il che, poi che avvenuto è, più leggiermente conoscer si puote, si come io appresso mi credo mostrare («).

(a) Opinione è degli astrolagi e di molti filosofi naturali, per la virtù e influenzia de' corpi superiori, gl'inferiori, quali che essi si sieno, e producersi e nutricarsi, e ciascheduno, secondo la qua- lità della virtù infusa, essere più utile ad alcuna o alcune cose che al rimanente dell'altre: il che assai appare negli uomini, se le loro attitudini guarderemo. Percioché noi tra molti ne vedremo alcuno, che senza dottrina, senza maestro, senza alcuna dimostra- zione, sospinto solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo cantatore; e, se quanti fabbri furono mai gli fussono d'intorno, non gli potrebbono insegnare tenere un martello in mano, non che formare una spada; e, se pure, constretto, o per molta consuetudine

DELLA VITA DI DANTE IO3

Possiamo adunque, riguardando, come di sopra è detto, l'al- loro esser de' poeti ornamento, per quello dalla donna veduto intendere la disposizion celeste esser stata atta, nella concezion di Dante, a dover producere un poeta.

L'essersi colui, che nato era, delle bache che dello alloro cadevano nudrito, assai chiaramente dimostra quali dovevano essere gli studi di Dante ; percioché, si come il corpo si nutrica e cresce del cibo, cosi gl'ingegni degli uomini si nutricano e aumentano degli studi. E le bache, che frutto son dell'alloro, non vogliono altro significare che i frutti della poesia nati, li quali sono i libri da' poeti composti, e da' quali Dante senza dubbio e nutricò e aumentò il suo ingegno.

dell'arte fabbrile alcuna cosa imparasse o facesse, come in suo arbitrio sarà, al naturale suo intento, cioè al canto, si tornerà, se da già per forza della sua libertà non lasciasse il canto, e al martello s'attenesse. Cosi alcuno altro nascerà a disegnare e a intagliare si disposto, che ogni piccola dimostrazione il farà in ciò in brevissimo tempo sommo maestro, dove in qualunque altra leggiera arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che andrò io della varietà delle singolari disposizioni degli uomini dicendo, se non quello che il nostro poeta medesimo ne dice :

Un ci nasce Solone, ed altro Xerse, altri Melchisedech, ed altri quello che, volando per l'aere, il figlio perse?

Appare adunque varie constellazioni a varie cose disporre gli ingegni degli uomini ; e però, considerato chi fu Dante e quale la sua principale affezione, assai bene si conoscerà il cielo nella sua natività essere disposto a dover producere un poeta. E, perché l'alloro, come davanti avemo mostrato, è quello albero, le cui Irondi testimoniano nella coronazione la facoltà del poeta, meri- tamente possiamo dire, l'alloro dalla donna veduto significare e la disposizione del cielo nella natività futura di Dante, e la pre- cipua affezione e studio di colui che nascere dovea, si come chia- ramente n'ha dimostrato quello che appresso la natività di Dante è seguito. L'essersi colui, ecc.

I04 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

Il chiarissimo fonte, del quale pareva alla donna che bevesse il suo figliuolo, niuna altra cosa credo che voglia significare se non il copioso e abbondantissimo seno della filosofia, del quale, ciò che compor si vuole, è di necessità che si prenda; e, si come il poto è ordinatore e disponitor nello stomaco del cibo preso, cosi la filosofia, d'ogni cosa buona maestra verissima, con la sua dottrina è ottima componitrice d'ogni cosa a debito fine. Nelle cui scuole, come di sopra mostrammo, accioché e le sue invenzioni ordinare sapesse, e intender compiutamente l'altrui, il nostro poeta bevve più tempo digestivo e salutevole beveraggio.

Appresso il parere pastor divenuto, la sublimità del suo in- gegno ne mostra, per la quale in brieve tempo divenne tanto e tale, che non solamente bastevole fu a governar sé, ma eziandio a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono, al mio giudi- ciò, di pastori due maniere: corporali e spirituali (a). I corporali sono i pastor silvani, li re e' padri delle famiglie; li spirituali

(a) Li corporali similmente sono di due qualità, l'una delle quali sono quegli che, per le selve e per gli prati, le pecore, gli buoi e gli altri armenti pascendo menano; l'altra sono gl'imperadori, i re, i padri delle famiglie, i quali con giustizia e in pace hanno a conservare i popoli loro commessi, e a trovare onde vengano a' tempi opportuni i cibi a' sudditi e a' figliuoli. Li spirituali pa- stori similmente dire si possono di due maniere: delle quali è l'una quella di coloro che pascono l'anime de' viventi di cibo spirituale, cioè della parola di Dio, e questi sono i prelati, i predicatori e i sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l'altra è quella di coloro, li quali in alcuna scienzia ammaestrati prima, poi ammaestrano altrui leggendo o componendo. E di questa ma- niera di pastori vide la madre il suo figliuolo divenuto. Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifesto ne mostra essere il desiderio della laureazione, peroché ogni fatica aspetta premio, e il premio dello avere alcuna cosa poetica composta, è l'onore che per la corona dello alloro si riceve. Ma seguita che cadere il vide, quando più a ciò si sforzava ; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quel cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire:

DELLA VITA DI DANTE I05

sono i prelati e' sacerdoti e similmente i dottori, in qualunque facultà de' quali il nostro Dante fu uno.

Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifestamente ne mostra essere stato il disiderio della laureazione, nel quale mentre si faticava cadde, cioè mori.

E vide la madre in luogo di lui levarsi un paone: per che intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a ser- vare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. Laonde in luogo di Dante abbiamo la sua Comedia^ la quale ottima- mente si può conformare ad un paone. Il paone, secondo che comprendere si può, ha queste proprietà : che la sua carne è odorifera e incorruttibile; la sua penna è angelica, e in quella ha cento occhi; li suoi piedi sono sozzi, e tacita l'andatura; e, oltre a ciò, ha sonora e orribile voce: le quali cose con la Comedia del nostro poeta ottimamente si convengono.

Dico adunque primieramente che, cercando in assai parti lo intrinseco senso della Comedia, e in assai lo intrinseco e lo estrinseco, si troverà essere semplice e immutabile verità, non di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavità, e in niuna cosa dalla religione di quella scordante.

Dissi, appresso, il paone avere angelica penna, e in quella cento occhi. Certo io non vidi mai alcuno angelo; ma, udendo che voli, estimo che penne aver debba; e, non sappiendone al- cuna fra questi nostri uccelli più bella cosi peregrina, conside- rata la nobiltà di loro, imagino che cosi la debbiano aver fatta, e

il che a lui avvenne quando già avea finito quello per che me- ritamente la laureazione gli seguiva. Seguentemente dicea che in luogo di lui vide levarsi un paone; ove intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono Topere sue. E perciò in luogo d'Alessandro macedonico, di Inda Maccabeo, di Scipione Affricano, abbiam^ le loro vittorie e l'altre magnifiche opere; in luogo d'Aristotile, di Solone e di Virgilio, abbiamo i loro libri, le loro composizioni, eterne conservatrici de' nomi e della presenzia loro nel cospetto di que' che vivono ; e cosi in luogo di Dante ecc.

I06 II - REDAZIONI COMPENDIOSE

però non da queste le loro, ma queste da quelle dinomino; e intendo per quelle, delle quali questo paon si cuopre, la bellezza della peregrina istoria che appare nella lettera della Comedia\ e il cambiare del color di quella, secondo i vari mutamenti di questo uccello, ninna altra cosa esser sento, se non la varietà de* sensi che a quella in una maniera e in altra, leggendola, si posson dare. E i cento occhi, chi non inten- derà i cento canti di quella, ne' quali ella cosi è ordinata e distinta e ornata, come ne' lor luoghi distinti mirabilmente gli occhi si veggono nel paone?

Sono e al paone i pie sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autor si confanno; per- cioché, si come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosi prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascuno altro poeta, è senza dubbio sozzo. L'andar quieto e tacito signi- fica l'umiltà dello stilo, il quale nelle comedie di necessità si ri- chiede, come color sanno che intendon che vuol dir « comedia ».

Ultimamente dico che la voce del paone è sonora e orribile ; la quale, comeché la soavità delle parole del nostro poeta paia e sia molta, nondimeno chi bene in alcune parti riguarderà, ottima- mente conoscerà confarsi con la voce della Comedia, e massi- mamente dove con acerbissime invezioni grida ne' vizi d'alcuni, oppur, distesamente procedendo, d'alcuni altri morde le colpe o gastiga i miseri peccatori. E ninna è più orrida voce di quella del gastigante, e massimamente a colui che ha commesso o a colui che, a mandare i suoi appetiti ad effetto, schifa l'ostacolo del riprensore. Per la qual cosa e per l'altre di sopra mostrate assai appare, colui che fu, vivendo, pastore, dopo la morte esser divenuto paone, si come creder si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre {a).

(a) Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta

DELLA VITA DI DANTE I07

XXVI CONCLUSIONE

La mia picciola barca è pervenuta al porto, al quale ella drizzò la proda partendosi dallo opposito lito ; e, comeché il peleggio sia stato piccolo e il mare basso e tranquillo, non- dimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da render grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al Quale con quella umiltà e divozione che io posso maggiore, non cosi grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in eterno il nome suo.

conosco essere assai superficialmente per me fatta ; e questo per più cagioni. Primieramente, perché per avventura la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, più tosto altro luogo per richiedeva che questo, ad altra materia congiunta; ultimamente, quando la sufficienzia ci fosse stata, e la materia l'avesse patito, era ben fatto, più che detto sia, non essere detto da me, accioché ad altrui più di me sufficiente e più vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. La mia picciola barca, ecc.

Ili

COMENTO ALLA " DIVINA COMMEDIA

PROEMIO

ez. I] «Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. La nostra umanità, quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore no- bilitata sia, nondimeno di sua natura è si debile, che cosa al- cuna, quantunque menoma sia, fare non può bene com- piutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente addomandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne' principi d'ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee cia- scuno senza alcuna difficultà divenire, leggendo quello che ne scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del pro- logo del suo Timeo y per dicendo: « Nam cum omìiibus mos sit et quasi quaedam relgio, qui vel de maxirnis rebus, vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium ; quanto nos aequius est, qui univejsitatis naturae substantiaeque rationem praestaluri sumus, invocare divinam opem, itisi piane quodam saevo furore atque implacabili raptemur amenti a? >, E, se Platone confessa sé, più che alcun altro, avere, del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria labile? E spe- zialmente, sottentrando a peso molt(> maggiore che a' miei òmeri si convegna, cioè a spiegare l'artificioso testo, la molti- tudine delle storie, e la sublimità de' sensi nascosi sotto il poe- tico velo della Commedia del nostro Dante; e massimamente

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ad uomini d'alto intendimento e di mirabile perspicacità, come universalmente solete esser voi, signori fiorentini: certo, oltre ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adun- que, accioché quello che io debbo dire sia onore e gloria del- l'altissimo nome di Dio, e consolazione e utilità degli auditori, intendo, avanti che io più oltre proceda, quanto più umilmente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto ; molto più della sua benignità fidandomi che d'alcuno mio merito. E, impercioché di materia poetica parlar dovemo, poeticamente quello invo- cherò con Anchise troiano, dicendo que' versi che nel secondo del suo Eneida scrive Virgilio:

lupiter omnipotens, precibus si flecteris ulLis, aspice nos : hoc tantum : et, si pietate meremur, da deÌ7ide auxilium, pater, ecc.

[Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fa- tica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si venga, estimo sieno da vedere tre cose, le quali general- mente si soglion cercare ne' principi di ciascuna cosa che ap- partenga a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto.]

[Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la for- male, la efì[ìciente e la finale. La materiale è, nella presente opera, doppia, cosi come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa ; percioché altro suggetto è quello del senso letterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, si come manifestamente ap- parirà nel processo. È adunque il suggetto secondo il senso letterale: lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi sempli- cemente preso; percioché di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per Io libero arbitrio me- ritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e pu- nire obbligato. La causa formale è similmente doppia, perciò-

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ch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti ; la terza divisione è quella secondo la quale ciascun canto si divide in rittimi. La forma, o vero il modo del trattare, è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo ; e con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobatìvo e positivo d'esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale più distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli che nella presente vita vivono, dallo stato della miseria, allo stato della felicità.]

[La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: « Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino » ; al- cun altro, seguendo più la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo: « Incominciano le cantiche della Commedia di Dante Alighieri fiorentino ». La quale, percioché, come detto è. è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte es- sere : « Incomincia la prima cantica delle cantiche della Com- media di Dante Alighieri »; volendo per questa mostrare do- vere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della Commedia di Dante» ecc., come detto è.]

[Ma, perché questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori, e verremo a quello per che all'autore dovè pa- rere di doverlo cosi intitolare, dicendo la cagione del titolo se- condo, percioché in quello si conterrà la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenzia di questo, se- condo il mio giudicio, è da sapere, si come i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e della varietà d! queste, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano « canto »; cosi i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente

(i. Boccaccio, Scritti danteschi -\. 8

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dettano: componendo i lor versi, secondo la diversa qualità d'essi, di certo e diterminato numero di piedi, intra se medesimi, dopo certa e limitata quantità di parole, consonanti: si come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal nu- mero di sillabe, sempre il terzo pie nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce. Per che pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convenga che i musici alle loro invenzioni danno, come davanti dicemmo, cioè « canti », e per conseguente quella opera, che di molti canti è composta, doversi « cantica » appellare, cioè cosa in contenente più canti.]

[Appresso i>i dimostra nel titolo questo libro essere appel- lato «commedia». A notizia della qual cosa è da sapere che le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, si come è tragedia, satira e commedia, buccolica, elegia, lirica ed altre. Ma, volendo di quella sola, che al presente titolo appartiene, vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo, e appresso dal modo del trattare de' comici, il quale pare molto essere differente da quello che l'autore serva in questo libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo; percioché « commedia » vuol tanto dire quanto canto di villa, composto da «cofnos», che in latino viene a dire «villa», e «ocfos», che viene a dire « canto » ; e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, si come di loro quistioni intorno al cultivar della terra, o conservazione di lor bestiame, o di lor bassi e rozzi innamoramenti e costumi rurali: a' quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della pre- sente opera; ma sono di persone eccellenti, di singulari e no- tabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenza, de' costumi degli angeli e della divina essenza. Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, accioché alla materia sia conforme; quello che della presente opera dir non si può; percioché, quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno

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ornato e leggiadro e sublime; delle quali cose nulla sente il volgar delle femmine. Non dico però che, se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse molto più artificioso e più sublime, percioché molto più d'arte e di gravità ha nel parlar latino che nel materno.]

[E appresso, dell'arte spettante al commedo;] mai nella com- media non introducere se medesimo in alcun atto a parlare, ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che appartenga al tema impreso della com- media: dove in questo libro, lasciato l'artificio del commedo. l'autore spessissime volte, e quasi sempre, or di or d'altrui ragionando favella. Similmente nelle commedie non s'usano comparazioni recitazioni d'altre istorie che di quelle che al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono comparazioni infinite, e assai istorie si raccontano, che diritta- mente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose, che nelle commedie si raccontano, cose che per avventura mai non furono, quantunque non sieno si strane da' costumi degli uomini che essere state non possano: la sustanziale istoria del presente libro, dello essere dannati i peccatori, che ne' lor peccati muoiono, a perpetua pena, e quegli, che nella gra- zia di Dio trapassano, essere elevati all'eterna gloria, è, se- condo la cattolica fede, vera e santa sempre. Chiamano, oltre a tutto questo, i commedi le parti intra distinte delle lor commedie « scene »; percioché, recitando li commedi quelle nel luogo detto «scena», nel mezzo del teatro, quante volte introdu- cevano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano i mimi trasformati da quelli che prima avevano parlato e fatto alcun atto, e in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti al popolo riguardante e ascoltante il commedo che re- citava: dove il nostro autore chiama « canti » le parti della sua Commedia. E cosi, accioché fine pognamo agli argomenti, pare. come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di commedia ». si può dire non essere stato della mente del- l'autore che questo libro non si chiamasse «commedia », come

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talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto; conciosia- cosaché esso medesimo nel ventunesimo canto di questa prima cantica il chiami commedia, dicendo: « Cosi di ponte in ponte altro parlando, Che la mia commedia cantar non cura », ecc. Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciosia- cosaché oculatissimo uomo fosse l'autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si contenutone, ma al tutto, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativa- mente parlando. Il tutto della commedia è (per quello che per Plauto e per Terenzio, che furono poeti comici, si può com- prendere): che la commedia abbia turbolento principio e pieno di romori e di discordie, e poi l'ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillità. Al qual tutto è ottimamente conforme il libro presente: percioché egli incomincia da' dolori e dalle turbazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella gloria, la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che cosi fatto nome si possa di ragion conve- nire a questo libro.

[Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascun altro pare di ne- cessità di doversi sapere; e questo, accioché noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita, conciosiacosaché noi leg- giamo: « Qui misere credit, creditur esse viiser». E qual cosa è più misera che credere al patricida dell'umana pietà, al libi- dinoso della castità, o all'eretico della fede cattolica? Rade volte avviene che l'uomo contro alla sua professione favelli. Voglionsi adunque esaminare la vita, e' costumi e gli studi degli