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GIORNALE STORICO

LETTERATURA ITALIANA

SUPPLEMENTO ITO lo-ll.

GIORNALE STORICO

DELLA

LETTERATURA ITALIANA

DIRETTO E REDATTO

FRANCESCO NOVATI E RODOLFO RENIER

SUPPLEMENTO isro lo-ii.

, '^'^y<o^

TORINO

Casa Editrice

ERMANNO LOESCHER 1908

PROPRIETÀ LETTERARIA

Curino ViMOtMio Bona. Tip. di S. M. e de' KR. Principi.

LE FONTI DEI MANOSCRITTI

DI

LEONARDO DA VINCI

CONTRIBUTI

So bene che, per non essere io lit- terato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi bia- simare, coll'allegare io essere omo sanza lettere.

Leonardo, Cod. Atlantico, f. 119 r.

Al Lettore.

Non mi propongo in questo studio di indagare la genesi delie teorie del Vinci, ciò che io ho già fatto occasionalmente nei miei Studi e nei miei Nuovi Studi sulla filosofia naturale di Leonardo.

Il mio fine è assai più modesto e faticoso. Ho voluto compiere un atto, per dir cosi, di onestà letteraria; rintracciare attraverso ai Manoscritti ciò che si deve all'ingegno di Leonardo, e ciò che è pura e semplice trascrizione dagli scritti altrui ; dare un filo conduttore per distinguere l'originale dalla copia, il frutto della meditazione e della riflessione diretta dagli appunti tolti di peso negli scritti di autori antichi, medievali e rinascenti.

Ho perseguito ogni frammento leonardesco di dubbia autenti-

Giomale storico. Sappi, no 10-11. 1

2 E. SOLMI

cita, sospettosamente, fra le righe di centinaia e centinaia di vecchi volumi polverosi, oggi dimenticati ed un tempo famosi e letti, con pazienza e tenacia forse degne di miglior causa. In tal genere di lavori, secondo la sentenza vinciana, « chi non dubita, « poco acquista ». Non tutto ho ritrovato, ma molto ho faticato per ritrovare. E per scoprire una fonte spesso ho dovuto sag- giarne inutilmente molte.

Per la singolare natura degli scritti di Leonardo, che egli stesso ha riassunto nella frase: «nota ogni cosa! », ho dovuto registrare fra le fonti anche la viva voce dei contemporanei, dei quali, secondo la testimonianza del Maestro, egli si è fatto per un istante discepolo, e dai quali, come egli stesso ci avverte qua e là, ha chiesto ed appreso qualcosa, perchè « questa be- « nigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu « trovi dove imitare ». Gli accenni, a tal riguardo, qui imperfetti, per la tirannia dello spazio, saranno da me sviluppati nella mono- grafia su Gli amici e i discepoli di Leonardo da Vinci, dove, non con le arguzie dell'ingegno, ma con il testimonio della storia, mostrerò la vera e reale efficacia dell'opera leonardesca nella vita e negli studi presenti.

Dalla conclusione di queste mie ricerche è risultata chiara l'originalità straordinaria del genio di Leonardo, e credo che pochi autori (anche modernissimi !) resisterebbero ad un lavorio di demolizione simile al mio. Per il Vinci si può ben dire che colui che distrugge, egli medesimo edifica. Ciò che l'artista ha trascritto è piccola cosa, in proporzione di ciò che ha scritto; ciò che ha ricevuto è minimo, di fronte a ciò che ha dato, che è massimo. Di tanti maestri o supposti maestri, che io andrò segnalando, e greci e latini e arabi e scolastici, uno solo resta vero e autorevole per lui ; la Natura. Sotto un disegno di certi quadretti di legno che, posali su un piano a breve distanza, al cader dell'uno addosso all'altro, tutti successivamente cadono, il Vinci ha scritto con filosofica tristezza: « l'un caccia l'altro: « per questi quadretti s'intende la vita e gli studi umani ». Ai maestri mortali, Leonardo preferi la sola Immortale Maestra.

LE FONTI hi LEONARDO DA VINCI S

Egli, a buon drillo, potè sotloscri versi nel Codice Atlantico: Leonardo da Vinci, discepolo della sperienza ».

E. S.

INTRODUZIONE

1. La questione della originalità delle opere di I^onardo. II. Leonardo conosce la lingua latina. III. Medita le leggi del volgare italiano. IV. Studia la lingua greca. V. Suo entusiasmo per la lettura delle opere antiche. VI. Domanda con insistenza agli amici, anche lontani, i libri che desidera leggere. VII. Com£ gli umanisti, raccoglie una libreria nella sua casa. VIII. Frequenta le biblioteche di San Marco e di Santo Spirito in Firenze, la libreria Visconteo-sforzesca di Pavia; entra nella biblioleca di Alessandro Sforza a Pesaro, in quelle d'Urbino e di Rom/i. IX. Metodo e limiti del pre- sente studio.

I. La ricerca delle fonti scientifiche e letterarie dell'o- pera di Leonardo da Vinci è di gran momento, non solo perchè può spiegarci la formazione di quella mente universale di artista e di scienziato, e portare luce sulla quantità e qualità delle sue conoscenze, ma anche, e sopra tutto, perchè è un presupposto necessario per qualunque studio si voglia imprendere sugli ap- punti del sommo Fiorentino. I Manoscritti, restandoci in forma di note preparatorie e sconnesse, ci presentano insieme a ciò che è frutto della mente di Leonardo, ciò che non è se non una semplice copia di opere oggi dimenticate, ma nei secoli XV e XVI note e diffuse. Riconoscere e discernere l'originale dal derivato, l'espressione dell'idea propria dalla trascrizione delle idee altrui,

4 E. SOLMI

è la questione preliminare, che si presenta a chiunque intra- prenda lo studio dei Manoscritti (1).

E quanto più si penetra nella conoscenza della natura speci- fica Jel genio di Leonardo, tanto più cresce il dubbio sulla ori- ginalità di frammenti, che non hanno nulla a che fare con quella natura specifica; e nasce l'idea che i Codici Vinciani, come quelli che rispecchiano la vita intellettuale un uomo in un periodo di ben più di quaranta anni, ci serbano non solo il frutta delle ricerche dell'artista e investigatore, ma anche le traccie delle sue molteplici letture, durante le quali Leonardo segnava, nel suo libro di note, i concetti che egli desiderava conservare» sia per la loro importanza scientifica, che per la loro bellezza estetica o saggezza pratica.

Un grave dubbio è stato sollevato a proposito delle carte vin- ciane. Accanto al Miintz, che proclamava Leonardo l'autodidatta per eccellenza, son sorte molte voci discordi, che han sussurrato che i suoi zibaldoni potevan essere, per la maggior parte, ap- punti di letture fatte e di note prese da opere altrui. A risolvere questo problema di capitale importanza per determinare il valore

(1) Tale necessità fu riconosciuta fin dal 1873, quando il dotto bibliofilo milanese Gerolamo D'Adda illustrava brillantemente, se non sempre giusta- mente, una nota all'ematite del Codice Atlantico, la scarsa importanza della quale apparirà nel seguito di queste ricerche. Gfr. G. D'A., Leonardo da Vinci e la sua libreria, note di un bibliofilo, Milano, 1873 e Richter, The literary Works of Leonardo da Yinci, Londra, 1883, voi. II, p. 442 sgg. Dopo d'allora la necessità di indagare le fonti leonardiane fu ripetuta dal Morpurgo, dal Renier, dal Mazzoni, dal D'Ancona e da altri moltissimi, fra i quali voglio citare il compianto Mììntz, L. d. V. et les savanls du moyen óge in Revue scientifique, Parigi, 1901, voi. II, p. 513. « Un problème pré- «judiciel à résoudre, c'est la détermination de ce qui, dans l'ceuvre scien- ti tifique du Vinci, lui est personnel, et de ce qu'il a simplement rapporté « à titre de citation. II est aujourd'hui avere qu'il lisait et compilai! enor- mi mément. Souvent il se bornait à copier sans crier gare , des recueils « anciens, dont ses historiens lui ont par la suite généreusement fait hon- « neur ». L'opera del Duhem, Etudes sur Léonard de Vinci. Ceux quii a lus et ceux qui l'onl lu, Paris, 1906, riguarda solo i rapporti degli scritti di Leonardo col De coelo et mundo di Alberto di Sassonia, con la Scienlia de Ponderibus, già noti, e quelli, ingiustificati, con Timone figlio dell'Ebreo.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 5

dei manoscritti son rivolte queste ricerche, le quali, essendo per loro propria natura quasi direi infinite, han preso il nome di contributi.

Si deve, scorrendo l'immenso materiale di note e di disegni d'in- dole scientifica, approvare o respingere il giudizio che recente- mente formulava a Parigi, in una seduta dell'Accademia delle Scienze, il celebre chimico Berthelot, il quale, cogliendo occasione da uno studio sopra Leonardo, volle sfrondarne la fama come scienziato ? A suo avviso, Leonardo sarebbe stalo semplicemente uno spirito « curiosissimo », che leggeva mollo, e molti appunti trascriveva dal libri consultati ; di modo che, per una ventesima parte soltanto, i suoi manoscritti dovrebbero riguardarsi come opera originale, il rimanente essendo costituito da note trascritte dagli autori contemporanei o del sec. XIV. Secondo il Berthelot, le invenzioni di Leonardo si ridurrebbero quindi a ben poca cosa, quanti lo esaltarono avrebbero commesso l'errore di non tener conto delle sue fonti.

La questione non è di poca importanza e involge in la stima del valore dei manoscritti e dell'ingegno del Vinci. Ed io mi propongo di risolverla con quel rigore medesimo, del quale il Maestro ha dato costantemente prova nelle sue discussioni : senza paure, senza reticenze, « sine lassitudine ».

Leonardo ha fatto eccezione alla legge di continuità, secondo la quale l'opera di ogni genio si riconnette col passato, e più un genio si innalza, più le sue radici si profondano, e spaziano nel terreno circostante? Tutto ciò che egli sa, lo deve esclusivamente alle sue esperienze e alle sue meditazioni ?

Ben spesso quelli che han salutato in lui, con religioso entu- siasmo, l'inventore e il creatore, han trascurato di indagare le fonti, alle quali egli ha potuto e dovuto attingere. A che scopo rintracciare per le vie nebulose del passato quelli, che gli avreb- bero potuto servir da precursori? Non vivevano essi in quell'o- scurissimo Medio Evo, in cui la parola di Aristotele teneva il posto del pensiero degli intelletti ? Come mai questa sterile sco- lastica avrebbe potuto scoprire, al grande artista da Vinci, le

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idee nuove e feconde, che abbondano nelle sue note? Convinti di queste premesse, affermavano, con fanciullesca ingenuità, che la quercia dalle verdi frondi, non si ricollega con nessun legame al suolo arido sul quale essa è cresciuta. No: se i rami della quercia sono si estesi, se le sue foglie han tanto rigoglio, e of- frono una si dilettevole frescura nelle giornate afose de' nostri tempi, è che le radici, vigorose e molteplici, ma nascoste agli sguardi indiscreti, vanno ad assorbire nella profondità del suolo i succhi accumulati dalle antiche vegetazioni.

Solo a chi sconvolge il terreno è dato di porre allo scoperto ciò che si cela. Io mi son proposto qui di segnalare il maggior numero delle radici, affidando poi ai singoli scienziati il com- pito di valutare fino a che punto hanno servito alla genesi delle più meravigliose idee del Vinci.

II. La prima questione, che si presenta a chi imprenda a indagare le fonti della colossale opera vinciana, è quella che si è soliti lasciare all'arbitrio personale degli studiosi, se cioè Leonardo abbia conosciuta la lingua latina (1). È evidente che dalla risposta positiva o negativa a questa domanda dipendono i limiti, che si devono tracciare alla coltura dell'artista fiorentino: se il Vinci non conosceva il latino, un gran numero di opere di scrittori antichi, medievali e suoi contemporanei gli dovettero rimanere, quasi interamente, inaccessibili.

Le prove che Leonardo conosce il latino sono di vario genere e di varia importanza. La più diretta, e, a parer mio, la più va- lida, è che nei Manoscritti JI ed I della Biblioteca dell'Istituto di Parigi si assiste giorno per giorno agli esercizi sulle declina- zioni e coniugazioni (2). Senza pretendere di determinare la data

(1) Il suddetto bibliofilo milanese suppone, a priori ed erroneamente, come si vedrà più oltre, che Leonardo ignora il latino; e tal pregiudizio lo conduce molte volte fuor di strada.

(2) Les manuscrits de Léonard de Vinci publiées en fac-similés photo- typiques avec transcriptions littérales, traductions franqaises, aoant-propos et tables méthodiques. Paris, Quantin, 1881-1891 , voi. IV, Manoscritto H, {. 133, 136, 142, ecc.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 7

di questi Manoscritti certamente essi appartengono alla età ma- tura di Leonardo, quand'egli aveva già trascorsi i suoi trenta anni (1).

Gli studi grammaticali dei Manoso^tti H ed I (allo stesso modo della lista di parole volgari del Codice Trivulziano) (2) hanno già da gran tempo attratta l'attenzione dei biografi del "Vinci. Sem- brava a tutti assai strano che questa mente geniale, nel fiore della propria attività, scendesse a coniugare e declinare verbi e nomi latini, allo stesso modo di un giovinetto dodicenne.

Come si spiegano dunque gli studi grammaticali latini dei Ma- noscritti {e implicitamente il glossario volgare del Codice Tri- vulziano) ?

La coltura di Leonardo dovette essere originariamente assai scarsa, e quale si dava ai pittori del tempo suo. La Scuola di Abbaco, le botteghe del Verrocchio e del Lippi, la Compagnia dei pittori furono le sorgenti prime della cultura del Vinci (3). Ma, crescendo, per l'impulso naturale, il desiderio di conoscere, si allargò nell'artista fiorentino il desiderio di apprendere. Negli ultimi anni della sua dimora in Firenze, e durante e dopo la sua dimora in Milano, alla osservazione frammentaria e diretta il Grande cercò di aggiungere la conoscenza delle opere, che at- traevano la sua attenzione, e che potevano rispondere alle mol- teplici questioni naturali, che la sua mente al continuo si pro- poneva d'investigare. Avvicinare uomini di scienza, conoscere le opere della antichità e del tempo suo fu allora il desiderio do- minante di Leonardo.

Ampliandosi, per forza delle ricerche personali, la somma delle conoscenze, non fu più sufficiente per il Vinci la notizia dell'a-

(1) Nel Manoscritto H, f. 49 verso, vi è, per esempio, la data a di 17 « d'ottobre 1497 >.

(2) Il Codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe Tri- vuhio, trascritto e annotato da Luca Beltrami. Riprodotto in 94 tavole eliografiche da Angelo della Croce, Milano, Dumolard, 1891, f. 4, 5, 10, 12, ecc.

(3) Cfr. Solmi, Leonardo, Firenze, 1900, pp. 6-20.

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ritmetica e della geometria elementare, quella dei principi mec- canici, ottici e anatomici, che correvano per gli studi dei pittori, ma l'Artista sentì anche il bisogno di avvicinarsi ai grandi del passato. Quanto più brillava nella sua mente il concetto del Trattato della pittura, e poi quello più grandioso del Libro delle cose naturali, tanto più gli sembrava necessaria una cono- scenza degli scritti allora in voga, che avevano attinenza con la pittura e con la fisica nelle sue varie parti filosofiche e cosmo- grafiche, meccaniche e idrauliche, ottiche e mediche. E sebbene Leonardo si professi « omo sanza lettere », conscio che l'inferio- rità dell'arte del disegno di fronte alle altre arti liberali, dipen- deva dal non essere stata ancora trattata in modo scientifico, egli, artista, si volge ai librai, alle librerie e agli amici, con la avidità e l'interesse di un letterato. Allora il Vinci si rivolse agli autori, non per farsi servo delle loro idee, ma per stimolare la propria mente alla risoluzione dei casi più ardui e più difficili di natura. Per far ciò era indispensabile la conoscenza del la- tino, allora unica e sola lingua dei dotti. Leonardo, adunque, quand'egli ormai aveva più di trent'anni, esempio mirabile, de- siderò di rendere più solida quella conoscenza, che aveva già forse prima solo praticamente acquistata, della lingua latina. Fu e rimase sempre un latinista mediocrissimo, quest'è certo, ma egli ne sapeva tanto che bastasse per leggere correntemente le opere scientifiche. Il Gellini, con esatta e giusta sentenza, ci dice che da Francesco I di Francia aveva saputo il Vinci possedere « qualche cognizione di lettere latine » (1).

Non posso raccogliere qui le note grammaticali dei Manoscritti H ed I, che ricompaiono poi sparse qua e anche nel Codice Atlantico e nei fogli di Windsor: vi è un'intera grammatica latina, che comincia dalle diverse parti del discorso, dalla declinazione dei nomi sostantivi ed aggettivi, passa agli avverbi, ai numerali, ai pronomi, ai verbi, e contiene anche qualche

(1) Gfr. Gellini B., / Trattati dell'oreficeria e della scultura, Firenze, 1857, p. 226.

LE FOSTI DI LEONARDO DA VINCI 9

appunto di sintassi, relativo alle regole della concordanza, alla teorica dei casi, dei modi e dei tempi.

Al folio 358 recto del Codice Atlantico troviamo, per esempio, queste note :

Qaot sunt partes orationis: 8: nomen, verbam, participium et pronomen, praepositio, adverbium, interiectio et conjunctio.

Nomen; quot accidunt: 5: species, genus, numerus, figura et casus.

Accidentia verborum sunt 5: activo, passivo, neutro, comune e deponente. Tempora verborum sunt 5 : praesens, imperfetto, piucheperfetto...

Nello stesso manoscritto al f. 326 verso si trovano queste note : quod quid quod quae qui quod quae qui quod quae

il quale el quale la quale

omo cosa femina

[ . ] di modo con modo imperocché

qui quae quod | ego som bonus hom et datis

petrus qui amo et

petrus qui amat quod qui* cuius

cui queni a quo ^o quo am(at)o

cupio cupio concupio con

Nel manoscritto I al folio 40 recto:

no quis vel qui que quod vel quid

g* cuius

d" cui

quem quam quod vel quid

ab° a quo vel a qui a qua vel a qui a quo vel a qui

qui que que

quorum quarum quorum Quia [in lapis]

do quis vel quibus

a" quos quas que

ab° a quis vel a quibus.

Altre note grammaticali si trovano nello stesso manoscritto 1 ai fogli 38 v-, 39 r., 50 r. fino al 55 verso, 80 r., 123 v. fino al 126 r., 134 v., fino al 138 r.

Nel Manoscritto H al folio 126 v.

n. ic. ec. oc. legens hi he (tes) hec tia

g. vius . tis orum arum orum. tium tum

10

E. SOLMI

d. uic . ne ti

is bus

a. hunc. . ne (ten) hoc ens

hos has (tes tis h

u. 0. . . ens

tes 0 tia

a. ab hoe. ao. hoe te.

ti.

ab. bis. bus.

n. leetus. ta tum

ti te ta

g. ti te ti

orum arura orum

d. to te ti

tis

a. tum tam tum

tos tas ta

vo. tus ta tum

ti te ta

a. to ta to

antis

n. legendus da. dum

di de da

g. di de di

orum arum orum

d. do de do

dis

a. dum dam dum

dos das da.

vo. 0 de da dum

a. a do da do.

Coniugazioni latine si trovano nello stesso manoseritto ai f. 1 r., 2 r., 3 v., 4 r., 133 V., 136 r., 137 r., 138 r., 142 r.

Nel Manoscritto I al folio 38 v.

som

eram

fui

fueram

ero

sis esto tu

essem

fuissem

sim

sim

essem

fuerim

fuissem

fuéro

esse

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI

11

fuisse

ens participio.

Altre coniugazioni si trovano nel Nei codici inediti di Windsor, nella Chéval al f. 5 verso :

Manoscritto I al folio 39 recto, raccolta Croquis et Dessins sur le

amo

amatur

amer

amabam

amabar

amatus snm

amaris

amatum es

amatus eram

amabo

amabitum eris

amabor

amabitur

amare

ama amer

ametur

amator tu

amator eris etur

amator

amarer

amare

amaretur

amatus essem

amaujsse

amatam esset

amer

amem

amer

amer

amarem

amarer

amarer

amaverim

amatam sit

amatus sim

amavissem

amatus esset

amatus essem

araevero

amatus erit

amatus ero

amare

amaris

amari

ama visse

amatum esse

amatum ess^

amans

amatum iri

amatum iri

amaturus

amatus i

amatus

Leonardo conosce opere non tradotte in volgare, trascrive ta- lora interi brani in latino, tal'altra egli, « omo sanza lettere », si azzarda ad esprimere qualche frase nella lingua dei dotti (1). III. La lingua di Leonardo da Vinci è tuttavia il volgare, che egli ama e cura : con l'artista e scienziato fiorentino la lingua italiana parlò, e splendidamente, per la prima volta di scienza.

(1) Archimede, Euclide, Nemorario, il Peckham, Vitellione, tutti i testi fondamentali di Leonardo non erano nel XV secolo tradotti in italiano. Passi latini si trovano trascritti, per esempio, in II Codice Atlantico della Biblio- teca Ambrosiana di Milano riprodotto e pubblicato dalla R. Accademia dei Lincei sotto gli auspici e col sussidio del Re e del Governo, Milano, Hoepli editore, 1901-1904, f. 72 verso e 83 verso. Tentativi di scrivere lati- namente possono vedersi nel Manoscritto F al recto della copertina.

12 E. SOLMI

Desideroso di determinare con precisione il significato dei voca- boli volgari, il Vinci rivolse allora la mente a formarsi un'espres- sione precisa e costante dei termini italiani, come lo esigeva la scienza sperimentale di cui egli si sentiva l'iniziatore. Come gli studi grammaticali dei Manoscritti H 1 si riferiscono al mo- mento nel quale il Vinci si senti indotto ad approfondire le sue scarse conoscenze linguistiche del latino, cosi la lista di parole del Codice Trivulziano ci presenta lo sforzo compiuto dall'ar- tista per farsi un chiaro concetto delle parole d'uso più fre- quente nelle scienze. Conoscere il latino per i propri usi scien- tifici, maneggiare con sicurezza e precisione l'italiano, sono l'intento delle note grammaticali dei Manoscritti H ed I e les- sicali del Codice Trivulziano, e non già un preteso e assurdo insegnamento che il Vinci avrebbe dato, secondo molti biografi, al giovinetto'principe Massimiliano Sforza, egli, «omo sanza lettere», in un secolo di umanisti e di dotti (1).

Senza rivolgerci al codice Trivulziano, dove gli esercizi di lingua italiana son tutti insieme raccolti, offrirò qualche esempio tratto dal Codice Atlantico e prima dal folio 213 verso :

bella donna.

Pronomi : tu, quello, voi, noi, io Antonio.

Preposizione.

Percotere divellere, dimenarsi, frugare,

cadere diradicare, levarsi, inremissibile,

saltare, precipitare, abbassarsi,

gittare, ruinare, piegarsi,

battere, isbalzare, dirizarsi,

(1) La peregrina notizia fu un parto dell'Amoretti, poi piacque e fu ripetuta. Ma valga il vero: le note grammaticali dei Manoscritti H ed 1 o son scritte da Leonardo come preparazione all' insegnamento o per i discepoli : se son scritte come preparazione, non è cosa ridicola che un insegnante di latino abbia bisogno di appuntarsi in iscritto gli aggettivi, i pronomi, i verbi? Se son scritte per i discepoli, di grazia, come faceva Leonardo a por sott'occhio agli scolari la declinazioni e coniugazioni latine vergate con le parole rove- sciate, da destra a sinistra? Ma a che confutare gli assurdi! Che del resto furon sostenuti da un dotto leonardista ancora nel 1899.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 13

urtare, dis(pa)battere, torciersi,

spingiere, sdrucciolare, divincolarsi,

tirare, scorrere, tremare,

stracinare, fagire, crollare,

rotolare o burlare, sfuggire, ristrigniersi,

rivolgiere, diripare, allargarsi,

{burlare), dismontare, sgambetti. re,

movere, spianarsi, calcitrare,

correre, scotersi, sollevarsi, sbattere.

Nello stesso Codice Atlantico al folio 109 verso si trova questa sequenza:

rancore

odio

ira

ecesso

sucesso

strage, uccisione.

E al folio 367 :

amare

odire

esaudire

fastidio

djectivo -~

adiettivo: bello

sostantivo : omo

nominativo : Giovanni

verbo : pingie

relativo antecedente o precedente : il quale, del quale, per Io quale Giovanni.

{Cito, avverbio).

nome: Antonio,

verbo : operazione,

participio, studiando, che è nome verbo.

{Prepo)

Pronome : quello eh' è in lo [coj del proprio nome : tu, voi. noi.

Preposizione : quella che si prepone o antepone all'altre cose, come : tolli

da Antonio.

Adverbio : quello sta appresso al verbo, come : dire bene (io so), Lionardo

14 E. SOLMI

fa bene.

Interjectione, come dire: eimèì io vorrei andare.

Congiunzione : io et tu.

{Nome, Verbo)

Antonio, studia.

nome: Antonio,

verbo: studia

agiectivo : bella

sustantivo : donna

relativo : per lo quale

antecedente : giovane

toccare

ornare

portare, ecc., ecc., ecc.

Al f. 361 verso prima del passo : « infra le dannose cagione delli umani beni, a me pare, i fiumi, con le superchie e impetuose inondazioni, tenere il principato » questa significante serie di parole :

terrore nefande

inesorabile li orribili,

repentina e conquassabili,

precipitante.

Nel codice Trivulziano vi sono al meno 7 o 8000 parole diverse, distri- buite su quattro o cinque colonne, che talora si succedono senza nessuna regola, tal altra son messe in ordine alfabetico, spesso in ordine di sinonimia, qualche volta hanno anche accanto una breve esplicazione. Il Muntz (p. 281) paragona queste sequenze con quelle del Pantagruel di Rabelais: mignon, moignon, de renom laité, feutré, calfaté, moulu, morfondu, dissolu etc. {Pantagruel, eh. XXVI, XXVIII), ma hanno evidentemente un tutt' altro scopo. Leonardo segna le sue note non ad edificazione degli altri, come il Rabelais, ma a propria istruzione. Belicoso, glorificato, rifrancare, unità, imaculata ameno, piacevole e dilectevole, stupefacto e smarrito, sadisfatione, intento, origine, fondamento, cierchare,

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 15

trovare,

intendere ecc., f. 11 verso.

silogisrao parlare dubioso,

soffismo parlare confuso il falso per lo vero,

norma, divisione.

spetioso, bello apparente,

turbine, la tempesta del mare e deiraria,

turbo, revoluzion di vento.

torenti, fiumi che secano la state,

teorica, scienza senza pratica,

vortici, i ritrosi dell'acqua, f. 12 recto.

macchina edifizio,

obbietto, opposto a riscontro,

ostentazione, voler parere quel che non è, f. 12 verao.

equinotio, quando di e notte son pari,

globo, retondità della terra, f. 13 recto.

scientia, notitia delle cose che sono possibili, passate e presente.

prescientia, notitia delle cose, eh' è posibile, che possin venire, f. 17 recto.

IV. Leonardo nei suoi studi latini si è servito della grammatica del Donato, e degli scritti fors'anche di Nonio Mar- cello, di Pesto Pompeo e di Marco Terenzio Varrone, della ret- torica di Guglielmo di Saona, di quella di Alessandro Gallo e del vocabolario latino e italiano « utile e necessario a molti » di Giovanni Bernardo.

Non sarebbe inoltre difl3cile dimostrare che anche alla lingua greca Leonardo rivolse la sua mente. Secondo ciò che il Gellini apprese in Francia, poco dopo la morte del Vinci, questi essendo « abbundante di tanto grandissimo ingegno », non solo aveva « qualche cognizione di lettere latine » ma, aggiunge, anche di lettere greche (1). E i codici vinciani vengono a confermare

(1) Cfr. Cellini, l Trattati^ p. 226. < E perché egli era abbundante di tanto grandissimo ingegno, avendo qualche cognizione di lettere latine e greche, il re Francesco, essendo innamorato gagliardissimamente di quelle sue gran virtù, pigliava tanto piacere a sentirlo ragionare, che poche gior- nate dell'anno si spiccava da lui: qual fumo causa di non gli dar facultà di poter mettere in opera quei suoi mirabili studi, fatti con tanta disciplina >.

16 E. SOLMI

questa notizia; parecchi passi greci son scritti di pugno del Vinci nei Manoscritti e principalmente nel Codice Atlantico :

i. 97 V. TTpooi|Lii(iaai (b fivOpuiite 'ASrivAc;... f. 124 v.: iràvTiJUv àvTiaiuqpXiiuv òùo... €Ù0e!ai èTriaxaupoOvTai ; irpooiiaidoai 00 fivGpujne 'AGrivat; xotq eeo!(; ò^xoMO» f. 178 V., TtpooiMidoai d) fivBpuune rota 0eol<; béxoiaai... f. 171 v. 0 greci, io

non penso eh' i miei fatti vi siano da[ ] tare, però che voi li avete veduti :

dica [ ] gli suoi, che gli fa senza testimoni, de' qua[li] è sola consapevole

la oscura notte....

Reputo tuttavia che Leonardo nello studio della lingua greca non sorpassasse la parte puramente elementare.

V. Bisogna tener ben presente che nel suo insaziato de- siderio di conoscere, Leonardo non solo ricorre alla esperienza e agli uomini, ma anche allo studio delle opere antiche e me- dievali di scienza. « Della lettura dei buoni libri, scrive egli nelle « sue Profezie : felici fien quelli che presteranno orecchio alle « parole de' morti : leggere le bone opere e osservarle » (1). E « dei « libri che insegnano precetti » dice : « i corpi sanz'anima ci da- « ranno, con lor sentenzie, precelti utili al ben morire » (2). « Le « penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo, « cioè per le lettere, fatte da esse penne ». E scherzosamente : « Delle pelli delti animali, che tengono il senso del tatto, che « v'è su la scr'itlura. Quanto più si parlerà colle pelli, vesti « del sentimento, tanto più s'acquisterà sapienza ». « Le cose di- 'si sunite s'uniranno e riceveranno in tal virtù, che renderanno « la persa memoria alli omini : cioè i papiri, che son fatti di « peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini» (3). Nessuna umana operazione è più nobile dello studio. « come « il ferro s'arruginisce sanza esercizio, e l'acqua si putrefa, e nel « freddo s'addiaccia, così lo ingegno, sanza esercizio, si guasta (4). « La pietra essendo battuta dall'acciardo del foco, forte si ma-

(1) Leonardo, Manoscritto 1, f. 64 recto.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 365 recto.

(3) Leonardo, Manoscritto 1, f. 64 recto e verso, 65 verso.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 289 verso.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 17

« naviglio, e con rigida voce disse a quello : che presunzion

* ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno che tu m'hai « colto in iscambio, io non dispiacei mai a nessuno. Al quale « l'acciarolo rispose: se starai paziente, vedrai che maravi- «glioso frutto uscirà da te. Alle quali parole la pietra, datasi « pace, con pazienzia stette forte al martire, e vide di na- « scere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù, operava in « infinite cose. = Detta per quelli, i quali paventano ne' prin- « cipii delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongano pò- « tere comandare, e dare con pazienzia opera continua a tali « studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliosa dimo- « strazione » (1).

Bisogna fuggire la vanità per seguire la verità. Il difetto, avrebbe detto Leonardo, non è la mancanza di lumi, ma la scarsezza della luce. « Andando il dipinto parpaglione vagabundo, « e discorrendo per la oscurata aria, li venne visto un lume, al « quale subito si dirizzò, e con vari circuii quello attorniando, « forte si maravigliò di tanta splendida bellezza, e non istando « conlento solamente al vederlo, si mise innanzi per fare di

* quello, come delli odoriferi fiori fare solea, e dirizzato suo volo, « con ardito animo, passò presso lume, il quale gli consumò li « stremi delle alle, e gambe, e altri ornamenti ; e caduto a pie

< di quello, con ammirazione considerava esso caso, donde inter- ne venuto fusse, non li potendo entrare nell'animo, che da bella « cosa male o danno alcuno intervenire potesse, e restaurate al-

< quanto le mancate forze, riprese un altro volo, e passato at- « traverso del corpo di esso lume, cadde, subito, bruciato nel-

* l'olio, ch'esso lume nutria, e restogli solamente tanta vita che « potè considerare la cagion del suo danno, dicendo a quello : « 0 maledetta luce ! Io mi credevo avere in te trovata la mia « felicità, io piango indarno il mio matto desiderio, e con mio « danno ho conosciuto la tua consumatrice e dannosa natura.

(1) LEONARDO, Codieé Atlantico, f. 257 rècto.

Giornali $torieo. Snppl. no 10-11.

18 E. SOLMI

« Alla quale il lume rispose : così fo io a chi ben non mi sa « usare. = Detta per quelli i quali veduti dinanzi a questi « lascivi e mondani piaceri, a similitudine del parpaglione, a quelli corrono, sanza considerare la natura di quelli, i quali da « essi omini, dopo lunga usanza, con loro vergogna e danno, cono- « scinti sono » (1).

« Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo « la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vec- « chiezza non manchi il nutrimento » (2).

Nel vasto e confuso vortice delle note manoscritte corrono misti alla pura acqua della sorgente primitiva i passi dovuti allo studio di opere d'altri scrittori. Le esercitazioni fatte dal Vinci sulla lingua latina non sorpassarono, è bene notarlo, la parte puramente elementare, e i principi indispensabili sui verbi, sui nomi e sulle parti del discorso. Un passo del Manoscritto B in- fatti, attinto dal Valturio, ci mostra nella più chiara luce l'im- perizia di Leonardo latinista (3). Ma è certo che con una cono- scenza della lingua latina, anche ristretta e incerta, l'artista si trovò in possesso di uno strumento prezioso, e potè attingere nozioni sulla natura e sull'uomo a un gran numero di libri, che recavano il frutto di esperienze secolari.

VL Il Vinci domanda con insistenza ai suoi amici le opere che desiderava conoscere. « Messer Vincenzio Aliprando, « che sta presso all'osteria dell'Orso, ha il Vetruvio di Jacomo « Andrea » (4). E altrove : « Fatti mostrare, a messer Fazio, Di

(1) Op. cit., ivi.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 recto.

(3) Valturio R., De re militari, lib. XII ad Sigism. Pandulfum Mala- testam, Parisiis, 1534, p. 230. Volendo tradurre « Ghelidonium auctores « vocant ipsi falcastrum , ecc. » , Leonardo scrive : « Auctori, secondo dice «Gelidonio ». -Lo sproposito è significante! Gfr. Leonardo, Manoscritto B, f. 9 verso.

(4) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 recto. Son qui nominati, come ho dimo- strato nel Leonardo, pp. 79-80, Giacomo Andrea di Ferrara e Vincenzio Ali-

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 19

<propoì'tione »: < le Proporlìoni d'Alchino colle considerazioni « del Marliano da messer Fazio » ; < il libro di Giovanni Taverna

< che ha messer Fazio ». « Alcitn^a ch'è apresso i Marliani fatta « dal loro padre *(1). « Libro di Qian Giacomo » (2). « Maestro

< Giulian da Marliano ha un bello Erbolaro, sta a riscontro agli « Strami legnamieri » (3). « Fatti mostrare al frate di Brera De * ponderìbus » (4). « Libro di Maso ». « Libro di Giovanni Benci » (5). « Un nepote di Gianangelo dipinctore ha un Libro d'acque, che

< fu del padre» (6). « Il Vespuccio mi vuol dare un libro di Geo- « metria » (7). « Eredi di maestro Giovan Gheringallo hanno opere

< del Pelacano » \'è). « Libro di maestro Pagolo Infermieri » (9). « Messer Ottavian Palavicino pel suo Vetruvio » (10). « Alberto,

prandi. Cfr. anche sul primo Uzielli G., Ricerche intomo a Leonardo da Vinci, Torino, 1897, p. 377 sgg., e sul secondo Argilati, Bibliotkeca scrip- torum mediolan. cui accedit J. A. Saxi kistoria letterario-typographica mediolan., Mediolani, 1745. voi. Ili, P. II, p. 40; Mazzucchelli G. M., Gli scrittori d'Italia cioè notizie storiche e critiche intomo alle vite ed agli scritti dei letterati italiani, Brescia, 1753-1763, voi. I, P. I, p. 498.

(1) Lkonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. Son qui nominati, secondo le ricerche del mio Leonardo, pp. 81-85, 85-86, Fazio Cardano, padre di Ge- rolamo, i figli di Giovanni Marliani. Gerolamo e Pier Antonio, e Giovanni Taverna.

(2) Leonardo, Windsor Library, f. 141 verso. Cfr. Richtbr, The literary Works of Leonardo da Vinci cit., parte II, 1435.

(3) Leonardo, South Kensington Museum IH, f. 55 recto. Cfr. Richter, Op. cit., II, 1386. Solmi, Leonardo, p. 86.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, i. 225 recto. Il frate di Brera è probabil- mente fra Filippo, come congetturai nel Leonardo, p. 112.

(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 121 recto. Su Maso e su Giovanni Benci cfr. Solmi, Leonardo, pp. 132-133.

(6) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.

(7) Leonardo, British Museum, f. 132 verso. Cfr. Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci cit., II, n^ 1452. È Bartolomeo Vespucci, come ho dimostrato nel Leonardo, p. 153.

(8; Leonardo, South Kensington Museum III, f. 13 verso. Cfr. Richter, Op. cit.. Il, n" 1496.

(9) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Cfr. Richter, Op. cit.. Il, 1454.

(10) Leonardo, Manoscritto F, recto della copertina; Richter, Op. cit.. Il no 1421.

20 E. SOLMI

« De celo e mundo da fra Bernardino » (1). « Fa tradurre Avi« « cenna De^ giovamenti » (2). « Il Dante di Niccolò della Croce » (3). < Grammatica di Lorenzo de' Medici * (4). « Borges ti farà avere

* un Archimede dal Vescovo di Padova e Vittellozzo quello dal « Borgo a San Sepolcro » (5), « Archimede dal Vescovo di Pa- dova » (6). « Archimenide è intero appresso al fra tei di monsi- « gnore di Sancta Giusta in Roma : disse averlo dato al fratel « che sta in Sardegna, era prima nella libreria del Duca d'Ur-

bino, fu tolto al tempo del Duca Valentino » (7).

VII. Erano pochi tuttavia i libri che il Vinci poteva avere dagli amici per appagare il suo desiderio di conoscere. Vis- suto negli anni in cui la stampa faceva le sue prime prove, Leo- nardo fu uno dei più appassionati compratori di volumi. Da una nota del Manoscritto F si scorge il Vinci intento a far venire le più recenti pubblicazioni da Venezia : « Libri da Venegia » (8). In un'altra nota del Codice Atlantico non solo son registrati i libri a stampa acquistati, ma anche il loro prezzo:

S. 68. nella Cronica. 61. in Bibbia. 119. in Aritmetica di maestro Luca (9).

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.

(2) Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 167 recto. Richter, The literary Works of Leonardo da Yinci, II, 1434.

(3) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina. Su Niccolò della Croce il mio Leonardo, p. 179.

(4) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Richter, The literary Works of Leonardo da Yrnct, II, 1454.

(5) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 verso. Borges non può essere che il « reve- « rendo episcopo di Burges, fradelo del zeneral di Normandia e cugnato di lo * episcopo di Samallò, orator francese, qui in corte de Roma (anno 1513) ». Sanuto, Biarii, Venezia, 1889, v. XXIV, pp. 149-50. Cfr. anche pp. 167, 245, 365, 454, 522, 582, dove si parla del Borges, cioè Bohier o Boyer An- tonio, arcivescovo di Bourges, cardinale del titolo di S. Anastasia in Roma.

(6; Leona-rdo, Manoscritto L, f. 94 verso. Il vescovo di Padova qui citato è Pietro Baroccio, come ho dimostrato nel mio Leonardo^ p. 137.

(7) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto.

(8) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina.

(9) Leonardo, Codice Atlantico, f. 104 recto.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 21

Leonardo non solo si fece prestare i libri dagli altri, ma egli stesso li prestò agli amici. « Messer Battista dall'Aquila cameriere « segreto del Papa ha il mio libro nelle mani De Vocio »(!).« Libro « dell'acque a messer Marco Antonio » (2). « Lascia il libro a « messer Andrea Tedesco » (3). « Il mio mappamondo che ha Gio- « vanni Benci ». « Mappamondo di Giovanni Benci * < Mappa- < mondo de' Benci ». « Giovanni Benci il libro mio •» (4). e Mostra « al Serigatto il libro, e fatti dare la regola dell'orologio » (5).

Le botteghe de' librai e i mercati de' libri videro più di una volta il grande artista aggirarsi, come i dotti umanisti suoi con* temporanei, fra i banchi delle opere manoscritte o a stampa, che eran poste in vendita. « Cerca di Vetruvio, scrive Leonardo, tra' « cartolai » (6). « Paesi di Milano in istampa. Libri di mercato ». « Libro che tratta di Milano e sue chiese, che ha l'ultimo car- « tolaio, che sia inverso il Gordusio » (7). « Pianta d'Elefanta di « India, che l'ha Antonello mereiaio » (8).

Vili. Ma i libri prestati dagli amici e comprati non po- tevano bastare per il non troppo facoltoso artista. Leonardo pe- netra nelle biblioteche pubbliche e private, in mezzo al garrulo sciame degli umanisti. La nota « Vitolone in sancto Marco » (9) ci mostra il divino pittore AqW Adorazione de" magi nelle lunghe

(1) Leonardo, Codice Atlantico, i. 287 recto. È il trattato leonardesco De Vocie.

(2) Leonardo. Windsor Anatomy, IV, f. i53 recto. Richtbr, The literary Works of Leonardo da Vinci, li, n" 1433. Per Marco Antonio della Torre cfr. il mio Leonardo, pp. 188-89.

(3) Leonardo, Manoscritto F cop. r. Richter, Op. cit., II, 1421.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 121 recto. Manoscritto L, f. 1 verso.

(5) Leonardo, British Museum, f. 191 recto. Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, li, 1454. Su Francesco Sirigatti vedi il mio Leo- nardo, p. 153.

(6) Leonardo, Manoscritto F verso della copertina.

(7) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 recto.

(8) Leonardo, Manoscritto F recto della copertina. Cfr. Codice Atlantico, {. 83 recto, e II pian di Pisa che ha Giorgio cartolaio ».

(9) Leonardo, British Museum, f. 29 verso. Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, II, n*' 1507.

22 E. SOLMI

corsie della biblioteca di San Marco in Firenze, curvo sul me- raviglioso codice deWOpticae thesaurus di Vitellione, sul quale aveva meditato poco avanti il matematico Luca Pacioli. « Libreria « di Sancto Marco » « I libri incatenati » (1).

L'altra nota « libreria di Sancto Spirito » ce lo fa imaginare nelle belle sale fabbricate dalla munificenza di Niccolò Niccoli, a sfogliare le opere scientifiche e letterarie, quivi raccolte e con- servate (2).

Anche Milano era abbondante di codici e di libri nelle case private e nei monasteri ; ma più che le biblioteche milanesi at- trasse Leonardo la gran libreria di Pavia fondata da Gian Ga- leazzo Visconti, « dove i greci e latini scrittori, che giacean « quasi sommersi e naufraghi, aveano trovato un sicuro ricetto,

< e quivi potean essere ammirati da tutti e letti » (3). « Fa d'a- « vere Vitolone, scrive Leonardo parlando di uno de' suoi autori

< prediletti, ch'è nella Libreria di Pavia, che tratta di mate- « matica » (4).

E quando nel 1502 il Vinci per incarico del Duca Valentino era intento alle fortificazioni delle Romagne, dell'Emilia e del- l'Umbria, ritraendosi ai suoi prediletti studi, in mezzo al fragor delle armi, ricordava nel suo libretto di note : « di primo di « agosto 1502 a Pesaro la libreria » (5). Alessandro Sforza, signore di Pesaro, aveva poco tempo prima raccolta una magnifica bi- blioteca con spese ingenti. « Mandò a Firenze », scrive Vespa-

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 120 recto.

(2) « Libreria di sancto Marcho, libreria di sancto Spirito ». Leonardo, ivi, f. 293 verso. Gfr. Mehus, Vita Ambrosii camaldolensis, Firenze, 1770, p. 378; MÙLLER, Neue Mittheilungen ùber J. Lascaris und die mediceische Biblioteh, Leipzig, 1884, p. 88; Giornale Storico della Letteratura Italiana, voi. X, p. 413 e Philologus, I, p. 202.

(3) TiRABOSGHi, Storia della Letteratura Italiana, Venezia, 1796, voi. V, p. 105; Argelati, Bibliotheca scriptorum mediolan. cit., II, p. 2106; Ma- genta, / Visconti e gli Sforza, Parma, 1883.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.

(5) Leonardo, Manoscritto /, f. 94 recto. Gfr. G. D'Adda, Indag. stor. art. e bibl. sulla libreria Visconteo-Sforzesca, Milano, 1875-79.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 23

siano da Bisticci, parlando dello Sforza di Pesaro, < e fece com- « prare tutti i libri degni che potè avere ; di poi, che si togliessino « tutti gli scrittori, che si potessino avere, non guardando a spesa ignuna. Volle tutti i libri de' quattro dottori latini, e di più « volle tutti i libri, che si potevano avere de' Greci, tradotti in « latino, tutte l'opere di santo Tomaso e di Bonaventura , Ales- « Sandro, Scoto, e il simile tutti i poeti , tutte le istorie, libri « in astrologia, medicina, cosmografia, che aveva bellissima, di

< grandissima ispesa » (1).

Anche nella libreria d'Urbino, raccolta da Federico e Guido- baldo, Leonardo rivolse i passi, ammirando la bellezza del sito e la maestà delle sale. In tempo più tardo, in Roma, rammen- tava ancora con desiderio un Archimede tutto intero, che « era

< prima nella libreria del Duca d'Urbino, e fu tolto al tempo del Duca Valentino » (2).

La Biblioteca Vaticana infine, sotto la custodia, allora, di Tom- maso Fedro Inghirami (17 luglio 1510 5 settembre 1516) e quella di Francesco I, gran radunatore di begli ingegni e di bei libri italiani, accolsero Leonardo negli estremi anni della vita, quando ancor non languiva in lui il pensiero e la meditazione degli eterni veri.

IX. È ormai tempo di determinare con precisione quali libri Leonardo conosce, e quali sono i passi dei suoi manoscritti, che furon cavati da altri scrittori. Opera estremamente delicata, nella quale sarà bene procedere non sul molle e infido terreno delle congetture, ma su dati veramente sicuri.

A questo fine io mi sono servito essenzialmente di due mezzi :

(1) Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, Bologna, 1892, p. 327.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto. Cfr. C. Guasti, Inventario della libreria urbinate compilalo nel sec XY da Fed. Veterano nel Gior- nale Storico degli archivi toscani, Firenze, 1862, VI, p. 127, 1863, VII, pp. 46, i:^; G. Dennistoun OF Dennistoun, Memoirs of the Duhes of Ur- bino, Londra, 1850, I, 154. 422; Schmarsow, Melioszoda Forlì, Berlino, 1886, pp. 54, 81, 94 ; E. Muntz e P. Fabre, La Bibliothèque du Vatican au XV siècle, Paris, 1887.

24 E. SOLMI

le indicazioni e le citazioni di autori e di libri, fatte da Leonardo stesso; la trascrizione testuale da opere scientifiche, filosofiche e letterarie. Vi sarebbe anche un terzo mezzo: l'analogia, su cui si è appoggiato il Duhem per istituire confronti con libri proba- bilmente non mai veduti o letti da Leonardo, buon'occasione per molti, onde trasformare l'opuscolo in volume, ed il volume in mon- tagne di carta, ma io l'ho lasciato, quanto più ho potuto, da parte.

Il primo mezzo è assai semplice : data l'indicazione di Leonardo è facile stabilire la fonte. Ma pur troppo il Vinci non cita quasi mai.

Il secondo mezzo è di grande difficoltà: dato un passo, che si sospetta non sia di Leonardo, si tratta di determinare, donde l'ha cavato e rintracciarne l'originale. Questo problema è arduo in grado sommo. Pronunziare una frase e rintracciarla fra gran numero di volumi, donde probabilmente è stata attinta, è talvolta opera addirittura disperata. Spesso la frase e il passo sfuggono anche quando' si sa l'autore ed il libro, che ne è stato l'origine. Ma se questo mezzo è difficile esso è nello stesso tempo fecondo, perchè una volta rintracciata la fonte si ha un elemento pre- zioso in mano per distinguere, nella immane congerie degli ap- punti leonardeschi, quali sono i passi originali e dovuti all'os- servazione diretta, da quelli, che non lo sono, ma costituiscono appunti presi da opere lette e trascritte.

Lascio da parte le analogie, che si potrebbero rinvenire con libri usciti in vari tempi e in vari paesi, metodo altrettanto op- portuno per sfoggiare l'erudizione libraria, quanto discutibile, incerto e il più delle volte fallace. Innumerevoli sono le opere da me confrontate coi testi del Vinci, senza ch'io v'abbia tro- vato un solo punto di sicuro contatto. Di tutto questo immane lavoro preparatorio non ho voluto apparisse traccia, intento solo ai risultati sostanziali, per quanto fosse stata lunga e faticosa e difficile la via per arrivarvi.

Certo i raffronti di concetti, di passi, di semplici frasi, sareb- bero numerosissimi (1). Ma già si sa quanto delicata sia questa

(1) Il Duhem (Bulletin Italien, 1907, p. 192) attribuisce agli scritti di

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 25

ricerca delle fonti, non essendovi nulla più facile del trovare espressioni simili in due scrittori, e nulla più difficile del deter- minare se queste espressioni non assumano in ciascuno di essi un valore diverso, cosa a cui non ha guardato il Duhem.

li metodo del Duhem è indefÌDibile, e tale, per la sua arbitrarietà, da ser- vire a giustificare i più asaardi riavvicinamenti. Con tal metodo qualunque opera può essere segnalata come fonte del Vinci, anche quelle che, con ogni probabilità, non furon mai lette, studiate dall'artista. In qxial opera infatti non si può scorgere qualche analogia con gli appunti enciclo- pedici di Leonardo? Con questo sistema il Duhem ha potuto fare dei rav- vicinamenti sul genere di questo, che riferisco integralmente.

< Nous voyons par cet exemple que la lecture des ceuvres de Nicolas de « Cuse permet d'interpréter telle pensée obscure de Léonard, de justifier tei « rapprochement d'aspect incohérent: elle permet aussi de restituer leur sens « véritable et compiei à des passages qui, pris en eux mémes, sembleraient « réflexions sans importance, voire méme plaisanteries de goùt douteux.

De ce nombre est le passage suivant. que nous reproduisons tei que

< Liéonard Va écrit.

e ' Demetrio solca dire, non essere diferentia dalle parole e voce dell'inperiti

< ignioranti chessia da soni e strepidi causati dal ventre ripieno di superfluo « vento.

« ' Ec questo non senza cagion dicea impero chellui non reputava esser dif- « ferentia da qual parte costoro mandassino fuora la voce o dalle parti infe-

< riori o dalla bocha chelluna ellaltr» era di pari valimento e substantia '. « Qu'est-ce ? Une grossière boutade singuliérement déplacée en ce Cahier

Niccolò Cusano il proverbio leonardesco : « La vita bene spesa lunga è » (che per adattare meglio alla lettera del Cardinale traduce : « La vie bien remplie est courte » (Codice Trivulziano, f. 34 recto). Invano si cerca nel Idiotae liber tertius: De mente cap. XV. De ludo globi lib. Il una frase testuale simile, ed é naturale ! Cosi la frase « Ogni azione bisogna che si eserciti per moto» {Cod. Trivulziano, f. 6 recto) è fatta risalire al Excitationum ex sermonibus liber VII : ex sermone: Non in solo pane vivit homo, ove è detto « Naturae opera requirunt motum ut perficiantur », frase che può trovarsi in mille altri testi, e che Leonardo ha preso da Aristotile. Egualmente la frase di Leonardo « Ogni nostra conoscenza principia da' « sentimenti » (Codice Trivulziano, f. 20 verso) si fa derivare dal Cusano < Nihil est in intellectu, quod non prius fuerit in sensu ». ma anche questo riavvicinamento, con tutti quelli che lo circondano, non è troppo con- vincente.

26 E. SOLMI

« dont toutes les notes, hors celle-là, ont trait aux sujets les plus relevés ? « Nous le pourrions croire si nous ne recourions à Nicolas de Cuse.

« En son Dialogue sur la Genèse (Dialogus de Genesi), Nicolas de Cuse « veut expliquer quels sont les trois degrés qu'il établit en la connaissance humaine : La connaissance sensible, la connaissance rationnelle, la con- « naissance intellectuelle; voici Tingénieuse comparaison qu'il déyeloppe :

« La parole que le maitre prononce implique elle-méme trois ordres « distincts.

« Tout d "abord cette parole est sensible. Elle peut ètre recueillie par le « simple organe de l'ouìe, par des gens qui ignorent absolument le sens « des mots dont elle se compose. G'est la manière bestiale de la recevoir. « Toutes les bétes. en effet, sont en cela semblables à Thomme qui ignore « le sens des mots; elles entendent seulement des sons articulés.

« Après cela vient la parole rationnelle, celle qu'entendent les hommes in- « struits du sens des mots. La raison seule comprend le sens des mots, en « sorte que la parole rationnelle du maitre est entendue par les hommes, « et non par les bétes.

« Mais il peut arriver qu'un grammairien entende le discours du maitre « et ne saisisse pas la pensée méme de ce maitre, si celui-ci, par son discours, « s'efforce d'expliquer une idée mathématique ou théologique. Vous voyez « donc que la parole du maitre est encore rationnelle, mais d'un ordre supé- « rieur. G'est l'ordre intellectuel.

« Comprend-on maintenant le sens profond de la pensée de Léonard ? « N'est-elle pas une comparaison, brutale assurément, mais bien capable de < mettre en lumière ce qu'il faut entendre par la parole purement sen- « sible ? » (1).

Per porre un rapporto tra il sublime pensamento del Gusano e il volgare passo di Leonardo ci vuol l'arbitrario e assurdo metodo del Duhem, col quale si potrebbe istituire qualunque altro ravvicinamento, anche il più pazzo.

Fortunatamente vi è la prova che fra questi due frammenti di Niccolò da Gusa e del Vinci non esiste alcun rapporto, nel fatto che noi conosciamo

(1) Duhem, Léonard de Vinci et Nicolas de Cuse in BuUetin italien, Bruxelles, 1907, pp. 207 sg. Gol nome di collezione Rouveyre mi riferisco alla opera in 23 volumi Feuillets inédits de L. d. V. accompagnés de plusieurs milliers de croquis et rfessms ; a quella ancor incompiuta in 15 volumi dei Manuscrits inéjlits de L. d. V. accompagnés de plusieurs milliers de croquis et dessins, e a quella in tre volumi dei Carnets inédits de L. d. V. accompagnés de plusieurs centaines de croquis et dessins, iniziata da E. RouvEVRE in Parigi nel 1901.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 27

benissimo la fonte del passo leonardesco, che fu da me segnalata fin dal 1898. La nota di Leonardo è copiata ad litteram dal De re militari del Valturio, e con ciò cadono tutte le fantasie del Duhem.

Mi sarebbe facile dimostrare come tre quarti dei ravvicinamenti fatti dal Duhem nei suoi Études sur Léonard de Vinci, Ceux quii a lus et ceux qui l'ont lu, son fatti con lo stesso procedimento, che non si potrà mai de- plorare abbastanza.

A furia di confrontare si finisce col vedere dei rapporti tra forme e concetti i più disparati, o almeno così comuni, da non potersene tirare nessuna conseguenza per le attinenze speciali degli scrittori presi in esame (1). Il mio scopo è molto più mo- desto: stabilire se le scritture del Vinci sono originali, come preparazione all'Ediziun Nazionale delle sue opere.

Bisogna tener ben presente la universalità straordinaria della mente dell'artista. Per stabilire le fonti occorreva compulsare libri senza fine, cominciando dalle umili grammatiche e dizionari quattrocentistici sino ad opere di prosa e di poesia, di matema- tica, di medicina, di filosofia naturale e morale.

Nessuna via rimase intentata. Ed era necessario aver sempre innanzi alla mente tutta l'immane congerie degli appunti leonar- deschi, gran parte dei quali dovetti attingere dai manoscritti ine- diti, con infinite fatiche e ostacoli, e di questi si ricercarono ben spesso le origini e i testi primitivi, senza nessun filo conduttore.

Indagini di simil fatta esigono tempo e travagli senza numero, poiché qui non si tratta della ricerca delle fonti di un poema 0 di una leggenda, limitati a opere di un sol genere e di un de- terminato ciclo, ma di rintracciare le sorgenti di scritture en-

ei) Il Duhem (Bulletin Italien, 1907, p. 192), attribuisce alla influenza delle Subtiles doctrinaque piene abhreoiationes libri physicorum edite a prestantissimo philosopho Marsilio Inguen doctore Parisiensi, s. 1. n. a., 39 f., non numerati, verso, la frase di Leonardo: « L'acqua che tocchi del « fiume è l'ultima che andò e la prima di quella che viene, così il tempo «presente» (Codice Trivuhiano, f. 34 recto). Ma Marsilio d'inghen óice: Il presente è la fine del passato e il principio del futuro», il che è ben diverso.

28 E. SOLMI

ciclopudiche, dove la filosofia, le scienze e l'arti tutte compaiono alla rinfusa, e si intrecciano senza alcuna legge manifesta.

Certo non mi lusingo di aver scoperte tutte le fonti. Io tuttavia posso affermare di aver data una risposta esauriente alla que- stione mossa sulla originalità dell'opera manoscritta del Vinci nel suo complesso. Se tal questione non è stata fatta e presen- tata in tal guisa, per nessun altro scrittore, è perchè gli scritti di nessun altro scrittore si trovano nello stato di quelli di Leo- nardo.

La novità del problema e la difficoltà dell'impresa spiegano e giustificano i difetti di queste mie ricerche. Questo lavoro, da lungo tempo meditato, ho più volte abbandonato, ripigliandolo poi a più riprese, quando alle mie ricerche risultava qualche nuovo elemento, che stimava mi potesse aiutare al consegui- mento dello scopo. E per quanto anche ora ritenga che il presente scritto sia lontano dall'ideale che me n'ero formato, pur tuttavia l'amore che vi ho posto e le fatiche e i sacrifizi che mi è costato, me lo fanno tener caro sopra ogni altro dei lavori, coi quali da quasi dieci anni mi son sforzato di portar qualche nuovo contributo allo studio della vita e delle opere del- l'impareggiabile Leonardo (1).

Guardando la gran somma dei codici vinciani ben si comprende come quattro secoli abbiano dovuto trascorrere dalla morte del Vinci, prima che lo spirito critico si sentisse in grado di accin-

(1) Vedi principalmente Studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci. Gnoseologia e Cosmologia, Modena, 1898 ; Frammenti letterari e filosofici di Leonardo da Vinci, trascelti, Firenze, 1904 (9» edìz.); Leonardo, Firenze, 1908 (2* ediz.); La festa del Paradiso di Leonardo da Vinci e di Bernardo Bellincione, Milano, 1903; Documenti inediti sulla dimora di Leonardo da Vinci in Francia, Milano, 1904: Nuovi studi sulla filo- sofia naturale di Leonardo da Vinci. Il metodo. L'astronomia. La teoria della visione, Mantova, 1905; Il trattato di Leonardo da Vinci sul lin- guaggio («De vocie *), Milano, 1906; Frammenti autobiografici inediti di Leonardo da Vihci in Miscellanea di Studi critici dedicati dai discepoli a Guido Mazzoni, Firenze, 1907; Ricordi della vita e delle opere di Leonardo da Vinci raccolti dagli scritti di Gio. Paolo Lomazzo, Milano, 1907.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 29

gersi ad analizzarne e ad apprezzarne il valore. Scorgere nella congerie confusa delle noie vinciaue l'originale della trascrizione, Tespressione dell'idea propria dalla copia delle idee altrui è com- pito indispensabile p^r gli ulteriori studi, che si volessero prose- guire sul Vinci.

Le fonti. I.

Abano (di) Pietro. Il Conciliator differentiarum di Pietro d'Abano, benché sia un trattato compiuto di medicina teorica e pratica, per i vari e molteplici nessi che lo studio dell'uomo nor- male e delle sue alterazioni patologiche presenta eoo molte scienze natuiali, risulta, nello stesso tempo, quasi un'enciclopedia del sapere medievale. Quando Leonardo, nel 1506. recandosi da Vaprio in Milano per sollecitare dallo Ghaumont la restituzione, promessagli, della vigna fuori Porta Vercellina, che gli era stata donata fin dal 1499 da Lo<lovico il Moro e poi confiscata, scrive in un foglio, che oggi si trova a Windsor: « Ricordo: andare in « Provvisione per il mio giardino. Giordano De pondet^bus e '1 Con- * cUiaior de flusso e reflusso del mare » (1), con le ultime parole si riferisce al Conciliator differentiarum philosophorum et pre- cipue medicorum edito in Venezia fin dal 1471, poi in Mantova, in Venezia, in Pavia, in Padova ed ancora in Venezia, nel quale intendeva di leggere precisamente i capitoli 1 e III della diffe- renza LXXXVIII, che del flusso e riflusso del mare trattavano diff*usamente, come certo correa fama a que' tempi (2).

(1) LioNARDO, Windsor Library, f. 141 verso. Richtkr , The literary Works of Leonardo da Vinci, II, n" 1436.

(2) Conciliator differentiarutn philosophorum et precipue niedicorum clar. viri Petri de Abano patavini. Venetiis apud Octavianum Scotum MCDXXl. Altre edizioni Mantue, 1472; Venetiix, 1476, 1483; Papiae^

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La luna, a cui appartiene una speciale signoria sulle acque, avrà letto senza dubbio Leonardo, esercita, nelle sue diverse quadrature, maggiore o minore attrazione sugli umori del nostro organismo, ma più manifestamente sulle acque del mare. Per la copia e la purezza loro, per la salsedine che le conserva, sono le acque de' mari più suscettive dell'azion lunare, come anche affermano il Centiloquio di Tolomeo e V Introduttorio di Geofar, onde si producono a periodica distanza i flussi e reflussi, e tal- volta le maree straordinarie per durata e per mole. Del resto una determinazione diligente e rigorosa del tempo e della forza di questi fenomeni non si riesce a dare, perchè non sempre si avverte subito l'effetto della presenza di qualche altro fattore, mentre, pure, cause diverse dalla luna possono produrre con essa 0 ritardare il flusso: l'azione, per esempio, di altri pianeti e le congiunzioni celesti (1).

Tale era la spiegazione che dei moti periodici del mare aveva data Pietro d'Abano, e, sebbene Leonardo procedesse nello studio di questo fatto naturale, per vie, come ho dimostrato altrove (2), interamente diverse, lo scienziato fiorentino ritenne, più che opportuno, doveroso leggere la spiegazione, che proponeva quel- l'opera che era chiamata allora « divina », della quale tuttavia non resta alcuna traccia nei manoscritti del Maestro, fuorché in questo sottile e impercettibile legame, che congiunge lo speri- mentatore di genio al dotto medico del Medioevo.

Appassionatissimo per tutto ciò che riguardava le scienze oc- culte, Pietro d'Abano aveva consacrato ogni momento libero che l'arte medica gli concedeva allo studio della fisonomia, della

1490; Patavii, 1490; Venetiis, 1496, 1504, tutte anteriori al ricordo di Leo- nardo. Ho innanzi l'edizione « Conciliator: Conciliator differentiarum phi- €losophorum et medicorum, ecc.». Venetiis, 1520, p. 127 verso.

(1) Ferrari S., / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d'Abano, Genova, 1900, pp. 270 e ^71.

(2) Per la spiegazione del flusso e riflusso del mare secondo Leonardo, vedi i miei Nuovi studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, Mantova, 1905, pp. 82, 88.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 31

chiromanzia e della astrologia : « scienze vane e piene di er- « rori ». griderà severamente I^eonardo. E forse questa non fu l'ultima causa della scarsa efficacia del Conciliator differentiarum sui manoscritti vinciani.

II.

Abbaco. È la prima delle opere segnate dal Vinci nella famosa nota all'ematite del Codice Atlantico (1), e forse fu la prima delle opere che Leonardo tenne fra le mani da fanciullo, uno di quei testi sui quali, secondo la tradizione, < egli, in pochi mesi che « v'attese, fece tanti acquisti, che movendo di continuo dubbi e « difficultà al maestro, che gl'insegnava, bene spesso lo confon- « (leva » (2).

Facilmente si tratta di un'opera manoscritta, senza tuttavia escludere che Leonardo abbia potuto possedere in tempo più tardo, e conservare presso di sé, VAbbaco stampato in Treviso nel 1478, che il Boncompagni reputava scritto da Gerolamo e Giovanni Antonio Tagliente o altra opera analoga posteriore (3).

È assai probabile che con la parola « abbaco » Leonardo si riferisca ad uno scritto di non grande importanza scientifica (come sono in generale tutti i libri elencati nel foglio 210 del Codice Atlantico); senza escludere che il Vinci abbia potuto co- noscere il Liber abaci di Leonardo Fibonacci detto il Pisano,

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.

(2) Vasari, Le vite, p. 445.

(3) Incomincia una practica molto bona e utile a ciaschaduno chi vuole uxare Varte de la merchàdantia chiamata vulgarmente Tarte de T Abbaco. A Tnviso a di 10 Dece b. MCGCGLVIII in die. 62. Si crede comune- mente questo il più antico trattato di aritmetica dato alle stampe, ma non è vero, perchè fu preceduto dall'Ars num.erandi, stampata da Ulrico Zeli circa nei 1471. Gfr. Boncompagni, Intorno ad wn trattato d aritmetica stampato nel 1478, negli Atti delF Accademia dei Nuovi Lincei, t. XVI, ann. 1862-1863, p. 1. Gerolamo e Giovanni Antonio Tagliente furono anche compilatori di un Libro de abaco che insegnia a fare ogni raaone marca- dantile, Venetia 1515.

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la più grande opera di aritmetica del Medio Evo, dove, olire l'uso dei numeri arabici, si risolvono le equazioni di primo grado, alcune di secondo e si stabiliscono le regole per le equa- zioni indeterminate (1), oppure le Recholuzze del maeslro Pa- gholo aslrolacho (Dagomari), dove si trova per la prima volta l'uso, adottato da F.eonardo, della virgola destinata a distinguere i grandi numeri in gruppi di tre per facilitarne la lettura (2). Il Vinci conobbe anche, senza dubbio, l'estesa opera Abbaco di Piero Borgi, (in fine) Venetia per Errardo de Augusta, 1484, in-4» (altre edizioni venete 1488, 1491, 1501, 1509, 1517, 1518) (3).

(1) Sul Liher abbaci, la Practica geometriae e il Liber quadratorum del Fibonacci si veda Gantor, Vorlesungen ùber Gesch. der Mathematih, Leipzig, 1892, voi. I, cap. XLI e XLII e principalmente Giesing, Leben und Schriften Leonardos da Pisa, Dòbeln, 1896, pp. 32 e sgg. e gli scritti del WoEPCKE negli Atti dell" Accad. pontificia dei Nuovi Lincei, Roma, 1861, voi. XIV, pp. 342 e 348, e nel Journal de Liouville del 1854, p. 401. Per l'introduzione delle cifre arabiche in Occidente Gfr. Woepcke, Sur Vintro- duction de V arithmétique indienne en Occidente Roma, 1859; Sur Vhistoire des Sciences mathématiquee chez les Orientaux, Paris, 1860; Mémoire sur la propagation des chiffres Indiens, Paris, 1863.

(2) Recholuzze del maestro Pagliolo astrolacho. Bibl. Magliab. di Fi- renze. Mss. 85, classe XI, f. 1. « Se vuoi relevare molte fighure, a ogni « tre farai uno punto dalla parte retta inverso la manca ecc. ». Gfr. Libri,

Histoire, 1. II, p. 205; Boncompagni, Intorno ad al- cune opere di Leonardo Pisano, ecc., Roma, 1852, p. 38; Narducci E., Poesie inedite di Paolo dell" Ab- baco (1281-1374), Roma, 1864. Introduzione. È assai probabile che a questo «Pagolo» (Dagomari) si riferisca la nota del Manoscritto I, f. 28 recto. « Disse Pagolo «. che nessuno strumento, che mova un altro strumento « a lui contingiente, che non potrà fare che non sia « moso da lui, come se la rota move la sua rocca an <i cera la rocca moverà essa rota. Ma tale cosa non è generale perchè se "1 « dente n mone la rota essa rota non moverà il dente n in volta infera >.

(3) Piero dal Borgo, chiamato da Leonardo « Piero Borgo » (Ricther, The literary Works, II, p. 415), sul quale si può vedere il Mazzucchelli, Gli scrittori d'Italia, t. II, P. III. p. 1735 e il De Morgan, Arilhmetical Boohs, pp. 99-100, nel .suo trattato : « Qui comenza la nobel opera de arithmetica « nella qual se tracta tutte cosse a mercantia pertinente facta et compilata per « Piero Borgi da Venesia, [in fine] Ne la incleta cita de Venetia a gorni « 2 augusto 1484 fu imposto fine a la presente opera >, ha tentato un libro di divulgazione, che a' tempi del Vinci ebbe fortuna a dirittura straordinaria.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 33

Nessuno degli scritti da me esaminati, tanto a stampa che a mano, con- tiene questo frammento, che Leonardo stesso dice di aver copiato da un Abbaco, e che qui si riporta dal Codice Atlantico a commodo degli studio».

< Abbaco. Dammi Va <1'ud quarto, tolli un numero che abbi terzo e quarto,

< il quale troverai subito col dire : 3 vie 4 che fa 12; adunque essendo 3

< il quarto di 12 e T 1 è il terzo di 3, dirai che esso 1 si dimandi ^n^.

« Dammi '/s d' Ve- D' : 5 vie 6 fa 30, e '1 minor numero che fu 5, è quello « che s' à qui adoprare, adunque 1 è '1 quinto di 5, il quale ara nome Vm-

< DamfmiJ '/a ^^ Vv ^^ V^^ oome di sopra moltiplicando, ciò eh' è sotto

< le linee, e : 3 vie 4 fa 12, e V4 di 12 è 9, e V3 di 9 è 6 ».

Ul.

Abicl Nella Biblioteca Trivulzio vi è un Abici, codice fatto pel piccolo Massimiliano, figlio di Lodovico il Moro, nel quale vi sono due quadretti , uno rappresentante il detto principe nell'atto di complimentare l'imperatore Massimiliano, l'altro lo stesso fanciullo, che sul far della sera sta guardando il volo degli uccelli col suo ajo. In un'altra pagina si vedono Massimiliano e il fratello seduti a desinare. L'Amoretti (1) e il Calvi (2) dicono che questi disegni sono di Leonardo; l'Uzielli e il Miintz (3) ri- tengono che non son del Nostro, ma forse di qualche suo scolaro.

IV.

Agostino (Sant'). Quante volte giunse all'orecchio di Leonardo il nome di Sant'Agostino, accanto a San Paolo il più bel genio che abbia onorata la Chiesa con la varietà della sua scienza e con il suo ardente amore per la verità, dalle opere del quale poco prima del XV secolo Bartolomeo Carusio aveva raccolti e

(1) Ahoretti, Memorie della vita e delle opere di Leonardo da Vinci, pp. 62 e 63.

(2) Calvi, Notizie di artisti, Milano, 1865, II, pp. 33 e T7.

(3) UziKLU, Ricerche (1884), p. 384.

Mn-Noii «<sr*eo. Suppl. no 10-11. 3

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disposti per ordine alfabetico i detti in materia di fede e di scienza nel suo Milleloquium. Nella seconda metà del secolo XV il De Civitate Dei, quest'opera più famosa che letta, più celebrata che ben fatta, dove, più che in qualunque altro scritto del sommo Padre della Chiesa, si manifestano i difetti di una ret- torica e di una dialettica spesse volte vuota e inconcludente, era stata edita tanto in latino (1), quanto in italiano (2), ma Leonardo si riferisce al testo originale quando scrive nel Codice Atlantico: « XVI e. 6 de Civitate Dei, esse antipodes » (3), dove è a notare che il Vinci commette un errore, perchè non al ca- pitolo 6, del libro XVI, ma al capitolo 9 si fa la questione « an inferiorem partem terrae , quae nostrae habitationi con- « trarla est, Antipodas habere credendum est». E si conclude: « Quod vero et Antipodas esse fabulantur, id est, homines a con- « traria parte terrae, ubi sol oritur, quando occidit nobis, ad- « versa pedibus nostris calcare vestigia, nulla ratione credendum « est » (4), Leonardo arrivò, anche in questo punto, a tutt'altra conclusione, né, come è naturale, altra traccia si riscontra nei manoscritti editi ed inediti delle idee di Sant'Agostino, che per

(1) De civitate Dei libri XII sub anno a nativitate Domini MCCCCLXVII die vero duodecima mensis Junii s. 1. grande in folio a 2 col. Altre ediz., Romae, 1468; Venetiis, 1470, ecc.

(2) Questo libro de Santo Angustino de la cita di Dio s. I. n. d. Altre edizioni s. 1. 1472, 1473, 1475, ecc.

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 332 verso. Richter, The literary Works of Leonardo da Yinci, li, n" 1565.

(4) Ho dinanzi Augustini, De civitate Dei, Venetiis, MDGGXLIl, tomo II, p. 237. Gfr. BiEGLKR, Die Civitas Dei des heilige Augustin in ihren Grund- gedanhen dargelegt, Padeborn, 1894, pag. 87. La biblioteca comunale di Mantova possiede questa bella e rarissima edizione da me esaminata : Aur. Augustini, de Civitate Dei Libb. XXII. Venet. 1470 [in fine]. Qui docuit Venetos exscribi posse Ioannes Mense fere trino Centena volumina pieni. Et totidem Magni Ciceronis Spira libellos: Ceperat Aureli: subita sed morte perventus Non potuit ceptum, Venetis finire volumen Vindelinus adest eiusdem frater: et arte non minor: hadriacaq. morabitur urbe, in fol., in carattere rotondo, di bella forma, in carta grande, senza cifre, segna- ture e richiami, colle iniziali miniate a oro, e coi titoli manoscritti in ca- rattere rosso. Questa edizione fu detta dal Glement « estremamente rara ».

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 35

tanti secoli avevan tenuta una signoria incontestata sugli spiriti, ai quali il Santo aveva magistralmente indicata la via della sal- vazione e della grazia.

Le opere del vescovo di Ippona danno prova di una vasta eru- dizione, di una conoscenza profonda ed estesa della filosofia antica, di uno spirito agile, penetrante, entusiasta e sincero. Ciò che Sant'Agostino aveva sentito maggiormente era stato il bi- sogno incessante di rendersi conto delle proprie credenze, di penetrare profondamente neirintelligenza del Dogma: lo studio della natura per lui non era stato altro che una introduzione, una preparazione necessaria alla conoscenza dell'anima e di Dio, che costituisce la vera saggezza. Sotto questo rispetto Leonardo si trova veramente agli antipodi di Sant'Agostino. « Le cose men- « tali, che non son passate per il senso son vane e nulla verità « partoriscono, se non finzione, e tal discorsi nascono da povertà « d'ingegno. Poveri son sempre tal discorsori, e se saran nati « ricchi e' moriran poveri, nella lor vecchiezza , perchè pare « ch'essa natura si vendichi con quelli » (1).

V.

Agostino Vaprio di Pavia. Fra i pittori più notevoli del se- colo XV, e fra i cultori della prospettiva, vien rammentato « mae- « stro Angustino Vaprio di Pavia » (2). Una sua pittura, ricordata spesso per la condotta del disegno e per la fusione ed armonia delle tinte, si conserva ancora in San Primo di Pavia, nella prima cappella a destra di chi entra, con la data « 1496 : die IX « septembris Augustinus de Vaprio pixit ». La chiesa di San Mi- chele di Pavia aveva nel secolo scorso una pittura con la firma :

(1) Lbonardo, Fragments d'étud^ anatomiques. Recueil B (Coli. Rott- veyre) f. 7 verso.

(2) Casati C, Vicende edilizie del Castello di Milano, ecc., Milano, 1876, p. 24; Calvi, Notizie di artisti, Milano, 1865, II, p. 96 sgg.

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« Augustinus pinxit vipriensis doctus in arte 1486 » ; e di altro dipinto di Agostino di Pavia, che nella città ricordala adornava già ab antiquo l'oratorio di S. Giovanni in Gonfalone, reputasi avanzo la bellissima lunetta in tavola, che si vede ora nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Non vi ha dubbio. Agostino Vaprio è quel medesimo che nel 1490 vien chiamato da Pavia per ordine del Moro insieme a Leonardo da Vinci per le opere di pittura nel Castello di Milano. Il segretario ducale Bartolomeo Calco VS settembre 1490, mediante una lettera circolare chiama a raccolta da Treviglio, Como, Tortona, Novara, Lodi e Monza i dispersi artisti lombardi , fra i quali Bernardino de Rossi , lo Zenale, il Buttinone da Treviglio, Troso da Monza e infine, da Pavia, « magistro Angustino et magistro Leonardo » (1). Ammesso ciò, non vi ha dubbio che Agostino Vaprio è quel medesimo che sulla fine di gennaio del 1491 « in casa di Messer Galeazzo San- « Severino » dona a Leonardo una pelle turchesca , che poi fu rubata da un discepolo, l'incorreggibile Giacomo: « Item, scrive « il Vinci di proprio pugno, essendomi da maestro Agostino da < Pavia, donato in detta casa una pelle turchesca da fare uno « paro di stivaletti, esso Jacomo infra uno mese me la rubò, e « vendella a un acconciatore di scarpe per venti soldi, de' qua' « denari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici, « confetti ecc. » (2).

VL

Alberghetti Giannino. Il poeta Bellincioni, volendo celebrare gli uomini eccellenti, che adornavano la Corte del Moro, finse poeticamente in un sonetto, che attorno ad una gemma lavorata dal Caradosso, si fermassero un giorno estatici il grecista Giorgio Merula, il pittore Leonardo da Vinci e il fonditore Giovannino

(1) Gasati C, Vicende edilizie del Castello di Milano, toc. cit.

(2) Leonardo, Manoscritto C, f. 15 v.

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Alberghetti ferrarese (1). Che questi due ultimi fossero legati da rapporti scientifici, ce lo mostrano oggi i maaoscritti, dove l'ar- tista fiorentino scrive di proprio pugno: « Ricorda a Giovannino « bombardiere del modo come si murò la torre di Ferrara, sanza « buche » (2).

Il nome di Giannino, oltreché nelle Rime del Bellincioni e nei Manoscritti di Leonardo, si trova anche sulla leggenda di uno dei cannoni presi a Rodi da Solimano nel 1522.

VII.

Alberti Leon Battista. Le opere di Leon Battista Alberti, che potevano interessare Leonardo, sono fra le volgari, il Trat- tato di proiettiva, quella della Pittur^a e della Statua, V Ar- chitettura, i Cinque ordini di Architettura, i Ludi matematici e l'operetta Be' pondi, fra le latine il De re aedificatoria, il De pictura, gli Elemento picturae, la Statica, la Descriptio urbis Romae, il De equo animante, il De componendis cifris, il Liber navis e VAlfforismus.

È fuor di dubbio che il Vinci ha conosciuti gli scritti di pit- tura, scultura e architettura dell'Alberti, ma è notevole il fatto che il primo, oltre a procedere per vie proprie ed indipendenti, non ha mai nei suoi manoscritti riferito testualmente alcun passo del secondo. Nel Manoscritto 2037 della Biblioteca Nazionale di Parigi è ricordato dal Vinci un « telaro o rete di dipintori >, che Gian Paolo Richter dice suggerito da un passo del Trattato della Pittura dell'Alberti (3). Ciò non si esclude in modo asso- luto; ma la descrizione di Leonardo è tanto lontana da quella

(1) Angklucci, Docvme^ci inediti sulla storia delle armi da fuoco in Italia, Torino, 1865, pp. 278 e sgg. Gfr. Bellinctone, Rime (1493), a carte e in verso.

(2) Lkonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.

(3) Leonardo, Manoscritto 2037, f. Il recto; Richtbr, The literary Works of Leonardo da Vinci, 1, p. 261.

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che si trova in quest'ultimo libro, che sarebbe troppo arrischiato affermare un rapporto diretto (1). L'intento del Nostro è soltanto di perfezionare uno strumento d'uso comune fra i pittori. Egual- mente i raffronti istituiti dal Brun nel Repertorium fùr Kwnstwissenschaft di Vienna fra Leonardo e l'Alberti sono sem- plicemente congetturali, e non costituiscono mai una evidente dimostrazione di certezza (2).

Dell'Alberti il Vinci ha conosciuto profondamente i soli Ludi matematici e fors'anche il libretto, oggi perduto, De nave.

Basta gettare soltanto lo sguardo sui Ludi matematici per rilevare il grande interesse che i soggetti trattati avevano per Leonardo. 1. Del modo di misurare l'altezza d'una torre da un luogo discosto, ma che la si veda. 2. Come possa mai mi- surarsi l'altezza di una torre da un luogo discosto, ma che di quella si veda la cima. 3. Altro modo d'aggiugnere il medesimo scopo. 4. Come possa misurarsi l'altezza d'una torre non acces- sibile, ma di cui si vegga il suo pie e la sua cima. 5. Come possa misurarsi il largo di un fiume d'in su la sponda. 6. Come si giunga a sapere quanto sia alta una torre, di cui solo apparisca la cima. 7. Modo per misurare la profondità d'un pozzo insino

(1) Alberti, Trattato della pittura (ed. Janitschek), Vienna, 1877, p. 101.

(2) Brun, Leonardo da Vinci und Leon Battista Alberti in Repertorium fùr Kunstwissenschaft, Vienna, 1892, p. 267. Per ulteriori confronti, paragona Leonardo, Trattato d. pittura (ed. Manzi), p. 141, con Alberti, Trattato d. pittura, p. 67; Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, 1, p. 297, con Alberti, Dell" Architettura, Milano, 1833, I, p. 349. Per il Trat- tato di prospettiva dell'ALBERTi basta ricordare che egli, in modo differente dal Vinci, e seguendo servilmente Alhazen, divide tutta la materia in tre parti: nella tratta della visione diretta; nella 2* della visione riflessa; nella della visione rifratta. La seconda parte si presta a qualche raflfronto nella teorica delle imagini prodotte dagli specchi piani, concavi e convessi. Cfr. Leonardo, Codice Atlantico, f. 142 verso, 244 recto. Nella terza parte l'Alberti, fra le altre cose, dimostra per qual causa il sole apparisca mag- giore da mattina e da sera che da mezzodì; e perchè la luna e le stelle in oriente ed in ponente appariscano maggiori, e più presso che nel mezzo del cielo, in modo analogo a Leonardo, Manoscritto F, f. 25 verso, 33 verso ; Manoscritto C, f. 3 recto; Manoscritto A, f. 64 verso, 2 recto.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 39

all'acqua. 8. Modo bellissimo a misurare la profondità di qua- lunque sia mare. 9. Modo assai bello e giocondo di fare orivoli a vento, i quali consistono in una fattamente artificiata fonte, che getta acqua per forza d'aria. 10. Altri orivoli per misurare il moto del sole e delle stelle: come si facciano. 11. Modo di co- noscere l'ore della notte col solo vedere. 12. Del modo di misu- rare i campi: comesi possa ottenere una buona squadra. 13. Modo molto commodo a regolare le acque correnti. 14. Come facciasi a misurare un peso enormemente maggiore di quel che possa comportare una stadera. 15. Uso dell'equilibra nel dirizzare i colpi di cannone. 16. Modo di misurare il circuito o ambito d'una terra. 17. Modo di misurare le gran distanze. 18. Invenzione molto semplice e bella d'un compasso itinerario per misurare le distanze di terra. 19. Altro compasso itinerario per misurare le distanze di mare (1).

Traccio più o meno evidenti dei primi capitoli relativi alla determinazione delle distanze si possono riscontrare nei mano- scritti vinciani dove si cerca di indagare l'altezza di una torre o di un monte, la larghezza o la profondità di un fiume, ecc., per mezzo della costruzione di triangoli simili, nei quali la lun- ghezza da valutare è il quarto termine di una proporzione di cui gli altri tre termini sono conosciuti.

Ricordi, evidentissimi, degli altri capitoli ho potuto rintracciare nei codici inediti di Leonardo, che si conservano a Windsor, e che qui riferirò testualmente per il grande interesse che essi offrono, e per l'esser sconosciuti.

Leonardo. Albkbti.

Dice Battista Alberti, in una sua Questa equilibra misura ogni peso

opera mandata al signore Malatesta in questo modo. Quanto el filo

da Rimini, come quando la bilancia piombinato A E si scosta dalla cera

a b e à le braccia b a e b e in doppia D, tanto quel peso a cui sarà più

proportione, che ancora li pesi a lei vicino pesa più che l'altro dell'altro

(1) Le opere volgari di Leon Battista Alberti (ed. Bonucci), Firenze, 1847, voi. Ili, pp. 406 e sgg.

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attaccati, che in tal proportione la dispongano, sono nella medesima pro- portione che sono esse braccia, ma e converso cioè il peso maggiore nel minor braccio. Alla qual cosa l'espe- rienza li risponde esser falsa, ma riu- scire il suo proporre quando al braccio minore s'accrescierà la lunghezza del braccio maggiore, come di sopra si dimostra (1).

Dice Battista Alberti, in una sua opera Ew ludis rerum mathemati- carum, che quando la bilancia a b e ara le braccia b a e b e in quella proporzione, che ancora li pesi alli sua stremi attaccati, che 'n tal modo la dispongano, son nella medesima proportione che sono esse braccia; ma e conversa cioè il peso meggìore nel braccio minore : alla qual cosa la sperienza e la ragione [. . .] li mostra essere falsa propositione, perchè dove lui mette li pesi oppositi 2 contro a 4 nella bilancia, che in pesa 6 libre, vole essere 7 contro a 2, e cosi resterà la bilancia ferma con equale potentia di braccia. E qui erra esso allora per non fare mentione del peso dell'aste della bilancia, ch"è ineguale di peso.

Quante volte il minor braccio di tal bilancia entra nel maggiore, tante il maggiore de' pesi che 'n tal modo la dispongano, riceve in il suo minora, secondo Battista Alberti (2).

capo. Gonoscesi quando e' sia cosi, quante volte dal capo del dardo fino al filo D E entra nella parte che resta del dardo, tante volte l'uno di questi pesi entra nell'altro. Verbigrazia sia il dardo lungo braccia 6, e sia dal capo B uno peso di libbre 4 e dal capo G uno peso di libbre 2. Trove- rete il filo A D sarà vicino alle lib- bre 4 tanto che quella parte sarà di braccia 2 e l'altra sarà di 4 braccia

E sievi ricordo quanto vi dissi testé qui sopra, che la parte più

(1) Manuscrits inédits de Léonard de Vinci accompagnés de plusieurs milliers de croquis et dessins (British Museum, London), II, f. 31 verso.

(2) loi. III, f. 66 recto.

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lunga della trave A B, quante volte ella empie la minore tante libbre porta a numero una libbra, che gli vien posta in capo. E la taglia simile quante volte la fune sta giù e su, tante volte si parte il peso ; per modo che una libbra porta quattro e sei secondo lo aggirarvi cioè 'I nu- mero (1).

Una guida altrettanto sicura ci è otferta da un altro passo dei manoscritti parigini, nel quale il Vinci, dopo aver descritto l'odometro di Vitruvio (2) riferisce quello di Leon Battista Alberti :

Leonardo. Del moto del mobile. Del cogno- sciere quanto il navilio si move per ora. Ecco un altro modo, fatto colla sperientia d'uno spatio noto da una isola a un'altra, e questo si fa con un asse o lieva percossa dal vento, che la p)ercuote più o men veloce, e questo è in Battista Alberti. 11 modo di Battista Alberti è fatto sopra la sperientia di uno spatio noto da una isola a un'altra. Ma tale inven- tione non riesce, se non a un navilio simile a quel dove è fatta tale spe- rientia, ma bisogna che sia col me- desimo carico e medesima vela, e medesima situation di vela, e mede- sima grandezza d'onde; ma il mio modo serve a ogni navilio ecc. (3). Quella cosa che più profonda nel-

Albkrti. A conoscere quanto navighi una vela, ponete il vostro pennello, fatto non di piume, ma di legno, fìtto in la sua astola, abbiate un'assicella sottile quanto un cuoio, lunga un pie, larga quattro dita, appiccata con dua gangheretti, giù basso alla coda del pennello ultimo, in modo ch'ella si mova non qua et qua verso, ma a destra e a sinistra, quel fa il suo pen- nello e come fanno gli usci, i^a su e giù come fanno le casse, quando le aprite e serrate, e sievi una parte d' un arco qual penda in giù attac- cata in modo che quando questa as- sicella starà più alta o più bassa voi possiate ivi nel detto arco tutto se- gnare (4).

(1) Alberti, Le opere volgari. Ili, 427 e sgg.

(2) VrrRDvio, L'Architettura, Udine, 1830-32. p 62 e sgg.

(3) Leonardo. Manoscritto F, f. 82 recto.

(4) Alberti, Opere volgari, III, p. 436. È notevole anche il fatto che

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l'acqua meno è mossa dal vento, che percote quella parte d'essa cosa, che è for dell'acqua. Contro a Battista AlbertijChe regola generale quanto il vento cacc(i) per ora un navilio (1).

Il passo vinciano: «vedi De navi messer Battista » è un evi- dente richiamo al Lìber Navis dell'Alberti, oggi perduto, ma assai divulgato nel secolo XV e XVI (2); da ultimo la Tavoletta di Leonardo « il liglio e il fiume » ha qualche affinità con una attribuita a Leon Battista Alberti e intitolata appunto « il giglio et il fiume », ma è un'affinità puramente accidentale* e non so- stanziale (3),

Non è piccolo pregiudizio quello di voler vedere in Leon Bat- tista Alberti il Precursore di Leonardo. Le somiglianze fra i due ingegni sono meramente esteriori. Il Vinci e l'Alberti hanno solo questo tratto comune, di esser stati indagatori teorici ed opera- tori pratici. L'uno e l'altro investigarono i segreti della natura, studiarono la geometria, l'astronomia, la musica, la prospettiva, l'architettura, la pittura e la scultura, e fecero nello stesso tempo di propria mano opere di pennello, di scalpello, di bulino e di getto. Ma se si penetra nell'intimo de' loro geni si trova una diflferenza essenziale: Leon Battista Alberti è un compilatore di cose altrui, Leonardo è un inventore di nuovi veri, fondati sulla indagine della natura, madre di tutte le scienze e di tutte le arti, e sull'applicazione assidua ed indefessa delle matematiche. Entrambi avidi di imparare nuove cose, qualunque uom dotto sapessero essere giunto nella città, cercavano di renderselo amico,

Leonardo, ad imitazione di Leon Battista Alberti, voleva scrivere un Ludo geometrico.

(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 54 recto. Cfr. Niccolò da Cosa, Opera, Basilea, 1565, p. 177.

(2) Leonardo, Manoscritto Leicester, f. 13 recto; Gessner C, Bibliotheca, Tiguri, 1583, in fol., p. 20; Baldi, Cronaca de matematici, Urbino, 1707, p. 98.

(3) Leonardo, Manoscritto E, f. 44 recto.

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e da chiunque apprendevano volentieri ciò che prima non ave- vano saputo. Continuamente erano intenti a meditare qualche cosa, ed anche sedendo a mensa andavano ognor meditando, ed erano per ciò sovente taciturni e pensosi. Ma l'Alberti mostra una desolante superficialità ne' suoi scritti; Leonardo una mira- bile profondità, sempre vìgile e critica di ciò che apprende ed indaga, che lo fa assurgere alle teorie più elevate, e discendere alle applicazioni pratiche più ingegnose. L'uno è un divulgatore, non uno scienziato, ama il sapere per renderlo poi di pubblica utilità, comune e noto; l'altro è un vero scienziato, tutto assorto al raggiungimento del vero, sdegnoso del pubblico, dell'utilità, della privativa, del monopolio. Egli provava una gioia sufficiente ad aver participato ad un segreto, ad aver divinata una cosa profonda, toccata una realtà sacra. Conoscere gli basta; espri- mere gli sembra già qualcosa di profano; divulgare al popolo delle intelligenza i suoi trovati gli ripugna, come ripugnava al- l'antico sacerdote sollevare un lembo del velo di Iside onnipo- tente, perchè la vertigine della contemplazione fulmina quello che percepisce il grande mistero.

Vili.

Alberto Magno. Alberto Magno, lo scrittore più fecondo e lo scienziato più universale che abbia prodotto il Medio Evo, è, ac- canto ad Aristotile e ad Archimede, l'autore che a Leonardo ha offerto maggior agio di meditazioni e di studi. Meravigliati del suo straordinario sapere, che si estendeva alla teologia, alla filo- sofia, alla storia naturale, alla fisica, all'astronomia, all'alchimia, a tutti i rami dello scibile umano, i contemporanei avevano con- siderato Alberto di Bollstàdt come un mago, e Leonardo si era più volte accostato alla gran mole delle sue opere con curiosità mista a venerazione. Il Manoscritto I ci mostra il Vinci assorto in questioni di meccanica : « di moto in comune che cosa è « il moto in che cosa è quella eh più atta al moto che

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cosa è impeto che cosa è la causa dell'impeto e del mezzo « ove si crea che cosa è percussione che cosa è la sua « causa che cosa è la incurvazione del moto retto e sua «causa». Quante affannose domande! Leonardo segna allora i libri, ai quali pensa di ricorrere per avere le definizioni cercate: « Aristotile della fisica e Alberto e Tomaso e li altri de risal- « tatione in della fisica » (1).

L'Alberto qui citato non può essere che Alberto Magno nato a Lauingen nello Schwaben nel 1193 e morto a Kòln nel 1250, il doctor universalis, spirito laborioso e infaticabile, che per primo espose l'intera filosofia aristotelica in ordine sistematico, inter- pretandola conformemente ai dogmi ecclesiastici, e il libro cui Leonardo si riferisce è il Commentum in libros physicorum Arislotelis (2).

Nel verso della sopracoperta del Manoscritto F è scritto di pugno del Vinci « Alberto de celo et mundo da fra Bernar- « dino » (3), ma non si può determinare se sia questo un accenno al Liber de cielo et mundo del grande poligrafo di Bollstàdt, come vuole il Ravaisson, oppure all'opera col medesimo titolo di Alberto di Sassonia, detto comunemente Albertuccio, come pretenderebbe il Duhem.

la nota del Codice Atlantico « Alberto Magno » (4) ci lascia

(1) Leonardo, Manoscritto I, f. 130 verso. Veggansi le parole Aristotile . Alberto di Sassonia, Tomaso d'Aquino in questo stesso libro.

(2) Si confronti infatti Alberto Magno, Opera omnia, Lugduni, 1651, voi. II; Commentarium in libros physicorum, libro III, Trattato /, cap. 2, testo 3 e sgg. e libro VII, Trattato I, cap. 3, testo 10 e sgg., dove in modo speciale si parla delle « quatuor species motus localis, a motore extrinseco, « scilicet pulsio, tractio, vectio, vertigo •».

(3) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto. E la solita lista di libri, che il D'Adda, non so con che fondamento, qui identificava con le seguenti opere di Alberfo Magno: 1) Libro de le virtù de herbe et prede quale fece Alberto Magno; 2) Incomensa el libro chiamato della vita, costumi, na- tura et omne altra cosa pertenente tanto alla conservatura della sanità, quanto alle cause et cose humane.

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maggior certezza, benché da alcuni indizi par che debba riferirsi al Cornpendmm pertUiie oc insigne opus philosophiae naluralis di Alberto Magno.

Certo è che gli scritti del dotto scrittore medievale De gene- ratione et cot^ruptione. De metfieoris. De mtneraltbus, De na- tura locorum, De rerum proprietaiibus. De animalibus ave- vano tutti tant'interesse per Leonardo, che questi vi riccwre più di una volta per indagare le idee del vecchio scrittore sul mondo e sull'uomo, sulla materia, sulla forma, sull'accidente, sull'eter- nità, sulla durala, sul tempo (1).

A prova di ciò non starò a citare le innumerevoli vaghe ana- logie che si potrebbero riscontrare fra le opere del poligrafo e i manoscritti vinciani, citerò piuttosto alcuni passi del Codice Atlantico la cui derivazione dai Meteororum IfbìH di Alberto Magno è di evidenza ineccepibile, ed un notevole passo del Ma- noscritto H, tratto con certa libertà e indipendenza dall'Opus de antnialibus.

LxoNABDO. Alberto Magno.

Il vapore del vento si genera ed è Causa autem efBciens omniam reo-

percosso e acacciato dal freddo, il tonim in communi est, quod cum

qual freddo se lo caccia innanzi, e volvitur sol in orbe aao, et radius

dond e cacciato il caldo riman freddo; ejus directe opponitur terrae et ap-

onde il vapore eh' è cacciato non propinquat terrae, quantum potest, di-

tornare in su per lo freddo, che lo recta oppositione, tunc elevat vapo>

caccia in giù, e non può tornare in rem ex ea: et cum elongatur et

giù per lo caldo che lo lieva in su, oblique respicit terram, tunc incipit

onde è necessario che vada in tra- vincere frigus in aere ; et ideo vapor

verso; [e io per me giudico che non elevatus percntitar a frigore, et in-

(1) Ai tempi di Leonardo eran state edite le seguenti opere di Alberto Magno: il De generatione et corruptione nel 1495. il De metheoris nel 1488 e 14W, il De mineraltbus nel 1476, 1491 e 1495, il De natura locorum nel 1514 e 1515, il De rerum prcprietaUbut nel 1478, 1479 e 1495, il De animalibus nel 1478. Per l'importanza che potevano avere per Leonardo questi scritti cfr. He^tung, Albertus Magnus und die Wissensehaften seiner Zeit, in Bistor. polit. Blàtter, Berlin, 1874, voi. LXXUL p 485 e ^g.

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E. SOLMI

abbia moto, perchè le predette po- tentie essendo eguali , equalmente servano il lor mezzo, e se pure fugge, el fuggitivo esala, e fugge per ogni verso, a similitudine della spugna piena d'acqua, la quale è premuta, che l'acqua fugge per ogni linea dal centro della predetta spugna, adunque il vento settentrionale fia generator di tutti i venti in un medesimo tempo].

Il vento settentrionale viene a noi di lochi alti e diacciati, e però non po' spiccarne umidità, e però è puro e netto, perchè è freddo e secco, e per questo in è molto lieve, ma la sua velocità lo fa potente nelle sue percussioni.

Il vento australe non trae puro, e perchè è caldo e secco risolve la gros- sezza del vapore acquoso, che esala dal Mediterraneo mare, i quali poi seguitano in corso del predetto vento, perchè con quello s'infondano, onde per tal causa esso vento, quando percote l'Europa, viene a essere caldo e umido e di grossa natura, e benché il suo moto sia pigro, la sua percus- sione non è men potente che il vento settentrionale (1).

spissatur, et resolvitur in aquam, sicut vapor propter fi igus, quod super aè- rem dominatur, eo quod sol elongatur ab ipso non quidem quoad spatium quod sit inter solem et terram, sed frequenter ad obliquitatem radii, qui incidit in terram.

Septentrio ventus est frigidus et siccus : est autem frigidus eo quod oritur a locis aquosis frigidissimarum aquarum... Loca autem per quae fiat non sunt calida, et ideo nihil adhaeret ei ex eisdem vaporibus elevatis, sed pervenit ad nos purus.

Egressio autem Austri non est pura, sicut etiam diximus: et hoc patet ex ipso loco, qui dicitur lymi- nien, et ex ilio descendit ad nos; locus autem ille calidus est et tur- bidus ; unde ventus Austri, exiens ex ipso, turbidus et crassus quodam- modo et pinguis aurae pervenit ad nos et commovit pluvias (2).

TlGRO.

Questa nascie in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera per le

De tigro.

Tigris animai est hircanorum re- gionibus generatum mire velocitatìs

(1) C. Leonardo, Codice Atlantico, i. 169 recto. È ovvio osservare che, al solito, questi passi non sono una traduzione, ma piuttosto un'interpreta- zione e commento, e, talvolta, una critica acuta.

(2) Alberto Magno, Opera, Lugduni, 1651: voi. I. Metheororum libri, Libro III, Trattato I, cap. 4 e 2.

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diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole velocità. Il cacciatore quando truova i suoi figli, li rapiscie, subito ponendo specchi nel loco donde li leva e subito sopra veloce cavallo «i fugge. La pantera tornando truova li specchi fermi in terra, ne' quali vedendose li pare ve- dere li sua figlioli, e raspando colle zampe scuopre l'inganno, onde me- diante l'odore de' figli seguita il cac- ciatore, e quando esso cacciatore vede la tigra lancia uno de' figliuoli e questa lo piglia e portalo al nido e subito rigiugne esso cacciatore, e fa simile insino a tanto ch'esso monta in barca (1).

et ferocitatis ad quantitatem lepo- rarii canis et amplius excrescens. Est autem varium nigri coloris fulvis virgulis quasi undatim intereptis et è (uncarum) unguium et acutorum dentium et in multa fixa pedis et multorum partuum quos cum aliquis venator accepit non nisi presidio na- vis eflFugere poteri t et si longe navis destiterit et eum raater tigris inse- cuta fuerit unum catulum de multis propeexistenti matri proicit cum quo dum ad antrum referendo occupatur venator procedit longius et si secundo rediens iterum venatorem insequens iterum unum de pluribus reddit et tandem in toto recedens aliquos re- tinet de filiis, aliqui etiam venatores speras vitreas secum habentes matri obiciunt in quibus natorum similitu- dines apparent sicut in speculo cum mater ad speram aspicit et sicut spe- ram post speram abicientes deludunt matrem que spere mota filium mo- veri putat, .sed cam spera confrin- gens pedibus filium lactare querit delusam se deprebendit et multoties fit delusa venator vel ad civitates vel ad naves coadit et illa natos perdit (2).

Dai confronti di questi passi si può concludere con certezza che Leonardo ha lette e rilette le opere di Alberto Magno, ma

(1) Leonardo, Manoscritto fi, f. 23 e 24. Gfr. Goldstaub u. Wkndriner, Ein toscovenetianischer Bestiarius, Halle, 1892, p. 308, n. 1.

(2) Alberto Magno, Opus de animalibus, Roma, t478; Tractatus II de quadrupedibus, cap. 1. Ho anche dinanzi Alberti Magni, De animalibus, [in fine] Mantue per Paulum lohannes de Butschbach alamanum Magun-

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nello stesso tempo bisogna constatare con quale indipendenza di giudizio egli si comportava con gli autori, che, più che trascri- vere, interpreta, corregge e critica con l'intelletto sempre vigile e alacre.

Se l'originalità presso Alberto Magno pareggiasse l'erudizione, la storia delle scienze offrirebbe pochi nomi superiori al suo. Ma lo studio delle sue opere prova ch'egli aveva più pazienza che genio, più scienza che inventiva. Frutto di una immensa lettura, le citazioni si accumulano a casaccio ne' suoi scrìtti; le questioni, faticosamente dibattute, vi son quasi sempre risolte col peso delle autorità, raramente vi si nota l'impronta di uno spirito vigoroso, che si appropria le opinioni stesse delle quali non è l'autore diretto, e le traduce nel linguaggio del proprio spi- rito (1). Sotto questo rispetto per la vastità del genio e l'origi- nalità delle scoperte, per la profondità e l'altezza delle idee Leonardo si eleva di gran lunga sopra Alberto Magno.

IX.

Alberto da Imola. Alberto da Imola? Chi era costui? Nes- suno degli eruditi imolesi rammenta questo nome, che Leonardo scrive con tanto interesse ne' suoi manoscritti: « Alberto da Imola, « Alcibra cioè insegna come numero e cosa s'aguaglia alla « cosa e numero » (2).

Chi sia questo studioso di matematica non è facile identificare, perchè non ce ne resta alcuna memoria, se pure in esso non si deve vedere l'ignoto imolese autore del raro e sconosciuto opu-

tinensem dioces. Sub anno domini millesimo quadringentesimo septuage- simo nono, in fol., con annessa l'opera di Alberto Magno, De muliere forti, manoscritta.

(1) IoACHiM SiGHART, Albertus Magnus, sein Leben und seine Wissen- schaft, Regensburg, 1857, p. 102; Prantl, Geschichte der Logik in Abend- lande, Leipzig, 1855, III, pp. 89 sgg.

(2) Leonardo, Manoscritto G,t 13 verso; Richter, The Uterary Works of Leonardo da Vinci, n" 90.

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scolo della Biblioteca Comunale di Bologna intitolato: Qui apresso e inàci col nome di dio inlèdo di traclare e scriuere alquàii modi e reffote sopra l'arte del numero allrimèti chiamato algoi^ismx), più traclare de la alfjibra mochabile altrimenti chiamata regola della cosa: e più traclare alquàto de geo- metria altrimenti chiariiato mesura : e di traclare di ciascuno altro modo, fase, in fol. di car. 35 senza numeri.

Se Alberto da Imola e l'ignoto autore di questi^ libretto sono, come è probabile, la medesima persona, allora Leonardo si rife- risce, senza alcun dubbio, ad una copia manoscritta dell'opera suindicata. Ma invano abbiamo cercato nei manoscritti vinciani e nel codice bolognese qualche argomento di certezza! (1).

X.

Alberto di Sassonia. Alberto di Sassonia è uno dei dottori più possenti e originali che, nel XIV secolo, abbiano illustrata la Scolastica. La tradizione de' suoi insegnamenti fu di lunga durata. I maestri della Scuola, alla fine del Medio Evo e al prin- cipio del Rinascimento, Nifo, Soto, Toleto, citano spesso i suoi

(1) Sull'algebra antica e medievale cfr. Cossali, Origine, trasporto in Italia, primi progressi in essa dell'Algebra, Parma, 17y7-99, 2 voi.; Nessel- MANN, Die Algebra der Griechen, Berlino, 1842; Malthiessen, Grundzùge der nntiken und modemen Algebra der litteralen Gleichungen, Lipsia, 1878. Nessuna traccia nei manoscritti fin qui editi di Leonardo ho potuta rinvenire dell'opera di Prosdocimo de' Beldomandi di Padova (cfr. Fa taro, Intorno alla vita e alle opere di Prosdocimo de Beldomandi, in Bol- lettino di bibliografia e di storia delle sciente matematiche e fisiche, Roma, 187P, voi. XII, pp. 1 8gg., 115 sgg.), così importante per Io svolgimento dell'algebra. Prosdocimi de Beldaniandis Algorismi tractatus perutilis et necessarius foeliciter incipit, qui de generibus calculationum speciem pre- terii nullam quam saltem necessaria ad huius artis cognitionem fuerat, [in fine] Algorismus. Prosdocimi de beldomandi, una cum minuciis lohan- nes de liveriis hic felicitar finit. Impressus Padue 1483 die 22 februarii. Volentibus alium modum operandi in hanc arte qvuim. istum, studeant se exercere in algorismo lohannis de sacro busto.

Gtornaìt itorieo. Soffi, n* 10-11. 4

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scritti e se ne ispirano. Le sue dottrine non ebbero minore in- fluenza sui pensatori, che la Scienza positiva preoccupava più della Filosofia e della Teologia ; Biagio da Parma, Cardano, Co- pernico, Guidubaldo dal Monte e Galileo han subita questa in- fluenza, di cui le loro opere portano una traccia riconoscibile. Pur tuttavia, non ostante gli sforzi del Thurot e del Duhem, il nome di Alberto di Sassonia è appena pronunciato oggi nella storia della Filosofia e in quella delle Scienze della natura (1).

Fra i libri manoscritti, cui Leonardo ha affidato giorno per giorno le sue riflessioni, e che son conservati in Francia dalla Biblioteca dell'Istituto, uno dei più importanti è quello segnato con la lettera F. Per una felice e troppo rara circostanza questo manoscritto è datato. In testa al primo foglio si legge questa indicazione, scritta secondo la costante abitudine di Leo- nardo da destra a sinistra: « Goraenciato a Milano addi 12 di « settembre 1508 ».

Il verso della sopracoperta è anch'esso pieno di diverse scrit- ture: vi si vede, fra l'altro, una lista, una specie d'inventario di oggetti appartenenti a Leonardo da Vinci. Questa lista co- mincia con queste parole: «Libri da Venegia ». E vi si trova infatti accanto a degli « specchi concavi » e dei « coltelli di « Boemia », dei titoli di libri o a stampa o manoscritti, quali Vitruvio » « Archimede De centro gravitatis » « Anatomia di « Alessandro Benedetto » « il Dante di Niccolò della Croce ».

È in seguito a questa lista che si decifra questa linea:

« Albertuccio e '1 Marliano de calculalione ».

Con la parola Albertuccio si designa, giusta il costume del XV e XVI secolo, Alberto di Sassonia (Albertutius o Albertuccius) e il libro qui indicato è il Tractatus proportionum, la cui se-

(4) DuHEMf Albert de Saxe et Léonard de Vinci, in Études sur Léonard de Vinci, Paris, 1906, I, p. 3: Ueberwig-Heinze, Grundriss der Geschichtè der Philosophie, Berlin, 1898, voi. II, pp. 310, SII, 312; Thurot, Recherches historiques sur le principe d' Archimede, in Revue Archéologique , nuova serie, Parigi, 1869, t. XIX, p. 119.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 51

conda parte è intitolata Tractatus de pt^oportione velocitatum in motibus analogamente al libro di Giovanni Marliani (1).

Che Leonardo abbia conosciuto il Tractatus proportionum risulta certo da un passo del Manoscritto / e da confronti rela- tivi, che ne discendono, fondati sul vecchio assioma peripatetico che la velocità di un mobile è proporzionale alla forza che muove questo mobile, contro il quale il Vinci scrisse una delle sue pa- gine più meravigliose e sensate.

Leonardo. Albbrtuccio.

De moto. Dicie Alberto di Sassonia Tertia conclusio est quod si poten-

nel suo Di proporzione che se una tia moventis ad suum mobile fuerit

potentia move un mobile in certa proportio dupla, eadem potentia mo-

velocità che moverà la metà d' esso vebit medietatem moti precise in

mobile in doppio velocie, la qual cosa daplo velocius (3). a me non pare (2).

Ed ecco nel Manoscritto F interi passi calcati sul Tractatus

proportionum.

(1) Logica Albertucii perutilis. Logica excellentissimi sacrae theologiae professoris maestri Alberti de Saxonin, ordinis Eremitarum divi Augu- stini, per Mayistrum Aurelium Sanutum Venetum, Venetiis, MDXXIl;8ul qual libro vedi Prantl, Geschichte der Logxh m Abendlande, voi. IV, pp. 60 sgg. Cfr. Pacioli, Snmma de aritmetica, Venezia, 1474, e. 76", 68. Albertutius àcora de Saxonia profondo filosofo e sacro doctore de lordine «nostro seraphico: trattato particulare còpose de la proportione, el qual « molto per le scole ala tempesta nostra se riuolta ».

(2) Leonardo, Manoscritto I, f. 120 recto.

(3j Alberto di Sassonia, Tractatus proportionum Venetiis, mandato et

expensis nobilts viri domini Octaviani Scott civis Modotientis 1496 quarto hai. Decembri per Bonetum Localellum Bergomensem, f. 51 verso. Sa quest'opera vedi F. Iacoli, Intorno ad un comento di Benedetto Vettori, me- dico faentino, al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, in Boll. de Bibliografia e di Storca delle scienze matematiche e fisiche, Roma, 1871, voi. IV, pp. 493 sgg.; Baldassarre Boncompagni, Intorno al Tractatus pro- portionum di Alberto di Sassonia, ivi pp. 498 sgg., che enumera tutte le edizioni di questo trattato come quelle di Padova del 1482 e 1484, di Ve- nezia del 1494, 1496 e 1497, ecc.

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l" Se una potentia move un corpo un alquanto spazio, la medesima po- tentia moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due volte quello spatio.

Overo la medesima virtù moverà la metà di quel corpo per tutto quello spatio nella metà di quel tempo.

A. Over la medesima virtù mo- verà la metà di quel corpo per tutto quello spatìo nella metà di quel tempo.

H E la metà di tal virtù moverà la metà di quel corpo tutto quello spatio nel medesimo tempo.

5' H E quella virtù moverà due volte quel mobile per tutto quello spatio in due volte quel tempo, e mille volte tal mobile in mille tanti tempi tutto esso spazio (1).

E. SOLMI

Prima conclusio : si a potentia mo- tiva moveret b mobile aliquod spa-

tium, movebit medietatem ejus in duplo velocius.

Quinta conclusio: si fuerit aliqua potentia quae moveat aliquod mobile aliqua velocitate ad quod sit in pro- portione dupla, medìetas motoris mo- vebit medietatem mobilis equali ve- locitate (2).

Tali passi si riscontrano anche nel De velocitate motuum F. Alberti de Sassonia opus redactum in epiiomen a F. Isi- doro de Isolanis ord. praed. Mediolani. MCDLXXXII, e forse di qui li attinse direttamente Leonardo.

Non meno evidenti e sicuri sono i riavvicinamenti che si pos- sono fare fra i Manoscritti vinciani e le Questiones in Aristotelis libros de coelo et mundo di Alberto di Sassonia, anzi, secondo il Duhem, con pale.se esagerazione, tutto il Manoscritto F sarebbe stato ispirato dall'opera del vecchio professore della Sorbona.

Senza accennare le particolari concordanze, che si potrebbero porre in rilievo, mi fermerò a riferire i passi di Albertuccio e del Vinci relativi alle macchie lunari, passi, che, oltre a Leo- nardo, ha dovuti tener presenti anche Dante nel redigere il suo secondo canto del Paradiso, come appare manifesto.

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 26 recto e f. 51 verso.

(2) Alberto di Sassonia, Tractatus proportionum, i. 51 verso.

LE FONTI ni LEONARDO DA VINCI

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Leonardo.

Alcuni dissero levarsi da essa va- pori a modo di nugoli, e interporsi in fra la luna e li occhi nostri, il che, se cosi fussi, mai tal macule sarebbon stabili, di sito, di figura, e vedendo la luna in diversi aspetti, ancor che tal macule non fiissin variate esse muterebbero fi- gura, come fa quella cosa che si vede per più versi (1).

Altri dissero che la luna era com- posta di parti più o men trasparenti, come se una parte fussi a modo d'a- labastro e alcuna altra a modo di cristallo 0 vetro, che ne seguirebbe che '1 sole , ferendo coi sua raggi nella parte men trasparente, il lume rimarrebbe in superfìcie, e così la parte più densa resterebbe allumi- nata e la parte transparente mostre- rebbe le ombre delle profondità sue oscure, e così si compone la qualità della luna. E questa opinione è pia- ciuta a molti filosofi e massime ad Aristotile (3).

Altri dicono che la superfìzie della luna essendo tersa e pulita, che essa a similitudine di specchio, riceve in la similitudine della terra. Questa opinione é falsa, conciosiaché la terra scoperta dall'acqua per diversi aspetti ha diverse figure, adunque quando

Albertoccio.

De primo erat una opinio quod causa macule apparentis in luna est vapor eleuatus ab ipsa luna inter- positus inter nos et lunam, per quem nobis obumbratur aliqua pars lune

Sed ista opinio non valet. Primo quia exalationes et vapores non uni- formiter attrahuntur omni tempore et in consimili figura, sed valde dif- formiter,et tamen illae maculae appa- rent semper vniformes et eiusdem figurae (2).

De secundo est tertia opinio scilicet commenta toris (A verroé),quam reputo esse veram, quod lalis macula peruenit ex diuersitate partium lune secundum raritatem et dempsitatem maiorem et minorem. Nam partes in quibus apparet macula sunt rariores et ideo minus bene possunt lucere. Partes autem iuxta illas sunt dempsiores et ideo magia possunt lucere. Patet Iioc in simili de alabastro (4).

Secunda opinio erat quod illa ma- cula non est aliud quam imago repre- sentativa aliquorum corporum hic inferius, sicut terre, vel montium vel aliquorum huiusmodi, quae quidem corpora videntur in luna ad modum ad quem possumus videre corpora in speculo reflese. Et hoc ideo, quia

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 verso. Cfr. 52 verso.

(2) Alberto di Sas5')Nia, Quaestiones in librum II, quaestio XVIIL

(3) Cfr. Leonardo, Manoscritto F, f. 56 verso.

(4) Alberto di Sassonia, Quaestiones in librum II, quaestio XVI.

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E. SOLMI

tal luna è all'oriente, ella specchie- rebbe altre macchie che qnando essa ci è di sopra, o qnando essa è in occidente (1).

sicut dixit illa opinio luna est corpus politura tersum et speculare. Sed illud non valet, nam oporteret quod ad mo- tum lune talis imago apparerei in alia et in alia parte lune, ecc. Sed consequens est falsum (2).

Passi di Alberto di Sassonia, che evidentemente ispirarono Leonardo, son anche quelli sulle cosi dette figure mondane o platoniche de' poliedri regolari :

Leonardo. Dicono la terra essere tetracedo- nica cioè corpo di 6 base, e questo provano dicendo non essere infra corpi regulari corpo di men movi- mento, né più stabile che '1 cubo. E al foco attribuirono il thetracedron cioè corpo piramidale, la quale è più mobile (secondo questi filosofi) che non è la terra, però attribuirono essa piramide al foco e "1 cubo alla terra (3).

Albertuccio. Quantum ad primum sciendum est, quod f-rat opinio antiquorum, quod corpora simplicia, sicut celum et eie- menta determinarent sibi figuram a natura, unde considerauerunt quod corpora mathematica regularia sunt 5 et non plura scilicet : thetracedron, exacedron, octocedron, duodocedron et icocedron. Et quia etiam corpora simplicia naturaliter sunt 5 et non plura, scilicit quatuor elementa et quintaes8entia,credideruntquod quod- libet istorum corporum simplicium determinaret sibi unam illarum figu- rarum regularium. Undedixerunt ter- ram esse corpus exacedron seu corpus cubice figure: seu corpus sex super- ficierum regularium. Et hoc ideo, quia corpus cubicum seu exacedrum est magis fixum et immobile et mi- nus aptus ad motura. Et quia sic est de terra, ideo attribuerunt terre figu- ram cubicam seu figuram exacedron.

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 54 recto, 70 recto.

(2) Alberto di S.ìssonia, Questiones in librum li, quaestio XXV; in li- brum II, quaestio X.

(3) LeOìNardo, Manoscritto F, f. 27 recto e verso.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 55

DixeruDt autem aquam esse corpus icocedron seu corpus ex duabus super- ficibus regularibus ecc. . . . Lib. III. Quaestio ultima (1).

La comparazione di questi testi non potrebbe lasciare posto al dubbio: quando Leonardo scriveva le sue riflessioni stava leg- gendo la discussione di Alberto di Sassonia sullo stesso soggetto. Egli leggeva, è evidente, come può leggere un uomo di genio, che ben raramente si rassegna a seguire servilmente il pensiero altrui; alle obiezioni che Albertuccio aveva dirizzate a certe ipo- tesi, il Vinci ne aveva aggiunte o sostituite delle proprie (2).

Il massimo della evidenza, per i rapporti fra i due scrittori, si ha da questo confronto:

LkONARDO. ALBERTUCaO.

Del mondo. Onni graue attende al Omne grave tendit deorsum nec

basso e le cose alte non restano in perpetuo potest sic sursum sustineri, loro altezza, ma col tempo tutte di- quare iam totalis terra esset sphae- scenderanno , e così col tempo il rica et undique aquis cooperta (4). mondo resterà sperico e per conse- guenza fia tutto coperto dall'acqua.

Omne graue tendit deorsum nec perpetuo potest susteneri, quare iam totalis terra esset facta sperica (3).

Leonardo, come ha dimostrato il Duhera, si inspira ancora alle Quaestiones d'Alberto di Sassonia, ma sempre con la stessa originale libertà, quando discute tal questione sollevata dai Pi- tagorici e dai Platonici : i movimenti delle sfere celesti produ-

(1) Alberto di Sassonia, Qwiestiones in lihrum III , quaestio XIII et ultima.

(2) DuHBM, Albert de Saxe et Léonard de Vinci, pp. 22 sgg.

(3) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 recto, 84 verso e 85 recto.

(4) .\lbebto di Sassonia, Quaestiones in libros de Coelo et Mundo, in libriim Jf, quaestio XXIV.

56 E. SOLMI

cono un suono? L'influenza dei ragionamenti del dottore della Sorbona si riconosce, ma, al solito, profondamente modificata, anche dove il Vinci distingue nei corpi di figura non uniformi il centro di grandezza dal centro della gravità accidentale e na- turale, ma i passi da noi citati dimostrano già all'evidenza come sia stata potente l'eflìcacia di Albertuccio sui manoscritti vin- ciani.

Alla domanda se il Vinci conosca anche le Quaestiones super odo Libros physicorum Aristolelis di Alberto di Sassonia, noi ri- spondiamo di no, senza esitare ; infatti di tale opera nessuna traccia ci è stato dato di rinvenire, nelle pagine vergate dal pugno di .Leonardo.

Il Traclatus proporlionum e le Quaestiones in libros de coelo et mundo si devono ritenere due fonti capitali delle teorie vinciane : ma l'artista fiorentino non le ha studiate, da lettore desideroso di penetrare compiutamente nel pensiero d'un autore e di assimilarselo : le ha studiate con un senso critico sempre desto, con un'imaginazione sempre pronta a edificare delle nuove ipotesi, con grande abilità di geometra e talento di osservatore profondo. Nei suoi In libros Arislotelis meteorologices commen- tarla Agostino Nifo dichiara che le Quaestiones super quatuor libros meteororum, che sono state pubblicate sotto il nome di Timone figlio dell'Ebreo sono di Albertuccio, cioè di Alberto di Sassonia: « Albertillus, cuius quaestiones sunt editae sub nomine « Thimonis judaei » (1). A questo libro dell'Ebreo, secondo il Duhem, Leonardo avrebbe attinte le sue opinioni sull'iride, sul flusso, sull'origine delle sorgenti sotterranee e sul fatto del trovarsi l'acqua sui monti. Saremmo stati ben lieti di poter aggiungere anche questa fonte alle altre dei Manoscritti vinciani, ma, per il silenzio dello Artista e per l'arbitrarietà dei riavvicina- menti istituiti dal Duhem, sentiamo, in coscienza, il dovere

(1) Nifo, In libros Aristotelis meteorologices commenlaria , Venetiis, MDXL, fol. 14, col. e.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 57

di respingere qualunque rapporto fra quest'opera e i codici qui esaminati. Se si ammettesse, fondati su simili prove, che tal libro fu fonte di Leonardo, non sappiamo più quali opere antiche o medievali, ad ogual ragione, non si dovessero segnalare come solvente dei Manoscritti (1).

XI.

Alessandro de Villa Dei (Gallo). Fra i lihri posseduti da Leonardo il Codice Atlantico indica un « Doctrinale * (2). Trat- tavasi, senza dubbio, della grammatica latina in versi barbari di Ale.<«sandro de Villa Dei (Gallus), che fu uno degli scritti scola- stici che ebbe maggior numero di edizioni nei principi dell'arte tipografica : Alexander Gallus, Doctrinale, s. 1. n. d. (Tarvisii 1472, Mantue 1475, Parmae 1478 e 1486, per non citare che alcune delle più antiche edizioni). Tal grammatica non è in fondo che una parafrasi, mal fatta, di Prisciano, sotto quattro divisioni fondamentali : I de elhimologia, II de diasyntetica; III de orthographia, IV de prosodia.

XII.

Aliprandi Vincenzo. Nell'ansia di lej^ere le osservazioni ed i commenti sull'Architettura di Vitruvio, Leonardo da "Vinci si

(1) DuHEM, Ètudes sur Léonard de Vinci, p. 159 sgg . Un belPeserapio del metodo del Duhem si ha a p. 181, dove un passo in cui Leonardo dice: « e tu che tale invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale che tu « mancherai tali simili opinioni, del quale tu ha' fatto grande ammuni- « zione insieme col capitale del frutto, che tu possiedi », è tradotto: A « toi qui as trouvé une telle invention, il revient d'apprendre de nouveau par l'observation de la nature, car tu te trouveras bientòt pris de court avec toutes les opinions dont tu as fait grande provision en lisant le fonds « du frère, dont tu es possesseur ». Di dove sia saltato fuori quel « frate » non si capisce. Leonardo scrive frutto», non e frate » ! (Manoscritto F, i. 74 verso). Il Duhem, ben lungi dal correggere il Ravaisson, ingrossa lo sproposito commentando : « la lecture des livres qu' il tient de fra Bernar- « dino » 1

(2; Leon.\rdo, Codice Atlantico, f. 210 «doctrinale».

58 E. SOLMI

rivolge a Vincenzo Aliprandi, di nobile e ricca famiglia milanese: « Messer Vincenzo Aliprandi all'osferia dell'Orso ha il Ve- « truvio di Giacomo Andrea » (1).

Nessuno degli scrittori milanesi rammenta questo dotto protet- tore delle lettere e segretario del Moro; non sarà quindi inutile ricordare che il suo nome appare in una splendida edizione di Isocrate, che la Biblioteca Comunale di Mantova ha il pregio di possedere. Isocratis opera (graece) in fine Liber^ Me Iso- Gratis Deo adjuvante perfectus est Mediolani, emendaius a Demetrio Chalcondyla, iypis vero expressus et editus ab Hen- rico Germano et Sebastiano de Poniremulo. Sumptus fecerunt Bartolomaeus Scyasus, Vincentius Aliprandus, Bartolomaeus Rozonus, scribae illustrissimi Ducis Mediolanensis , anno a Christo nato Millesimo quadrinpentesimo nonagesimo iertio. Januarii die vigesim,a quarta in fol. piccolissimo, prima edizione.

Xlll.

Alkendi 0 Kendi (Abu JoufFouf Ibn Jhak Ibn Assabah) « Le « proportioni d' Alchino colle considerazioni del Marliano da « messer Fazio » (2) porta il Codice Atlantico, e questa nota ci palesa che il Vinci si rivolgeva in Milano a Fazio Cardano, padre di Girolamo, per leggere e meditare una delle innumerevoli dis- sertazioni di Alkendi, molte, disgraziamente, smarrite (3). Al- chendi, soprannominato dagli Arabi il filosofo per eccellenza, era uscito dall'illustre famiglia di Kenda, e contava fra i suoi ante- nati dei principi di diverse contrade dell'Arabia. Egli, che aveva

(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 109 verso. Cfr. le parole Giacomo An- Hrea di Ferrara e Vitruvio.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto.

(3> Veggan.si enumerate in Gasiri, Arabica philosophorum bibliotheca, Madrid, 1760-1770, I, p. 353; G. Flùgel, Alhindi, genannt der « Philosoph « der Araber », ein Vorbild seiner Zeit und seines Volhes, Leipzig, 1857, pp. 20-35.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 50

fatti i suoi studi a Bassora e a Bagdad, si rese celebre con un numero prodigioso di opere sulla filosofia, le matematiche, l'a- stronomia, la medicina, la politica, la musica, ecc. ; possedeva, si dice, le scienze dei Greci, dei Persiani e degli Indiani, e fu uno di coloro che Al-Mamoun incaricò della traduzione delle opere di Aristotile e di altri autori greci, ciò che fa supporre fosse versato nel greco e nel siriaco.

In Milano nel secolo XV e XVI, nel circolo di intellettuali, cui appartennero Leonardo, Giovanni Marliani e Fazio, Alkendi esercitò una vera signoria. Girolamo Cardano, memore di questi entusiasmi, pone nel suo de Suhtilitate Alkendi al decimo posto fra le dodici menti più sottili, che fossero state al mondo dalle origini al secolo XVI, e afferma che nulla vi ha di più ingegnoso e di più sublime del suo LibeUum sex qtcaniitatum (i).

E Leonardo si riferisce appunto a quest'opera, la più nota fra le duecentosessantacinque dell'arabo, e conosciuta anche sotto il nome di brattato delle proporzioni. Quivi l'autore tentava di provare che « non si può comprendere la filosofia senza la co- « noscenza delle matematiche », ed esponeva una serie di con- siderazioni aritmetiche di considerevole valore (2).

Questo trattato non fu edito. Prima della morte del Vinci fu edito solo VAstrorum indicem Alchendus et Saphar de pluviis, imbribus et ventis oc aeris mutatione (Venetiis 1507) e dopo la morte di quello il De rei^m gradihus (Argent. 1531) e il Z)e medicinaì^m compositaì'um gradibtis investigandi libeUics ( Ve- netus, 1584).

(1) Cardani, Opera omnia, Londra, 1663, voi. I al cap. XVI del De sub- tilitate. Cfr. anche Brucrer, Historia critica philosophiae, Leipzig, 1743, voi. II!, pp. 63-69; Wùstenfeld, Geschichte der arab. Aerzte und Nattir- forscher, Gòttingen, 1840, pp. 21 sgg.

(2) ScHMÒLDBRS, Essai sur les ècoles philosophiques chez les Arabes, Paris, 1842, pp. 131 sgg.: Hauréau, Hisloire de la philosophie scohistique, Paris, 1872, I, pp. .363 sgg.: Mu.nk, Mélanges de philosophie juice et arabe, renfermnnt des extraits méthodiques de la source de vie de Salomon Ibn Oebirol, Aoicebron eie, des notices sur les principauxs philosophes arabes et leurs doctrines, Paris, 1859, pp. 339-341.

60 E. SOLMI

XIV.

Andrea da Imola. Motore efficace ai nuovi concetti astronomici e geografici del Vinci furono le discussioni con Andrea da Imola, ricordato da Leonardo a proposito del quesito se lo splendore della luna deriva dalle parti solide o dalle parti liquide dell'astro. « Tutte le contraddizioni dell'avversario a dir che nella luna non « è acqua. Risposta a maestro Andrea da Imola che disse come « li razzi solari, riflessi dal corpo dello specchio convesso, si con- « fondono e si consumano in breve spazio, e che per questo si « negava al tutto la parte luminosa della luna non esser di natura « di specchio, e per conseguenza non essere nata tale luna dalla « innumerabile moltitudine delle onde di quel mare, il quale io « proponevo essere quella parte della luna, che s'illuminava per « li razzi solari: o p sia il corpo del sole, e n s sia la luna, b sia « l'occhio, che in su la base cn del cateto cn m vede specchiare « il corpo «lei sole infra li eguali angoli e n, il simile fa remo- « vendosi l'occhio da b in a » (1).

Chi è questa nuova fonte di Leonardo? Non Pier Andrea Mor- siano da Imola, che pubblicò nel 1482 in Bologna V Anatomia di Mondino de' Luzzi, perchè sarebbe assai difficile poter spie- gare l'incontro dell'artista col medico anteriormente al 25 marzo del 1501 (2), giorno nel quale il Morsiano fu, secondo i docu- menti, assassinato (3). reputo più probabile che si tratti di Andrea Cattaneo che dal 1506 al 1520 lesse nell'università di Bologna filosofia, poi medicina ordinaria (4), e tantomeno Andrea

(1) Leonardo, Manoscritto di Leicester, f. 36 verso e 1 verso. Gfr. Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, II, nn' 900-901.

(2) R. Galt.i, / manoscritti e gli incunaboli della Biblioteca Comunale d'Imola, Imola, 1894, p. 63. « Hec Anothomia fuit emendata ab Esimio ar- tium et medicine doctore d. Magistro Pietro Andrea Moriano de Ymola < in almo studio Bononie cyrurgia legenti ».

(3) L. Angeli, Sulla vita e sugli scritti di alcuni m.edici imolesi, me- morie storiche, Imola, 1808, p. 85.

(4) L. Angeli, Op. cit., pp. 96-97.

LE FONT! DI LEONARDO DA VINCI 61

Ferri, nato circa nel 1470, professore in Bologna dal 1507 al 1518, poi gonfaloniere in Imola dal 1518 al 1545, « philosophus et me- « dicus multiplici doctrina praeclarus » (1).

Si tratta qui senza dubbio di quell'Andrea Mainarmi da Imola, che, sui primi del secolo XVI, pubblicava in Milano un Discorso sulla milizia, che fu edito c>n altri scritti di autori classici.

XV.

Anonimo. Quando il nostro Ministero della P. I. acquistò parte della libreria appartenente a Lord Ashburnham e già posseduta, in origine, da Guglielmo Libri, fu detto pomposamente che sarebbero « rientrati in Italia molti manoscritti di Leonardo da Vinci ». E veramente fra i codici ashburnhamiani eravi il delizioso libretto segnato Ash 2 n* 2038, che in 68 pagine grandi, di fitta calligrafia, contiene i principali capitoli del Trattato della Pittura, ed una folla di note, che hanno un'importanza generale e teorica, par- ticolare e pratica, sulla scienza e sull'arte. Eravi anche un altro libretto di minor mole, di 26 pagine, con gran numero di schizzi e disogni, di caricature, di armi ed ordigni, di chiese e di na- vigli. Ne l'uno l'altro di questi manoscritti rientrò in Italia. Il governo francese, più abile del nostro, per mezzo di Leopoldo Delisle, arricchì la Bibliothèque notionale dei preziosi cimeli, e noi dovemmo accontentarci di qualche copia, senza valore, del Trattalo della pittura, e di un codice di Anonimo con poche e poco importanti postille marginali di Leonardo da Vinci (2).

Questo codice, già appartenuto all'artista, è l'unico che pos- sediamo fra i molti, che dovevan far parte della sua libreria, ed è un Trattato di architettura civile e militare, che invano si è

(1) L. Angeli, Op. cit., pp. 110-114. Cfr. L. Angeli, Memorie biografiche, Imola, 1828, pp. 222-225.

(2) Bibl. Mediceo-Laurensiana, Codici Ashburnham, n* 361.

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cercato di attribuire a Francesco di Giorgio Martini ed a Leon Battista Alberti.

I caratteri vi sono in nitida e bella calligrafia, le figure, assai accurate, vi son fatte da quel medesimo che il testo ; vi si dis- corre delle armi di difesa e di offesa, del fabbricare le fortezze ed i castelli, delle città marine e dei fiumi, con definizioni e prin- cipi, che son per lo più agli antipodi di quelli adottati da Leo- nardo. « In prima he da sapere che ponto he quella parte dela < quale he nulla. Linea he lunghezza senza ampiezza e li sui « termini son duo ponti ecc. ». Vi si discorre ancora della ori- gine e ragione delle colonne prime ; delle misure e proporzioni del corpo umano; dei quadrati iscritti e circoscritti nel cerchio; di una « fonte attermine », in cui s'impiega abilmente l'azione dell'aria ; di macchine fatte mediante viti e pesi, ruote e corde ; e la palla che esce dalla bombarda vi è disegnata facente un retto percorso (1).

Leonardo ha posseduto questo codice, lo ha letto e postillato, tuttavia è da notar.si, che le postille che vi si trovano non han nulla a che fare col testo: sembra quasi che l'artista non avendo modo migliore di segnare i propri pensieri, li abbia scritti sul codice, che in quel tempo aveva presso di sé, e forse stava con- sultando e meditando (2).

(1) Bibl. cit., Codice 361, f. 1 sgg., 27 verso, 13 recto e verso, 15 verso, 32, 41, 44.

(2) Le note marginali che Leonardo vi ha apposto sono le seguenti : f. 13 verso. El chilindro e un chorpo di figura cholonnale, elle sue opposite fronti son due cierchi d'interpositione parallela, e in fra li lor cientri (e in fra li lor cientri) s'asstende una linea pare, che passa per il mezzo della grossezza Del chilindro, Ettermina nelli cientri dessi cierchi, la quale linia è (di) detta linia cientrale e dalli antichi è detta assis, f. 15 verso. Il modello debbe esser facto chon bussto di ciera. Nothomie, f. 25 recto. De onda. Londa (delle) del mare senpre ruina dinanti alla sua basa, ecquella parte del cholmo, che si troverà più bassa che prima era più alta sarà più bassa (con una figura), f. 27 verso. Del punto naturale. Il minore punto naturale e magiore di tutti i punti (naturali) matematici ecquesto si pruova perchè il punto naturale ecquantità chontinua e ogni continuo è divisibile in infinito e il punto ma-

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 63

XVI.

Archimede. Sebbene airoccasione non ne risparmi la critica, Leonardo, in generale, crede che Archimede, fra tutti i primitivi inventori, sia quello che merita il più alto posto, sia per la fe- condità dei suoi ritrovati, sia per la profondità delle sue inve- stigazioni matematiche. Il Vinci non solo ne ricerca le opere, ma raccoglie con religione le tradizioni sulla vita del grande siracusano.

Diodoro Siculo racconta che Archimede aveva inventata una macchina per dirigere le acque del Nilo sui terreni, dove l'in- nondazione non poteva arrivare (1) ; e perchè da un altro passo dello stesso autore si vede che gli Spagnuoli si servivano d'una macchina analoga per estrar l'acqua che riempiva le mine (2), si è potuto erroneamente credere che Archimede non ha soltanto viag- giato in Egitto, ma che anche è stato nella Spagna (3). A conferma di questa supposizione si può citare un passo di Leonardo: « Ho ri- trovato, scrive questi, nelle St07'ie delti Spagnuoli come nelle « guerre da loro avute colli Inghilesi fu Archimede siracusano, « il quale in quel tempo dimorava in compagnia di Ecliderides, « re de' Girodastri ; il quale, nella pugnia marittima, ordinò che « i navilì fussino co' lunghi arbori, e, sopra di lor gaggie collocò

tematicho be indivisibile perchè non e quantità, f. 27 verso. Oefinitione dalli angholi. Praticha geometricha, f. 32 recto. Ogni superfitie quadrabile chol soprapporsi in parte luna allaltra è anchora quadrabile chol torre da un lato arrendere dall'altro ed etiam col moto, f. 41 recto. Dellaria nel vaso, f. 44 verso. De chorda appeso. Della resistentia della chorda. Il cientro d'ogni gra- vità sospesa essotto il cientro del contatto che lui a chol suo sosstentachulo. Cfr. anche Mancini, Di un Codice con alcuni Ricordi autografi di Leo- nardo da Vinci, Firenze, 1885.

(1) DiODORo Siculo, BibUotfiecae historicae libri XV reliqui. graece et latine. RecensuU P. Wesselingius, qui doctorum virorum et suas adnota- tiones adiecit, .\mstelodarQÌ, 1746, voi. I, pp. 40 e 360.

(2) DioDORO Siculo, Op. cit., p. 360.

(3) LiBBi, Histoire des sciences mathèmatiques, Paris, 1838, voi. 1, p. 37.

64 E. SOLMI

« una antennetta «li lunghezza di quaranta pie, e V3 di gros- « sezza. No l'una stremità era una ancora picciola, ne l'altra un «contrappeso; a l'ancora era appiccato 12 piedi di catena, al «nascimento della gaggia, ch'era attaccata con una cordella; da « esso nascimento n'andava in basso, insino al nascimento dell'al- « bero, dov'era collocato un argano fortissimo, e era fermo il « nascimento d'essa corda. Ma per tornare all'uffìzio d'essa mac- « china dico, che sotto a detta ancora era uno foco, il quale con « sommo strepito gittava in basso i sua razzi e pioggia di pegola « infocata, li quali piovendo sopra alla gaggia costringevano li « omini, che erano, a abbandonare detta gaggia ; onde calato « l'ancora (colle acute...) quella cavava ai labri della gaggia, e « subito era tagliata la corda, posta al nascimento delia gaggia « a sostenere quella corda ch'andava dall'ancora all'argano, e « tirando il navilio... » (1).

La più grande invenzione del Siracusano è tuttavia, secondo Leonardo, l'architronito : « Architronito è una machina di fine « rame, invenzione di Archimede, e gitta ballotte di ferro con « grande strepito e furore ; e usasi in questo modo : la terza « parte dello strumento istà infra gran quantità di foco di car- « bone, e quando sarà bene da quelli infocata, serra la vite d, ch'è «sopra al vaso dell'acqua ab e, e nel serrare di sopra la vite, « e' si distopperà di sotto, e caduta la sua acqua discenderà nella « parte infocata dello strumento, e li subito si convertirà in tanto « fumo, che parirà maraviglia, e massime a vedere la furia e san «tire lo strepito; questa cacciava una ballotta, che pesava uno

(1) Leonardo, Manoscritto 2038, i. 12 verso. È diffìcile precisare la fonte di questo frammento, tuttavia qualche tratto può ravvicinarsi alla descrizione di una nave meravigliosa di Archimede fatta da Ateneo, Dipnosophistarum libri XV graece et latine, cum Jac. Dalechampii latina versione; annot. et emendat. Js. Casauboni recensionem adornata. Lugduni, 1617, p. 206. xpiùiv ioTuiv ÙTTopxóvTUJv il. éKdOTOv Kepatai XiGoqpópoi èEripxiivTO 6uo, èS iDv QpuaYée; xe-Kaì ttXivGoi noXipou irpòc; toù<; èiriTieeMévouc; r|q)(evTO, ecc. Parlando delle ancore è notevole questo parti(folare : òuax^P'I»^ ^^ ó '"PiJ^TO^ eùpéOri èv Tóìc; òpeoi Tf\c, ppcxTavi'ac; uitò ouPUjtou àvbpói;. Gfr. edizione Kaibel, I, 462.

LE FONTI DI LEONARDO DA VI.VCI 65

« talento, stadi 6 [...]. Carbone - acqua. Come si porta in campo « li arcbitronitri » (1).

Se gli antichi onorarono quest'uomo fecero bene : « Chi avessi « trovata l'ultima valetitudine della bombarda, in tutte sue va- « lieta, e presentato tale segreto alti Romani, con qual prestezza, « osserva il Vinci, avrebbero conquistata ogni terra e superato

< ogni esercito! E qual premio era che potessi equipararsi a

^ tanto benefìzio? Archimede, ancora che lui avesse grandemente « danneggiati li Romani alla spugnazione di Siragusa, non li fu « mai mancata l'offerta di grandissimi premi da essi Romani; e « nella presa di Siragusa fu cercato diligentemente d'esso Ar- « chimede, e, trovato morto, ne fu fatto maggior lamentazione nel « senato e popolo Romano, che s'egli avessino perso tutto il loro « esercito, e non mancarono d'onorarlo di sepoltura e di statua, « della quale fu capo Marco Marcello. E dopo la seconda ruina « di Siragusa fu ritrovata da Catone (sic) la sepoltura d'esso Ar- « chimede nelle ruine d'un tempio, onde Catone fecie rifare il « tempio e la sepoltura onoratissima, e di questo si scrive avere « detto Catone non si gloriar di nessuna cosa tanto, quanto d'a- « vere onorato esso Archimede d'esso ornamento » (2).

Senza dubbio nella antichità e nel medioevo Archimede fu reputato il primo de' matematici, ma il miglior tributo reso alla sua fama è che quegli scrittori, che più altamente ne celebra-

(1) Leonardo, Manoscritto B, f. 33 recto. Sulle ballate di Archimede con- frontisi ciò che dice Poubio, Historiarum libri qui super sunt,grece et latine, Js. Casaubono: Jac. Gronovius recensuit, oc variorum et suas notas adjecit: acceda Aeneae vetustissimi tactici commentariolus de toleranda obsidione, Amstelodami, 1670, pp. 718 sgg.

(2) RicHTKR, The literary Works of Leonardo da Vìnci, II, n. 1476. Leonardo, British Museum, f. 279 verso. Leonardo confonde qui evidente- mente Catone con Cicerone, al qual ultimo si deve il rinvenimento del sepolcro di Archimede. Cfr. Tusculannrum quaestionum libri V. Romae per magi- strum Ulricum Han de Wienna, 1469, lib. V, § 23. Sul dolore di Marco Marcello e del popolo romano vedi Firmico Materno juniore, Matheseos libri VII, Venetiis, Simon Papiensis, 1497, lib. VI, cap. Ili, che è la fonte di Leonardo.

GiomaU iiorieo, Sappi, n* 10-11. 5

66 E. SOLMI

rono l'opera e l'abilità, furono essi stessi gli uomini più eminenti della loro generazione. Leonardo, con l'ammirazione e con lo studio delle opere del Siracusano, rinnova la tradizione archi- medea in Italia, che continuò, subito dopo di lui, con Francesco Maurolico, Niccolò Tartaglia, Federico Gommandino, Guidubaldo del Monte, Galileo e Alfonso Borelli (1).

La stima che il Vinci ha di Archimede non gli toglie tuttavia la libertà della critica. « Della quadratura del circulo, e chi « fu il primo, che la trovò a caso. Vetruvio, misurando le « miglia, colle molte intere revolutioni delle rote, che movono i « carri, distese nelli suoi stadi molte linee circunferentiali del « circolo di tali rote. Ma lui le imparò dalli animali motori di « tali carri, ma non conobbe quello essere il mezzo a dare il « quadrato eguale a un circolo, il quale prima per Archimede « Siracusano fu trovato, che la multiplicazione del semidiametro « d'un circolo colla metà della sua circonferenzia facieva un « quadrilatero rettilinio eguale al circolo » (2).

Ma approfondendosi nello studio del Telr^agonismus id est circuii Quadratura per CampanuTn, Archimedem Siracusanum, atque Boelìum mathematica perspicacissime adinuenta. Im- pressum Venetiis per Jean. Bapt. Sessa, 1503 die 28 Augusti, in 4", con fig. in legno, di 32 fogli (3), il Vinci rilevò dei difetti nel

(1) Sulla importanza di Archimede nella storia delle matematiche è da leg- gersi Cantor, Vorlesungen ùber Geschichte der Mathematik, Leipzig, 1891, voi. I, cap. XIV e XV; Gow, History of Greehs Mathematics, Cambridge, 1884, pp. 221, 134 e il nostro Loria, La scienza esatta nell'antica Grecia^ Modena, 1902, lib. V, pp. 62-64. Per la sua fama nel Medio Evo si cfr. Gas- siODORO, Opera, Venetiis, 1729, voi. I, pp. 20 e 105.

(2) Lkonardo, Manoscritto G, f. 95 recto.

(3) Archimede comincia questo lavoro, che è diretto a Dositeo, collo sta- bilire alcune proprietà delle coniche (proposizioni 1-5); poi determina esat- tamente l'area compresa fra una parabola ed una qualsiasi sua corda; una dimostrazione, che riposa sopra un esperimento meccanico preliminare, del rapporto di aree che si bilanciano, quando sono sospese, ai bracci d'una leva (proposizioni 6-17), e finalmente dimostra geometricamente lo stesso ri- sultato (proposizioni 18-24). Cfr. Heiberg, Quaestiones Archimedeae, Copen- hagen, 1879, p. 39.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 67

calcolo della quadratura : < La quadratura del cerchio d'Archi- « mede fu ben detta, e male data. È ben detta, dove lui disse il « cerchio essere eguale a un ortogonio fatto della linea circun- « ferenziale e del semidiametro di un cerchio dato ; ed è male « data dove lui quadra una figura laterata di 96 lati, alla quale « viene a mancare 96 porzioni e spiccate d'essi 96 lati. E questa « in nessun modo è da esser detta quadratura cerchio, ma invero per tali regole è impossibile fare altrimenti ! Archimede « ha data la quadratura d'una figura laterata e non del cerchio; « adunque Archimede non quadrò mai figure di lato curvo, cioè « quadrò il cerchio meno una porzione tanto minima, quanto lo « intelletto possa imaginare, cioè quanto il punto visibile » (1).

Ed in progresso di tempo Leonardo modificò ancora il suo giudizio sulla quadratura del circolo archimedeo. Nei codici inediti di Windsor trovo infatti queste note:

« Quadratura d'Archimenide.

* Archimede ha data la quadratura d'una figura laterata e non « del cerchio.

« Adunque Archimenide non quadrò mai figura di lato curvo.

« E io quadro il cerchio meno una portione tanto minima, quanto lo intelletto possa imaginare, cioè quant'è el punto visibile » (2).

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 85 recto. Questa critica è rivolta al trattato De circuii dimensione (edito per la prima volta nel i503). Quivi, è noto, Archimede dimostra che l'area del circolo è la medesima di quella d'un triangolo rettangolo, i cui lati sieno rispettivamente eguali al raggio a

e alla circonferenza del cerchio, ossia l'area è eguale a -ò" " (2 ir a). Nella seconda proposizione dimostra che ir a*: (2a*) =. 11 : 14 molto approssimati- vamente ; e quindi nella terza proposizione che it è minore di 3 -i- e mag- giore di 3 ^ : teoremi dimostrati tutti geometricamente. Per provare l'ul- tima proposizione egli inscrive in un cerchio e circoscrive ad esso poligoni regolari di novantasei lati, calcola i loro perimetri, ed ammette che la cir- conferenza del cerchio sia compresa fra essi; conduce al risultato

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2017 V'< ^ "^ 46781/»

(2) Leonardo, Notes et dessins sur le thorax et l'abdomen. Coli. Rou- veyre, Paris, 1901, f. 11 verso.

68 E. SOLMI

Il Guldin reputava una delle massime scoperte del Keplero il considerare il cerchio come un poligono di infiniti lati, concetto che poi tanto piacque a Galileo. Archimede aveva già oscura- mente toccato di ciò nel De circuii dimensione, e Leonardo di li aveva appreso quel metodo accomodatissimo ad abbreviare e ridurre alla massima facilità i più ardui teoremi della geometria. « Il cerchio, egli dice quasi a conclusione delle sue discussioni « su Archimede, è un parallelo rettangolo fatto dal quarto del « suo diametro e di tutta la circonferenza sua, o vo' dire della « metà del diametro e della periferia. Come se il cerchio fosse « immaginato essere resoluto in quasi infinite piramidi, le quali, « poi, essendo distese sopra la linea retta, che tocchi la lor base, « e tolto la metà dell'altezza, e fattone un parallelo : sarà con « precisione eguale al cerchio ». (1).

Eccetto le opere sulla quadratura della parabola e sulla di- mensione del circolo, nessun altro scritto di Archimede fu edito sulla fine del secolo XV o sui principi del XVI, ma è certo che Leonardo conosce, oltre il Teiragc/aismus e il Be circuii dimen- sione {2), anche il De lineis spiralibus, il De sphaera et cylindro, il De conoidibus et sphaeroidibus e i minori frammenti di geo- metria piana e solida e di aritmetica. Ai tempi di Leonardo esi- stevano due traduzioni degli scritti di Archimede; quella di Wilhelm von Moerbeek dell'anno 1269, e quella elaborata per incarico di Niccolò V (1446-455) da Jacopo da Cremona. La tra- duzione di Luca Gaurico del 1503 conteneva solo la quadratura della parabola e la misura del circolo (3).

Fra i libri, che manda a prendere da Venezia, Leonardo segna nel manoscritto F : « Archimede de centro gravitatis» (4); si tratta

(1) Leonardo, Manoscritto K, f. 80 recto.

(2) Avverta il lettore che entrambi questi trattati furono editi nel 1503 dal Gaurico nella edizione già citata.

(3) Cfr. Archimede, Opera omnia quae extant (ed. J. L. Heiberg), Leipzig, 1880-1881, voi. ili, pp. VII sgg.

(4) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 69

qui senza dubbio di un codice contenente il sublime trattato Pla- noymin equtponderantium seu de centro gravitatis vel de acqui- ponderantibus, conosciuto senza dubbio da Leonardo, come mo- strano anche le sue proposizioni di meccanica e di statica (1).

L'artista o scienziato universale conobbe anche il De tnsiden- tibus humidoì L'uso ripetutamente fatto dal Vinci del principio idrostatico di Archimede tenderebbe a provarlo, ma un passo del Codice Atlantico ne la certezza assoluta. Quivi il Vinci segna addirittura: « Archimenidis de insìdentibus in humido. « Liber secundus in humido » (2). Lo scritto di Archimede sui galleggianti è contenuto soltanto in latino, non in greco, nella traduzione del Moerbeek del 1269. La sua prima parte fu edita nel 1543 dal Tartaglia in Venezia, e la seconda fu stampata la prima volta soltanto nel 1565. Passi di una traduzione latina medievale esistente ancor nella fine del secolo XVI in Kòln ha trovato il Gurtze. Leonardo si è probabilmente servito, come ha dimostrato Wilhelm Schmidt di Helmstedt, del codice Ottobo- niano 1850, che contiene la traduzione del Moerbeek e la con- clusione : Archimedis de insidentibus in humido liber secundus « explicit ».

È fuor di dubbio che il Vinci ha conosciuta tutta quanta l'opera di Archimede o nella traduzione del Moerbeek o in quella del Cremonese: il Codice Atlantico porta infatti ben due volte « Archimede » (3); il Manoscritto L « Archimede del vescovo di «Padova» (4), poi di nuovo, mentre l'artista si trova al ser-

(1) È il famoso lavoro sulla statica con rifi^uardo speciale all'equilibrìo delle lamine piane e alle proprietà dei loro centri di equilibrio, diviso in due libri e in venticinque proposizioni. Sulla spirale di Archimede cfr. Solmi, Nuovi sttKÌi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, p. 130.

(2) Cfr. Solmi, Nuovi studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, pp. 93-94. Leonardo, Cod. Atlantico, f. 153 verso. Sull'importanza di questa citazione cfr. Schmidt, Zur Textgeschichte der « Ockùmena » des Archi- medes, Leipzig, 1902, pp. 176-177.

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 19 verso. Gfr. Rose, Archimedes im Jahre 1269, in Deutsche Litteratttr, Berlino, 1884, pp. 210-213.

(4) Leonardo, Manoscritto L, f. 94 verso. Gfr. Solmi. Leonardo, p. 137.

70 E. SOI.MI

vizio del Duca Valentino nelle Romagne: «Borges ti farà avere « Archimede del Vescovo di Padova e Vitellezzo quello da il « Borgo a San Sepolcro » (1). « Archimenide, è scritto in fine « nel Codice Atlantico, è intero appresso al fratel di Monsignore « di Santa Giusta in Roma, disse averlo dato al fratello, che sta « in Sardegna ; era prima nella libreria del Duca d'Urbino, fu « tolto al tempo del Duca Valentino » (2).

L'ansia con la quale Leonardo cerca gli scritti archimedei, è una prova evidente delle sue preferenze: l'illetterato da Vinci aveva trovato nell'antico siracusano uno spirito affine al suo, uno dei più possenti geni che nelle matematiche siano mai stati (3).

xvn.

Argiropdlo Giovanni. È notevole il fatto che Leonardo, in una delle pagine vergate nella sua giovanezza, rammenta accanto a Benedetto Aritmetico, a Paolo dal Pozzo Toscanelli, a Carlo Marmocchi, a Francesco Filarete, a ser Benedetto da Cieperello, a Domenico di Michelino e al Calvo degli Alberti, «messer Gio- « vanni Argiropulo » (4), uno dei dotti greci che nel XV secolo

Cfr. anche J. L. Heiberg, JSeiie Studien zu Archimedes, in Abh. z. Gesch. d. Mathem., 1890, pp. 46 sgg.

(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 recto. Cfr. Curtze, Zur Uebersetzung des Archimedes, in Zeischrift fùr Mathem., 1883, p. 12.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 349 recto. Cfr. Schmidt, Zur Text- geschichte der « Ochùmena », p. 177. Il Codice della biblioteca d'Urbino, sul quale vedi il Gior. stor. degli Arch. Toscani, voi. VI, pp. 127-147, VII, pp. 46-55, 130-154 cit., il seguente elenco degli scritti di Archimede: « De sphaera et cylindro. De dimensione circuii. De conoidibiis et sphe- roidibus figuris. De spiralibus lineis. De equiponderantibus. De quadra- tura portionis contenta a linea recta et sectione rectanguli conici. De « arenae numero ». Leonardo senza dubbio si riferiva a tal codice, dove manca il De insidentibus in humido, dal Vinci conosciuto nella traduzione del Moerbeek.

(3) Cfr, Leibnitz, Opera, Ginevra, 1768, voi. VI, tomo V, p. 460.

(4) Leonardo, Codice .Atlantico, f. 12 verso.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 71

contribuirono a diffondere in Italia lo studio della letteratura classica e della filosofia greca, Yegregius peripatetìcae philoso- phiae doctor, il traduttore della Physica e del De coelo di Ari- stotile.

Il Vinci si riferisce probabilmente alla persona, e non all'opera del famoso ellenista ; e poiché il Codice Atlantico ci mostra che qualche rapporto è esistito fra i due, non temo di errare affer- mando che fra i giovani, che nel periodo che corse dal 1456 al 1471 (1) si recarono ad udire il Maestro (e furono, secondo le testimonianze concordi dei contemporanei, innumerevoli), si debba annoverare anche Leonardo, preso ormai dall'amore delle scienze, principalmente quando l'Argiropulo « leggeva le opere di Aristotile « in filosofia naturale, scrive Vespasiano da Bisticci, della quale « egli aveva bonissima notizia ».

Nessuna traccia tuttavia dei Commentari dell'Argiropulo ad Aristotile ho potuto rintracciare nei manoscritti del Vinci (2).

XVIII.

Aristotile. Leonardo da Vinci non fu, poteva esserlo nel secolo in che visse, un anti-aristotelico; pur arrivando in molte questioni particolari a risultati diametralmente opposti a quelli

(1) « 1456. Ioannes Argyrophilus Bizantius, Peripatetìcae Philosophiae do- « ctor egregius, magno salario Florentiam accitus, summa omnium admira- < tione, anno3 XV est professus ». Dal 1471 alla morte (148Ó) l'Argiropulo insegnò in Roma. Cfr. Zippel, Per la biografia dell'Argiropulo, in Giornale storico della letteratura italiana, Torino, 1896, voi. XVIII, pp. 92 sgg.

(2) Cfr. ad esempio nella Biblioteca Laurenziana di Firenze le Praefa- tiones in varios Aristotelis libros, nimirum in Libros Physicorum ad Cosmuiii. Bandini, Catalogus codicum manuscript., II, 645, XXX. Libro- rum Vili Physicorum, cum Epistola nunctipatoria ad Petrum Medicem III, 225, 1, e 3i:5. God. XLVU, §§ 1 e 335. Cod. LXXII. Eonmdem Librorum alia versio cum Epistola nuncupatoria ad Cosmum, Medicem. 242, Cod. VII e 243. God. LXV. Librorum, IV de Coelo, cum Praefatione ad D. Ioannem Pannonium archiepiscopum Strigoniensem, 235 W.

T2 E. SOLMI

dello Stagirita, ammira il Greco come il più grande fra gli in ventori, il genio maggiore che ricordi la storia per il numero e l'estensione delle verità espresse nel dominio della natura, « dal quale nacquero le grammatiche e le scienze » (1).

È necessario subito notare, che Leonardo non si interessò af- fatto alle opere logiche di Aristotile, alle Categorie, ne dW Ermeneia , agli Analitici a priori, agli Analitici a posteriori, agli Elenchi sofìstici o ai Topici, in una parola, a tutto quanto V Organo. I manoscritti restano a perenne testi- monio di questa ignoranza.

I quattordici libri della Metafìsica rimasero egualmente muti per l'intelletto dell'artista. Un passo dei manoscritti, che sembra tratto testualmente dal bel principio della Metafisica:

Naturalmente li uomini buoni de- TTdvTC^ fivSpujTroi tou dòévai òpé- siderano di sapere (2). Yovxai (pvaex (3).

è invece carpito, come vedremo, dal Convivio di Dante.

maggior interesse per Leonardo ebbero gli scritti di Ari- stotile di filosofia pratica o di filosofia, come dice lo Stagirita, delle cose umane. La Grande Etica, la Morale a Nicomaco, la Morale ad Eudemo, il frammento tanto discusso su le virtù e i vizi, la Politica, l'apocrifa Economia, VArte della rettorzca e la Reitorica ad Alessandro, la Poetica attrassero appena lo sguardo del maestro fiorentino. Un passo dei manoscritti, che sembra riferirsi a questa serie di opere, « Aristotile nel terzo « dell'Etica: l'omo è degnio di lode o di vituperio nelle cose che « è in sua potestà di fare o di non fare » (4), vedremo che è carpito esso stesso dal Convivio di Dante testualmente.

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 27 verso.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 119 recto.

(3) Aristotile, Methaphysica recogn. W. Christ, Leipzig, 1886, I. 1.

(4) Leonardo, Codice Atlantico, f. 124 recto. Gfr. Aristotile, Magna mo- ralia recogn. Fr. Susemihil, Lipsia, 1883, p. 183. Ethicorum et politicorum libri, Venetiis, 1496, lib. Ili, cap. I. « Igitur cum virtus circa aftectus et actus

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 73

Le opere fisiche di Aristotile attrassero invece ben presto la curiosità di Leonardo. Fra i libri che nel 1508 il Vinci £a venire da Venezia occupa il primo posto la « Filosofia d'Aristotile » (1), che è senza dubbio il libro Aristotelis de philosophia naturali intetTìrete Georgia Valla, Venetiis per raagistrum Philipiì Vene- tum, 1482. in-fol., di 360 ff.; e continuamente annota < vedi Ari- « stotile de cielo et mundo », « Aristotile III della Fisica », « Vili « della Fisica » (2), ecc., che son probabilmente tutti richiami a^W Aristotelis opera Georgia Valla interprete Venetiis per Gre- goria de Gregoris 1496, in-fol., in un volume di 4 ff. non num. con 408 ff". num. e 1 f. non num. È ovvio osservare che, oltre al trat- tato Del cielo, a quello apocrifo Del mondo ed agli otto libri delle Lezioni Fisiche, Leonardo si interessò anche della Generazione e corruzione, dei Libri meteorologici, del Trattato dell'anima, della Storia degli animali, del Trattato delle parti degli animali, del Trattato del movimento degli animali, del Trattato del modo di andare degli animali, del Trattato della genera- zione degli animali, del Trattato dei colori, dei frammenti di un Trattato di acustica, del Trattato di fisiognomia, del Trattato delle piante, del Trattato della meccanica, dei Pro- blemi, delle Linee insecabili e della Posizione e numero dei venti, frammento d'una grande opera sui segni delle stagioni. I manoscritti serbano la prova sicura che Leonardo non solo ebbe notizia di quei libri, ma anche ricercò quei brevi scritti, che correvan sotto il nome di parva naluy^alia : < De incremento « Nili, scrive Leonardo. Opera d'Aristotile piccola » (3).

Certamente le opere scolastiche eran cosi piene del nome e delle idee di Aristotile, che riuscirebbe malagevole determinare

versetur, ac in bis qaae voluntaria sunt laudes et vitaperationes, in bis « vero quae involuntaria venia et interdum misericordia iocum habent, etc. > (trad. di Leonardo Aretino).

(1) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.

(2) Leonardo, Cod. Atlant., f. 97 verso. Manoscritto F, f. 130 verso, ecc.

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 verso.

74 E. SOJ.MI

ciò che Leonardo deve al Maestro, e quello che deve ai com- mentatori.

Al Maestro il Vinci dovette senza dubbio prima di tutto il carattere enciclopedico del suo sapere, quale si manifesta nei manoscritti. Nessun filosofo prima di Aristotile, dopo di lui, aveva saputo abbracciare, in una teoria una e sistematica, l'insieme delle cose. La magnifica enciclopedia del Greco rac- chiudeva, si può dire, tutto quanto di sostanziale l'intelletto umano aveva pensato fino al XV secolo. L'insegnamento peri- patetico era ancora il meno incompiuto e il meno imperfetto di tutti quanti gli insegnamenti, che si potessero in que' tempi istituire.

Leonardo imparò molto alla scuola di Aristotile. Quand'egli scrive: «Che cosa è la causa del moto. Che cosa è il moto in « se. Che cosa è quella ch'è più atta al moto. Che cosa è im- « peto. Che cosa è la causa dell'impeto e del mezzo ove si crea. « Che cosa è percussione. Che cosa è la sua causa. Che cosa è < resaltatione. Che cosa è la incurvatione del moto retto e « sua causa », egli ricorda subito ciò che ha letto in Aristotile nella sua fisica, e ritorna a compulsare il suo volume.

Quando nel De coelo et mundo di Alberto di Sassonia legge che alcuni per spiegare le macchie della luna pensarono che fosse composta di parti più o meno trasparenti, egli annota su- bito: « E questa opinione è piaciuta a molti filosofi, e massime « ad Aristotile » (1).

Quando nel Tractalus proportionum dello stesso autore il Vinci legge ripetuto, in tutte le forme, il vecchio assioma peri- patetico, che la velocità di un mobile è proporzionale alla forza che lo muove, egli sa subito a chi risale questo erroneo prin- cipio, contro il quale moverà la sua critica, e scrive nel suo libretto: « Dicie Aristotile che se una potenza move un corpo

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 84 verso. Gfr. Aristotile, Physicorum auscult. (ed. G. Franti), III, 1 sgg.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 75

< un tanto spazio in tanto tempo, la medesima potenza moverà « la metà di quel corpo due tanti spazio nel medesimo tempo » (l).

Ed è cosi compenetrato dalle teorie del Maestro, che egli, anche mentre ragiona della prospettiva e della pittura, ne ripete i postulati fondamentali.

« Dicie Aristotille che ogni cosa desidera mantenere la sua « natura ». « Dicie Aristotile: ogni azion naturale è fatta nel più «breve modo che è possibile ». « Dicie Aristotile che ogni cosa « attende alla permanenzia over desidera permanenzia » (2).

Altre volte invece egli trascrive testualmente brani interi degli scritti di Aristotile, dalle traduzioni scolastiche.

Leonardo. Aristotilb.

Actio et passio sunt in patiente. et Actio et passio sunt in pallente et

quod actio est quidam motus, actio quod actio est quidam motus, actio

et passio fundatur in motu. Omnia et passio fundantur in motu. Omnia

motus mensurantur in tempore. Si motus mensuratur enim in tempore,

motus esset res distincta a mobili, Si motus esset rea distincta a mobili

sequeretur quod mobile necessario sequeretur quod mobile necessarie

moveretur per aliquid spacium, quod moveretur per aliquid spacium, quod

impossibile est, quod mobile moveatur impossibile est mobile moveri et non

et quod non moveatur per aliquid moveri per aliquod spacium. Si de-

spacium. Si debeat motus esse, oportet beat motus esse, oportet quod prius

quod prius sit mobile et motivua (3). sit mobile et motivus (4).

Sarebbe assai lungo ed assai tedioso se noi volessimo notare tutto ciò che l'efficacia di Aristotile ha prodotto nella mente di Leonardo. Chi può mai misurare gli effetti di una serie di pen- sieri alti e profondi quali eran quelli del peripatetismo in un uomo di genio? Aristotile non aveva detto nel medievale De

(1) Leonardo, Manoscritto M, f. 62 recto. Cfr. Aristotile, De coelo, II, cap. XI e XII, Metheorologicorum libri. 11, cap. Vili.

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 verso. Manoscritto D, f. 10 verso. Cfr. Aristotile, De animalium incessu, l, cap. XI.

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 83 verso.

(4) Aristotile, Physicorum auscult. (ed. G. Franti), Leipzig, 1879, Vili, cap. II.

76 E. SOLMI

coelo et_ mando che « è necessario che la superficie dell'acqua « sia sferica, se si accetta questa ipotesi : la natura dell'acqua « esser quella di cercare i luoghi più bassi, ed il luogo più basso « è quello che è più vicino al centro del mondo »? E Leonardo ripeterà con le identiche parole: «Quella cosa è più alta, ch'è « più remota dal centro del mondo, e quella è più bassa, ch'è « più vicina ad esso centro. L'acqua per non si muove s'ella « non discende, e movendosi essa discende ».

È degno di nota che Leonardo, non pago delle traduzioni latine, cerca anche di procurarsi quelle volgari delle opere di Aristotile più agevoli per lui ad intendersi e ad imprimersi nella sua mente. « Meteora » (1), scrive infatti egli una volta, ed una seconda ed una terza ripete: « la Meteora d'Aristotile» (2), « Me- teora d'Aristotile volgare » (3). Che qui si tratti di un mano- scritto, e non di un'opera a stampa, risulta chiaro dall'osservare che nessuno dei trattati aristotelici era stato pubblicato in volgare nel XV e nei primi anni del XVI secolo.

La. Fisica di Aristotile e gli altri scritti, che le fanno corona, sono stati i meno studiati nei tempi più vicini a noi. Leonardo nel XV secolo aveva ben compreso che in queste opere appunto lo Stagirita si era mostrato il più .sapiente dei Filosofi, e aveva fondato il metodo di osservazione e di esperimento. Nessuno fra i moderni ha più fortemente e più frequentemente raccomandata Uosservazione della natura e della realtà, e si può aggiungere ancora a suo onore ch'egli ha consigliato e praticato l'esperi-

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 112 verso.

(2) Leonardo, Manoscritto M. f. 62 recto.

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. Sulle traduzioni di Aristotile compulsa la magistrale opera del Jourdain, Recherches critiques sur Vàge et sur l'origine des traductions latines d'Aristóte, Paris, 1819. La tradu- zione più antica della «Meteora» di Aristotile fu edita nel 1554: Opera nuova la quale tracta_ della Filosofia naturale chiamala la Metaura d'Aristotile: chiosata da san Thomaso d'Aquino dell'ordine dei frati predicatori, Ve- nezia per Comin da Treno, 1554. La Meteora trad. di Greco in vulgare Toscano per Antonio Bruccioli, Venezia, 1555.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 77

mento nella misura che era possibile in tempi così lontani. Questa gran voce non poteva rimaner silenziosa per Leonardo da Vinci.

E Leonanio da Vinci, sopratutto nella Statica, è un fedele di- scepolo di Aristotile: i suoi pensieri più belli hanno la loro ori- gine nelle questioni meccaniche, non trascritte, ma meditate e liberamente interpretate dall'artista. Io scelgo, come conclusione, due notevoli passi, uno dei quali riguarda l'assioma stesso fon- damentale della statica peripatetica, e l'altro che riguarda il rapporto tra il movimento e il peso.

Leonardo. Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più propor- zionalmente secondo la sua diminu- zione in infinito sempre acquistando velocità di moto (Leonardo, Mano- scritto I, f. 102 recto).

Quella proportione che ara in la lunghezza de la lieva colia sua contra lieva, tale proportione tro- verai in nella qualità de' ior pesi, e simile nella tardità del moto e inella qualità del cammino fatto da ciascuna loro istremità, quando fieno pervenute alla permanente altezza del loro polo (Manoscritto I, f. 45 recto).

Aristotile. 'Eir€i fàp bOvofiiq TI? f\ KivoOaa,

6'fXaTTOV Kcri KOUqpÓTCpOV óirò TìV; aÙTfj<; òuvd^fux; ttX€ìov KiviTGfi- ocrai.... -fàp Tdxo? ?i6i toO éXdTTovo? iTpò<; toO MeiZovo? «b? to ^etZov ouj^a irpò? ?XaTT0v. Aristotile (De Coelo F. B. ed. Didot, II, p. 414).

"0 oOv Kivoùu€vov pàpoc; irpòc; KivoOv, nf\Koc, irpò(; Mn^ot; dvTinéirovecv aUl b' òoiu &v lotìZov dcpeoT^Ki] ToO ÙTTojioxXiou, ^qov ki- vnoei. AItio b' èoTÌv l'i irpoXexSctoa, ÒTi 1^ TtXetov à-néxovaa Ik toO k^v- Tpou txiilova kókXov yP^ì^P^i- iùot" dirò Trjq aÙTfi*; ioxOot; irXéov neTa- aTrjaeTai kivoOv itXctov toO ÙTTOiaoxXìou àiréxov. Aristotile (Mri- XaviKÒ irpoPXriiuaTa. A. ed. Didot» IV, p. 58).

XIX.

Attavante mi.niatore. Di grande profitto per la coltura di Leonardo furono le relazioni che l'Artista ebbe coi miniatori più

78 E. SOLMI

famosi di Firenze e di Milano, ai qualr, come risulta da passi dei manoscritti, si rivolse talvolta per leggere opere, che altrove non aveva potuto ritrovare. Ricorderò qui le relazioni del Nostro con Vante od Atlavante, che ci sono attestate dalla nota: « Ri- « cordo come a 8 d'aprile 1503 io Leonardo da Vinci prestai « a Vante miniatore ducati quattro d'oro in oro »■ (1).

Il Vasari descrive le bellissime miniature, delle quali Vante fregiò un codice di Silio italico, ch'era in Venezia nella libreria de' ss. Giovanni e Paolo (2). « Ma non v'ha forse biblioteca, no- « tava già (rerolamo Tiraboschi nel sec. XVIII, che sia si ricca «di codici miniati da Attavante, come l'Estense di Modena. In « alcuni egli ha segnato il suo nome, come ne' Coment i di S. To- « maso nel primo delle Sentenze, nell'Omelie di S. Gregorio sopra « Ezechiello, nell' Esamerone di S. Ambrogio, e nell'opera di « S. Agostino contro Fausto. In altri, benché non veggasi il nome, « le miniature nondimeno son cosi somiglianti a quelle de' codici « già mentovati, che è evidente che sono opera del medesimo « artefice. E tali sono un Ammiano Marcellino, un Dionigi Ali- « carnasseo, parecchie opere di Giorgio Merula, le Omelie di « Origene e più altri » (3).

XX.

Avicenna o Ibn Sina (Abou-Ali al-Hosein Ibn-Abdallah). Ai tempi di Leonardo molte furono le edizioni dei Libri canonis quinque quos princeps Aboali Abinsceni de medicina edidit, ed io citerò le edizioni di Padova del 1476, Venezia 1495, Pa-

(1) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 229 verso. Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, 1525.

(2) Vasari, Le vite (1832-1838), pp. 301 sgg.

(3) Tiraboschi, Storia della letter. italiana (1796), VI, 1095. Cfr. anche Bradley, Dictionary of Miniaturist, London, 1887, III, 238 sgg.; P. Ar- NAOLDET, Attavante et la Bible de Belem, in Bihliographe moderne, Paris, 1898, pp. 10 sgg.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI "79

dova 1479, Venezia 1482, 1483, Pavia 1483, Venezia 1486, 1490, 1491, Pavia 1493, Venezia 1494, 1495, 1500, 1507, Pavia 1510. Questo libro era ritenuto allora la base degli studi della medi- cina, e il Vinci vi ricorse più volte durante le sue indagini anatomiche. Avicenna nel Fen I, Dottrina II, capitolo 3 del Canone aveva dato 1' « anatomia muscolorum digitorum », e Leo- nardo, mentre leggeva quelle pagine, aveva segnato nel suo libro di note: «Avicenna: li muscoli che movono li diti del pie « sono 60 » (1). Avicenna nel Fen I, Dottrina IV, capitoli 1 e 2 aveva trattato diffusamente degli umori del corpo, quali il sangue e la bile, e Leonardo mentre leggeva quelle pagine aveva segnato: « Avicenna de' liquidi » (2).

Avicenna era stalo uno dei geni più straordinari e uno degli scrittori più fecondi. In mezzo ai suoi pubblici uffici, ai suoi frequenti viaggi e ad una vita agitata da bufere d'ogni sorta, aveva trovato il tempo di comporre più opere gigantesche, una sola delle quali sarebbe bastata per assicurargli uno dei primi posti fra gli scrittori dell'Oriente (3). Egli non era rimasto stra- niero a nessuna delle scienze coltivate nel suo tempo, e più di cento opere, più o meno sviluppate, testimoniano le sue vaste conoscenze e la sua attività prodigiosa. Gherardo Cremonese, Domenico Gundisalvi e Giuda Avendeath avevano tradotto alcuno de' suoi scritti di medicina e di filosofia, e noi ci contenteremo di citare qui la raccolta pubblicata in Venezia nel 1495 in-S" sotto il titolo seguente: Avicennae peripatetici philosophi, ac medicoruìn facile primi, opera in lucem redacta ac nuper, qitantum ars niti poiuit, per canonicos emendata. Questo vo- lume racchiude i seguenti trattati: i" Logica', Sufficientia; De coelo et mundo ; De anima ; De Animalibus ; De

(1) Leonardo, Dell' Anatomia, fogli A. Parigi, 1898, f. 18 recto.

(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. verso.

(3) ScHARESTAM, Geschichte der religiósen und philosophischen Secten (trad. da Haarbrùcker), li, pp. 213 sgg.

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InielligenWs\ Alpharabius de Intellioentiis; Philosophia prima.

Nel quarto di questi trattati la questione dell'anima era trat- tata da Ibn Sina con una cura particolare, ed io reputo che Leonardo si riferisca a quello, quando scrive: « Avicenna vole che « l'anima partorisca l'anima, il corpo il corpo, e ogni membro « per rata » dove si accenna, non senza una sottile punta di ironia, al principio della separazione dell'intelletto dal corpo, secondo il quale l'anima aspira ad una esistenza indipendente, « affine di diventare un vaso puro, capace di ricevere l'influsso « dell'intelligenza attiva » (1).

Quando Leonardo scrive ne' codici di Windsor « fa tradurre Avi- « cenna De giovamenti * (2), egli si riferisce all'opera Al-Schefà (la guarigione), dove è racchiusa una vasta enciclopedia delle scienze filosofiche, oppure, com'è più probabile, all'opera Al- Nadjah (la liberazione), che ne è come un compendio, e che aveva forse sentito celebrare ?

Si nota in generale negli scritti d'Ibn Sina un metodo severo: egli cerca di coordinare i vari rami delle scienze filosofiche in un tutto rigoroso, e di mostrare il loro incatenamento necessario. Nel suo Al-Schefà Ibn Sina divide le scienze in tre parti : la scienza superiore o la conoscenza delle cose, che sono fuori dalla materia: è la filosofia prima e la metafisica; la scienza inferiore 0 la conoscenza delle cose, che sono nella materia; è la fisica e tutto ciò che ne dipende, che si occupa di tutte le cose che hanno una materia visibile e dei loro accidenti; la scienza di mezzo, che ha un rapporto con la metafisica e con la fisica, tali sono le scienze matematiche. L'aritmetica, per esempio, è la scienza delle cose, che non son per la loro natura nella materia.

(1) Leonardo, Notes et Dessins sur la Generation et le Mécanisme des Fonctions intimes, f. 7 verso. Gfr. Landauer, Etne psichol. Schrift Avicennas, in Zeitschrift der deutsch. morgenl. Gesellschaft, voi. XXIX, pp. 335 sgg.

(2) Leonardo, Fragments d'études anatomiques. Recueil B (Collezione Rouveyre), f. 7 verso, da non confondersi col codice edito dal Piumati.

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ma che in essa si manifestano; Tintelligenza le astrae dalla materia e in tal modo si elevano dalla fisica, ed entrano in re- lazione colla metafìsica. La geometria si occupa delle cose che si posson figurare senza materia, e che nello stesso tempo tro- vano un'applicazione nella materia visibile. La musica, la mec- canica, l'ottica, s'occupano delle cose, che sono nella materia, ma che da essa in maggiore o minor modo si astraggono e si allon- tanano (1). Si riconosce in questa divisione il fedele discepolo di Aristotile; ma si troverà qui, come altrove, che Avicenna espone con molta chiarezza e precisione ciò che negli scritti del suo maestro non è espresso che in una maniera vaga ed indeter- minata.

XXI.

Bacone Rogero. Leonardo da Vinci ha ricercato gli scritti di Rogero Bacone e principalmente VOpus ma,jics, che tanto do- veva interessarlo per i trattati che comprende : causae erroris ; philosophiae cum theologia affìnitas; lingitai^m cognitio; ma- thematicae in physicis utilitas; mathematicae in divinis uti- litas ; judicia astronomiae ; geographia ; dsti^ologia ; perspectiva; scientia experimentalis ; moralis philosophia (2). Il merito emi- nente di Rogero Bacone non stava in una dottrina nuova, ma piut- tosto in una critica dei metodi e delle dottrine del suo tempo. Egli è stato chiamato un uomo del Rinascimento sperduto in antici-

(1) Haneberg B., Zur Erkenntnisslehre des Ibn Sina und Albertus, in Abh. der philos.-philol. CI. d. bayer. Acad. d. Wissensch., Mùnchen, 1866, voi. XI, 1. pp. 189 sgg. Non sono riuscito a trovare nei Manoscritti di Leo- nardo nessuna traccia delle opere di Averroè. Se le ha conosciate, nulla vi ha attinto.

(2) L" Opus majus fu edito, ma solo parzialmente, da Samuele Jebb nel 1750. Io ho davanti ledizione compiuta di Giovanni Enrico Bridges, The Opus majus of Roger Bacon, Williams and Norgate, 1900, donde traggo l'enu- merazione di questi trattati.

Giornali storteo. Sappi, 10-11. 6

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pazione fra i dottori scolastici. T,a efficacia della parte deM'Opus majus intitolata Perspectiva, e che fu edita in Francoforte sol- tanto nel 1604, risulta chiara nei manoscritti vinciani, dal con- fronto sopratutto delle pagine sulla superiorità della vista fra tutti i sensi: sulle virtù interiori dell'anima, che sono l'imagi- nativa e il senso comune; sull'origine dei nervi, che son neces- sari all'occhio: sulle membrane dell'occhio; sui loro umori albu- gineo, glaciale e vitreo; sulle cause della sfericità dell'occhio; sulle proprietà della cornea, dell'umore albugineo e dell'uvea (1). Queste traccie, ci affrettiamo a ripeterlo, sono trasformate ra- dicalmente dal genio possente dell'Artista.

Qualche rapporto più intimo si potrebbe segnalare, come per esempio questo sulle illusioni, che derivano dal fatto della visione binoculare.

Leonardo. Bacone.

Se le due linee centrali concorrano si oculorum a et b axes figantur

nello obbietto x le aderente inferiori diligenti intentione in o partem visi- s V e r y vederanno lobbietto t oc- bilis mon, tunc visibile k infra con- cupare due lochi nella pariete m n cursum axium videbitur duo, et h cioè in V y, ma se tal centrali ter- visibile ultra concursum similiter minano in t allora lobbietto x sarà videbitur duo necessario (3;. veduto dalle 2 aderenti esteriori, cioè r w e s a, perchè l'occhio destro vede coll'aderente destro e l'occhio sinistro vede coll'aderente sinistro (2).

Pochi uomini, come Bacone, potevano essere giustamente va- lutati nel Rinascimento, ed è a deplorare che in questa età

(1) RoGERO Bacone, The Opus majus, voi. II, p. 1 sgg., 4 sgg., 12 sgg., 15 sg., 17 sgg., 18 sgg., 26 sgg. Confronta per i passi relativi di Leonardo il mio lavoro su Leonardo da Vinci e la teoria della visione negli Atti e Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova, Mantova, 1905, pp. 137 sgg.

(2) Leonardo, Manoscritto D, f. 8 verso.

(3) RoGERO Bacone, The Opus majus, voi. II, p. 95.

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fecondissima i suoi scritti non siano stati maggiormente diffusi per mezzo della stampa. Egli aveva molto preso a prestito dagli Arabi, ma è incontestabile, che aveva fatto (principalmente per l'impulso di quel mirabile ingegno, che fu Pietro Peregrino di Maricourt) numerosi esperimenti, e anche riducendo al giusto numero le sue scoperte, gliene restano a sufflcenza per comporgli una giusta e meritata corona (1). Una pagina dei manoscritti vinciani del British Museum contiene un passo, a prima vista inintelligibile, scritto dalla mano di Leonardo: « Rugieri Bacon 41 fatto in istampa » (2). Questo passo si può interpretare in due modi: o il Vinci cerca qualche scritto del famoso francescano, che fosse stato « fatto in istampa », oppure ricorda che qualche scritto del francescano meritava di esser « fatto in istampa ». La prima ipotesi cade, con la semplice osservazione che nessuna

(1) Charles E., Bacon, sa vie, ses ouvrages, Paris, 1861, e in senso con- trario ed eccessivamente severo Schneioerer L., Roger Bacon. - Etne Mo- nofjraphie, Augsburg, 1879.

(2) Leonardo, Manoscritto del British Museum, f. 71 verso. Non è im- probabile che Leonardo da Vinci abbia conosciuta anche la Scientia experi- mentalis. Si ricordi ad esempio quel passo, dove Bacone tratta dei colori dell'iride, che riscontra nelle pietre, nei cristalli, nelle penne degli uccelli, ecc. * Similiter est de aquis cadentibus a rotis molendini, et quando homo « aspicit in aestate de mane herbas contingentes guttas roris in prato vel « campo, videbit colores. Et similiter quando pluit, si stet in loco umbroso « et radii ultra eum transcurrant in stiliicidiis, tunc in opaco prope appare- « bunt colores, et multoties de nocte circa candelam apparent colores. Atque « si homo in aestate, quando surgit a somno, et babet oculos nondum bene « apertos, subito aspiciat ad foramen per quod intrat radius solis, videbit

< colores. Et si sedens ultra solem extendat capitium suum ultra oculos « videbit colores, et similiter si claudat oculum, contingit idem sub umbra « superciliorum, et iterum idem accidit per vas vitreum plenum aqua in radiis ■€ solis. Vel similiter si quis tenens aquam in ore, et fortiter spargat aquam

< in radiis, et stet a latere radiorum ; et si per lampadam olei pendentis « in aere transeant radii in debito situ, ut lumen cadat super olei superfi- « ciem, fiant colores. Et sic per infinitos modos, tam naturales quam artifi-

< ciales, contingit coloris hujusmodi apparerò, sicut diligens experimentator •e novit reperire ». Rosero B.\con, The Opus majus, voi. II, pp. 173, 174. Gfr. Leon.\rdo, I, 288, Manoscritto F, f. 67 verso. Escludo che Leonardo, come vorrebbe il Duhem, abbia attinto queste idee a Timone l'Ebreo.

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delle opere di Rogero Bacone fu edita alla fine del secolo XV e ai principi del XVI: il più antico scritto « fatto in istampa » del Doctor Mirabilis è del 1529, ed è il De la pierre philosophale traduil en frangais par S. Girard de Tournus, Paris 1529; seguono a questo il De secretis operibus, Parisiis 1542, ed il Li- bellus de retardandis senectule accidentibus et de sensibus conservandis, Oxonii 1590. Se si pensa al vivo interesse che il Vinci ebbe per l'arte della stampa, allora ai suoi inizi ; ai disegni di ordigni , che i manoscritti contengono relativi alle macchine tipografiche; ai calcoli che egli fa di libri, che, fuor di dubbio, dovevano venir stampati, risulta molto proba- bile che Leonardo nel suo oscuro frammento esponga l' idea (rimasta poi ineffettuata) di mettere alla stampa qualcuno dei frammenti di Rogero Bacone , e principalmente la mirabile Perspetiva. Un tratto comune congiungeva l'artista fiorentino al monaco inglese, ed è l'amore per l'esperienza. « Sine expe- « rientia nihil sufflcienter scire potest. Duo enim sunt modi co- « gnoscendi, scilicet per argumentum et experimentum. Argu- « mentum concludit et facit nos concedere conclusionem, sed « non certificai, neque removet dubitationem, ut quiescat animus « in intuitu veritatis, nisi eam inveniat via experientiae » (1).

XXII.

Balestrieri Domenico. Nei suoi manoscritti Leonardo ha con- servata la traccia delle discussioni avute con i contemporanei, talora anche di umile condizione, ai quali si rivolgeva per avere qualche utile segreto e notizia; quindi il carattere biografico e qualche volta polemico, che assumono le sue scritture, dove spesso son rammentati i collaboratori e gli oppositori. Nel Codice Atlantico, fra quelli che egli chiama suoi avversari, è ricordato

(1) Rogero Bacone, The Opus majus, voi. 11, p. 167.

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un tal « Balestrieri », forse il pittore Domenico nato a S. Qinesio nel 1463, e vissuto a Milano, col quale Leonardo ha discusso di argomenti di idraulica. « Sofflstico del Balestrieri: la bocca della « canna nm, piglia dell'acqua ffh, e la porta in alto in o, e al- "i lora m disciende in p, e 'l n si leva in o, e perchè p pesa

* più che 0, per essere più distante dal dentro del suo circonvo-

* lubile, p disciende alla pelle dell'acqua g h, dove trovando la

< pelle dell'acqua quivi si ferma, perchè quivi perde la gravità « che in tal bassezza '1 fecie disciendere, e cosi si resta nell'al-

* tezza /*, ♦> lo m disciende in /, Qlp resta in h, ed è terminato <\\ moto sofflstico dell'avversario» (1).

La tradizione ha conservato una traccia di queste dispute: « Era, dice il Vasari parlando di Leonardo, in quell'ingegno in- « fuso tanta grazia da Dio, ed una dimostrazione terribile ac- « cordata con l'intelletto e memoria, che lo serviva, e col disegno delle mani, sapeva si bene esprimere il suo concetto, che con i

< ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo

* ingegno. Con ragioni naturali faceva tacere i dotti » (2).

XXIIL

Barbaro Ermolao. La conoscenza indubitabile per parte di Leonardo delle opere di Plinio, di Dioscoride, di Aristotile e di Pomponio Mela rende molto probabile l'ipotesi, ch'egli abbia avuto qualche notizia delle Castigaliones plinianae (1492) e delle Castigaiiones secundae (1493) sulla Historia naturalis di C. Plinio fatte da Ermolao Barbaro (3), che nel 1488 si era re- cato presso Lodovico il Moro come ambasciatore della Repubblica Veneta, e che in questa occasione aveva incontrato il Vinci, fra i gentiluomini della città e della corte.

(1) Lbonardo, Codice Atlantico, f. 229 verso.

(2) Vasari, Le vite (1832), p. 445.

(3) Barbaro, Castigationes plinianae, [in fine] impressit Eucharius Ar- genteus, Roma, 1492-1493.

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Lo Zeno, nelle sue Memorie de' scrittori veneti, attribuisce al Barbaro due opere di matematica, cioè i Geomett^icarum quae- stionum libri e il De convenienlia astronomiae et medicinae; più di questi scritti , interessarono Leonardo le edizioni del De medica materia di Dioscoride, della Physica di Aristotile, del De siiu orbis di Pomponio Mela, curate da Ermolao Barbaro. Il na- turalismo di Leonardo non era in assoluta contraddizione con l'aristotelismo del Barbaro, ma questo non nomina mai quello,, quello questo. Il Barbaro era essenzialmente un umanista, e i rapporti di Leonardo con gli umanisti furono freddi, talora aspri, come appare da più passi dei manoscritti, e principal- mente dalle invettive contro i così detti commentatori (che chia- mavano poi di rimbalzo il Vinci « omo sanza lettere », oggi si direbbe ignorante del latino). L'artista, come vedremo, apprez- zava gli antichi, ma pensava che il rinnovamento delle scienze non poteva effettuarsi se non con lo studio diretto della natura, laddove Ermolao Barbaro, con un concetto diametralmente op- posto, tendeva al rinnovamento delle scienze, ponendo in luce la vera natura e il vero metodo dell'antica filosofia naturale (1).

XXIV.

Barozzi Pietro. Nel Manoscritto L, tutto vergato da Leonardo negli anni che vanno dal 1500 al 1502, è rammentato ben due volte un Archimede del vescovo di Padova. « Borges, scrive Leo- « nardo in principio del Manoscritto, ti farà avere l'Archimede «del vescovo di Padova e Vittellozzo quello da il Borgo a San

(1) Sul Barbaro puoi vedere il Giornale Storico della Letteratura Ita- liana, Torino, 1883-1892, voi. VII, p. 411; voi. X, p. 433 e voi. Xlli, p. 124. 11 Compendium sdentine naturalis ex Aristotile fu edito solo in Venezia nel 1545, poi a Parigi nel 1547, 1555, a Losanna nel 1579, a Marburgo nel 1597 e finalmente a Basilea senza data.

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« Sepolcro » (1). E ripete un'altra volta sulla fine del Mano- scritto : « Archimede del Vescovo di Padova » (2).

Se noi pensiamo che Pietro Barozzi fu vescovo di Padova ap- punto nel periodo che va dal 1488 al 1507 (3); se ricordiamo che egli non è ignoto nella storia delle lettere (4) e che Pietro Pomponazzi lo chiama « non solura doctissimum, sed etiam san- « ctissimum et in Mathematicis universaliter appriine doctum » (5), non ci parrà strano che egli possedesse una copia degli scritti di Archimede, e che la fornisse, probabilmente, a Leonardo.

Il Borges nominato dal Vinci non è Borgia, Borghese, come pensava il Ravaisson (6); ma < Borges » come scrive anche il Sanudo, cioè Boyer Antonio arcivescovo di Bourges e cardinale in Roma (1500-1513) col titolo di S. Anastasio, « fradelo del ze- « neral di Normandia e cugnato di lo episcopo di Samallò * (7); un dotto prelato appartenente a quella famiglia celebre, che già aveva dato alla letteratura provenzale un poeta di grido, Guglielmo.

XXV. Bartolomeo Turco. « Scrivi a Bartolomeo Turco », si affretta

(1) Leonardo, Manoscritto L, f. 2 rtscto.

(2) Leonardo, Manoscritto L, f. 94 verso. Su questa stessa pagina vi sono degli appunti vergati nel 1502: « Da Boncon vento alla Casanova e miglia dieci, dalla Casanova a Chiusi miglia 9, da Chiusi a Perugia

< miglia 12. da Perugia a Santa Maria degli Angeli e poi a Fuligno ».

(3) Nel 1470 era stato vescovo di Belluno e fu nominato nel 1488 vescovo di Padova. Ughelli, Italia sacra, alla parola Baroccius Petrus.

(4) TiRABOscHi, Storia della Lett. Italiana, Venezia, 1796, voi. VI, 867.

(5) Pomponazzi Pietro, De incantationibus, Basilea, 1567, ce. 57 e 58. L'autore delle Cose notabili di Venezia dice (lib. II. cap. 124): < fu riputato * a* suoi di quasi una delle meraviglie che si trovassero allora ». Esortò Niccoletto Vernia a comporre il De immortalitate animae nel 1499. Cfr. Tom- MASiM, Gymm. Patav., I, p. 397.

(6) Ravaisson, Manoscritto L, f. 2 recto « Borghese (?) te fera avoir

< l'Archimede de l'évèque de Padoue ».

(7) Sanudo, Diarii, Venezia, 1889, voi. XXIV, pp. 149, 150, cfr. 167, 249, 365, 454, 522, 582.

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a segnare Leonardo, « del flusso e reflusso del mar di Ponto, e « che intenda se tal flusso e reflusso è nel mare Ircano overo « mar Caspio » (1). Il nome di Bartolomeo, il tempo in cui fu scritta la nota, i luoghi ricordati fanno ritenere probabili dei rapporti epistolari fra Leonardo da Vinci e il viaggiatore noto nella storia della geografia col nome di Bartolomeo de li sonetti 0 Bartolomeo turco (fiorente 1475-1485).

Questi è autore di un « Isolarlo in-8° » che è una descrizione delle isole dell'Arcipelago in fanti sonetti e con 49 tavole incise in legno, ma il libro, non avendo titolo, ne indicazione d'anno e luogo, e d'altra parte l'edizione essendo rarissima, ha dato occasione a congetture e dispute tra i bibliografi (2), perchè il Dibdin pensa che V Isolarlo sia uscito alla luce in Venezia verso il 1477 e il Panizzi tra il 1475 e il 1485 (l'ultimo con grande fondamento, perchè il libro è dedicato a Giovanni Mocenigo doge tra il 1475 e il 1485).

Chi meglio di Bartolomeo de li sonetti o Bartolomeo turco poteva procurare a Leonardo indicazioni sul flusso e reflusso del mar Ponto? V <s. Isolarlo » stesso ce ne off're la convinzione.

Intendo di monstrar con veri effetti quanto che l'onda egiea abia cerchatta, et se ho più A^olte ogni 'nsula chalcbatta e porti e vale e scogli i sporchi e i netti, col bosolo per venti ho i capi retti col stilo in charte ciaschuna segnatta, quindici volte in trireme son statto oficiale e poi patrone in nave.

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 256 recto. Non reputo probabile che sia Bartolomeo Marchionni, che dette intorno al 1474 a Paolo dal Pozzo Toscanelli le indicazioni sulla navigazione lungo le coste occidentali del- l'Africa.

(2) Quadrio, Storia della volgar poesia, Bologna e Milano, 1739 : IV, 45 sgg.; Cicogna, Saggio di bibliografia veneta, Venezia, 1547, in-4o, n. 2540; Castellani, Catalogo ragionato delle più rare o più importanti opere geografiche a stampa, Roma, 1876, pp. 66-69.

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Alcuni han cercato di identificare Bartolomeo de li sonetti o turco con Bartolomeo Zamberti, traduttore di Euclide e segre- tario del Senato veneto, ma è un errore ; l'uffizio di segretario addetto alla Cancelleria non si addiceva a quello d'ufflziale o di capitano di nave, come l'autore stesso ci avverte di essere stato nel passo citato di sopra.

XXVI.

B.\TTAGGio Giovanni. Leonardo stesso attribuisce a Giovanni dei Battagi (cioè a Johannes de Laude ingeniarius et murator) questo indovinello: « Se tu vuoi insegnare a uno una cosa, che < tu non sappia, falli misurare la lunghezza d'una cosa a te in- « cognita, e lui saprà la misura che tu prima non sapevi. Gio- « vanni da Lodi » (1).

XXVIL

Bellincioni Bernardo. I rapporti di Leonardo da Vinci con Bernardo Bellincioni furono così stretti, che l'artista ed il poeta fiorentino collaborarono più di una volta agli apparati ed alle feste, dai quali fu rallegrata Milano negli ultimi decenni del se- colo XV. Nella raccolta delle Rime di Bernardo Bellincioni (1493) ci è rimasta la memoria di una festa ossia rappresentazione, « chiamata Paradiso, qual fece fare il signor Lodovico il Moro « a laude della duchessa di Milano, et chiamasi Paradiso, però « che v'era fabricato, con il grand'ingegno et arte di maestro « Leonardo Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette pianeti « che giravano, e li pianeti erano rapresentati da huomini, in « forma et habito che si descrivono dalli poeti, li quali pianeti « tutti parlano in laude della prefata duchessa Isabella » (2),

(1) Leon.uu)0, Codice Atlantico, f. 75 verso.

(2) Bbmnzone, Sonetti, canzoni, capitoli, Milano, 1493, e. 148 v.

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sulla quale una relazione deirambasciatore di Ferrara, assai accu- rata, fu pubblicata neW Archivio Storico Lombardo, che descrive l'apparato delle sale, gli abiti dei principi, dei gentiluomini, delle maschere, il meccanismo della scena, tutto quanto è degno di essere conosciuto (1).

È noto quale importanza abbiano le Rime del Bellincioni, come quadro storico della società milanese del XV secolo. Quivi, oltre a ciò, Leonardo è spesse volle ricordato con grandi elogi, prin- cipalmente nel sonetto:

Godi Milan, che drento alle tue mura ecc.

Non vi è alcun dubbio che fra i suoi libri più cari Leonardo conservava i Sonetti, canzoni, capitoli, ecc. di Bernardo Be- limone, Milano per Philippo di Montegazi decio el Cassano, 1493, in-4°, di fogli 170.

io reputo impossibile, che qualcuno dei versi che son con- servati nei manoscritti vinciani siano frutto di improvvisazioni del Bellincioni o di motti, che questi passava all'artista, perchè se ne servisse nel disegnare i suoi simboli, le sue imprese, i suoi costumi (2).

(1) Solmi, La Festa del Paradiso di Leonardo da Yinci e Bernardo Bellincione (13 gennaio 1490), in Ardi. Storico Lombardo, Milano, 1904, pp. 75 sgg. Gfr. Verga, Saggio di Studi su Bernardo Bellincioni, poeta cortigiano di Lodovico il Moro, Milano, 1892, pp. 115 sgg.

(2) Tali sarebbero i versi vinciani che invano ho cercati nel maggior nu- mero delle raccolte del tempo: Leonardo, South Kensington Museum, III, f. 85 recto :

Non iscoprir se libertà t' è cara Che '1 viso mio è carciere d'amore.

Nessuna traccia nei manoscritti Leonardeschi di Lancino Curzio, Sylvarum libri X, Milano, 1521, di Taccone Baldassarre, Coronazione et sposalitio della Ser. Regina M. Bianca Maria Sforza, Milano, 1492, del Lazzaroni, De Nuptiis Imperatorie Maiestatis, anno 1493, Mediolani apud Zarotum, 1494, in fol.. della Historia delle cose facte dallo invictissimo Duca Francesco Sforza scripta in latino da Giovanni Simonetta, et tradocta in lingua fio-

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XXVIII.

Bellovacense. Con le parole « Speculum di maestro Giovanni « Franzese » (1). Leonardo si riferisce probabilmente, come ho accennato nella mia biografia dei Vinci (2), alla enciclopedia del Bellovacense : Speculum quadr^plex, naturale, doctrinale, mo- rale et hislorìale, Argentorati per Johan Mentellin MGCCGLXXIII, 10 voi. gr. in fol. (3).

Numerosi sono i contatti fra gli scritti di Vincent de Beauvais e gli annali scientifici del Vinci, ma nessuno può darci la sicu- rezza indiscutibile di una diretta derivazione (4). Io reputo che Leonardo abbia conosciuta quest'opera, cosi diffusa nel secolo XVI, solo nel fine della sua vita, per mezzo di Giovanni Perréal « maestro Giovanni Franzese », quando ormai essendosi formato un proprio giudizio sulle questioni naturali ben poco profitto poteva cavare dall'enciclopedia del domenicano (5).

rentina da Crislophoro Landino fiorentina (in fine). Questa Sfortiada traducta de sermone laterale in lingua firentina la impressa Antonio Zarotti parmesano in Milano nelli anni del Signore 1490, in fol., in ca- rattere rotondo nitidissimo, in ottima carta, con ampio margine senza cifre e richiami; del Coaio, Historia, contenente l'origine di Milano, li gesti, ecc., in fino al tempo dell'autore, [in fine] Mediolani, Alex. Minutianus, 1503, in fol. grande.

(1) Leonardo, Manoscritto 1, f. 28 recto. Codice Atlantico, f. 145 recto e f. 243 recto.

(2) Solmi, Leonardo, p. 182.

(3) Cfr. Stòckl, Geschichte der Philosophie des Mittelalters (1865), voi. II, pp. 345-352.

(4) Tali contatti sono inevitabili, quando si pensi che gli scritti del Bel- lovacense abbracciano tutto Io scibile del tempo allo stesso modo di quelli di Leonardo, ma nessuno, e ciò è degno di nota, è testuale e caratteristico. Vedi SCHLOSSER Franc, Vincent von Beauvais mil 3 A bhandl., Frankfurt a. Main, 1819, 2 volumi.

(5> Per tale confronto mi è stato anche di grande utilità il libro del BouRGKLAT, Eludes sur Vincent de Beauvais, théologien, philosophe, ency- clopédiste ou specimen des éludes ihéologiques, philosophiques et scienti- phiques au moyen uge. Paris, 1886. Sui rapporti di Giovanni Perréal con

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XXIX.

Benci. Le relazioni di Leonardo con la famiglia de' Benci fu- rono strettissime, principalmente con Ginevra, che « ritrasse in « Firenze dal naturale, la quale tanto bene finì che non il ri- « tratto, ma la propria Ginevra pareva » (1); con Tomaso, che avea fatto la traduzione italiana del libro di Mercurio Trisme- gisto De sapieniia et potestate Dei, già prima tradotto in latino dal Ficino; e finalmente con Giovanni (2). A proposito dell'ap- punto di Leonardo « Libro di Giovanni Benci » è da rammen- tarsi che nella Laurenziana di Firenze si conserva un Jordan! Rufi Galabri, Liber de medicina velerenaria, manoscritto che tanto dovette interessare il Vinci, con la nota autografa: « Questo « libro è di Giovanni d'Amerigo Benci, 1485 » (3).

Leonardo, sta facendo importanti ricerche Paul Miiller Walde. Ho dinanzi l'edizione : Vincentii Belluacensis, Speculum doctrinale, t. Il, s. I. et a. (serf Argentorati per Johann Mentelin, anno MGGGGLXXIIU in fol.). Gfr. Braun, Nolit libr., p. 18, e Panzer, Annal. Typogr., I, p. 18.

(1) Per maggiori particolari, Solmi, Leonardo, 133. Qualche nuova notizia su di lei è da vedersi nella « Benciae Ginevrae Elegia Alexandri Brace» >, Bibl. Laurenziana, Ili, 787, III.

(2) Bibl. Lauremiana, V. 7, cod. IX e 218, cod. XXU. Epigrammata Italica, 373, XXX e 375, LV e 376, LVIII. È probabile il fatto, che con la parola « libro di Maso » (per lo più seguita dall'altra « libro di Giovanni « Benci ») Leonardo accenni al Tommaso rammentato di sopra.

(3) Leonardo, Manoscritto L, f. 1 verso « Panno d'arazzo seste « libro di Maso libro di Giovanni Benci casse in dogana tagliare la « vesta cintura della spada rimpedalare li stivaletti cappello leggiero « canne dalle cassacele il debito della tovaglia baga da notare « libro di carte bianche per disegnare carboni quanto è uno fiorino di « siggillo? un guardacuore di pelle ». Bandini, Cat. Bibl. Laurenziana, V. 220, IX, p. 85 t. Protesto fatto per Giovanni Benci dinanzi a nostri Magnifici Signori et loro venerabili Collegi et Capitudine, dove è notevole che si professa illetterato. « Innanzi alle vostre riverentie mi rendo scusato « venire a trattare in questo dignissimo luogo di alta materia, non essendo « licterato, ecc. ». Gfr. Bibl. Laurenziana, XLIll, num. 23 e Gaddiano, e. 243.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 93

XXX.

Benedetti Alessandro. L' Anatomice siue Mstoria coìTXxris humani, libri V, Venetiis 1498 e 1502, di Alessandro Benedetti, pur non contenendo alcuna scoperta (1), era notevole per l'en- tusiasmo col quale l'autore esortava alla sezione dei cadaveri e allo studio sperimentale dell'anatomia.

Forse per questo riguardo Leonardo, fra i libri che manda a prendere da Venezia nel 1508, se^rna la nota; « Anatomia Ales- « Sandro Benedetto » (2), nota che ci attesta la conoscenza in- dubitata per parte del Vinci dell'opera del medico di Legnago, dove si scrutava con lo studio diretto del cadavere « venarum, « arteriarum, muscolorum, nervorum, ossiumque naturam » (3). È notevole tuttavia che nelle pagine anatomiche dell'artista nessuna traccia si possa riscontrare degli scritti dell'anatomico lombardo.

(1) Anche qui non si trova alcun sentore del principio della circolazione del sangue, ma in modo analogo a ciò che scrive Leonardo, vi si dice: « sanguis in eorde, tamquam in fonte, et in venis, tamquam rivulis, qui ab « eo oriuntur, continetur >, Anatomice (1498), f. 65 recto.

(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. recto.

(3) Benedetti, Anatomice, f. bi recto. Su Alessandro Benedetti vedi Boer- NER, Comenlarius de Alexandro Benedicti medico, Brunswich, 1751; Zeno, Dissertazioni vossiane, li, 43 sgg. ; Maffei, Verona illustrata, li, 250; Mazzuchelm, Gli scrittori d'Italia. II, 2. p. 812. Altre edizioni àeWAnn- tomice fufon quelle di Parigi 1514, 1519, Basilea 1517. Per Leonardo non potevano avere nessun interesse il De pestilenti febre liber, Roma, 1490, Pavia, 1516, 1" Omnium a vertice ad calcem, morborum signa, Milano, 1508, il De medici atque aegri officio libellus, Milano, 1505, le Collectiones me- dicales, Milano, 1514. 11 Benedetti è noto anche come commentatore di Plinio (Venezia, 1507, 1513, 1516). Cfr. Ersch u. Grùber, Allgemeine Encyclopàdie der Wissenschaften itnd Kunst, 1?22, parte IX, p. 1 sgg. Leonardo fu forse in relazione personale con Angelo Benedetti, zio di Alessandro e pur esso dotto medico anatomico, se pure è possibile riferire a lui questo passo, dove trattandosi della sezione di un cadavere, si dice: «sega da osso di sottil « dentatura... Agno! Benedetto fa d'avere un teschio». Leonardo, Windsor Anatomy, IV, f. 167 recto. Su Angelo Benedetti, vedi Aless. Benedetti, Collectiones medicales, 1514, f. 96 e Anatomice, S recto.

94 E. SOLMI

Nell'introduzione storica che l'Hyrtl premise al catalogo dei preparati del Museo anatomico di Vienna, l'illustre professore in- titolava la medicina del medio evo e del primo rinascimento « una medicina senza anatomia » (1). Questo può esser vero per l'Austria e per la Germania, perchè quivi soltanto nella quare- sima del 1404 fu aperto, e con grande solennità, un cadavere nell'ospedale di Vienna, e dodici anni dopo si celebrava una se- conda anatomia e sei altre volte soltanto per tutto il secolo, e non nelle stanze della facoltà medica, ma sub Jove frigido (2). L'università di Praga, la più antica della Germania, non ebbe insegnamento d'anatomia che nel 1460 (3), e l'Università di Lipsia dovette attendere fino al 1510 per ottenere il permesso di lasciare cadaveri « corpore exanimi oblato » (4). Da noi (aveva ragione l'Haller nel dire che gli italiani per primi corpora humana dissecuerunt, sensim tamen ad alias gentes utilis audacia pe?"- venit (5)) Federico II avanti la metà del secolo XIII ordinava, che nessun chirurgo fosse ammesso alla pratica, se non potesse dimostrare di avere per un anno almeno studiato anatomia su corpi umani, « et sit in ea parte medicinae perfectus, sine qua nec incisiones salubriter fieri poterunt, nec factae curari (6) ». Guglielmo da Saliceto nel 1270 esponeva in Bologna l'anatomia, ed eseguiva una sezione sul nipote del marchese Uberto Palla- vicino, morto in sospetto di avvelenamento (7), e un medico par-

(1) Hyrtl, Vergangenheit und Gegenwart des Museums fur mensch- liche Anatomie im der Wiener Universitdt, Vienna, 1869. Einleitung, pp. V, Yin.

(2) AscHBACH, Geschichte der Wiener Universitdt und ersten Jahrhun- derte ihres Bestehens, Vienna, 1865, p. 324.

(3) HoEFER, Lehrbuch der Gesch. der Medicin, Iena, 1853, p. 903.

(4) Zarncrb, Die Statutenbùcher der Universitdt Leipzig, Leipzig, 1861, pag. 39.

(5) Haller, Bibliotheca anatomica, Tiguri, 1774-77, voi. I, p. 165.

(6) De Renzi, Storia documentata della Scuola medica di Salerno, Na- poli, 1857, p. Lxxvi. La legge fu forse emanata nel 1241. Tuttavia, non ostante questa costituzione, le condizioni dell'anatomia furono infelicissime nella Sicilia fin presso ai nostri giorni.

(7) G. Sarti, De claris Archigymn. Bonon. Profess., Bononiae, I, P. I, p. 437.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 95

migiano o lombardo, pochi anni dopo, nel 1286, sparava cadaveri di uomini per trovar la ragione di un certo morbo pestilenziale apostemoso (1). Nel secolo XIV in Bologna, nel solo 1315, Mon- dino de' Luzzi anatomizzava due donne (2), e negli stessi anni i giudici chiamavano tre medici di chirurgia per discutere in un processo di veneficio, « visceribus defuncti anathomice cir- ^ cumspectis » (3).

Alessandro Benedetti ricorda l'uso di sezionare il corpo dei condannati ancor vivi, « ut spiritu etiam remanente, naturae « arcana, et quid natura magna solertia intra se agit, perqui- « rerent, membrorum posituram, colorem, fìguram, magnitudinem, « ordinem, processum, recessumque, ex quibus multa in defun- « ctis mutantur, distincteque magis quam pie annotarent , ut « illatis vulneribus, quid integrum, quid corruptum sit intelli- « geretur ». Ma aggiunge subito che le leggi ecclesiastiche vie- tavano nel 1458 di far ciò, * quoniam truculentissimum est, « vel carnifìci horroris plenum, nec morituri Inter tantos cru- « ciatus despera tione futurae vitae spem misere amittant ». La Chiesa permetteva invece le sezioni cadaveriche, e pochi anni prima (1482) un Breve di Sisto IV aveva servito alla facoltà medica di Tubinga di mezzo per avere dai magistrati corpi umani da notomizzare, che non solevasi concedere absque sedis apo- stolicae dtspensatione seu licenlia (4).

XXXI.

Benedetto Aritmetico. Gol nome < Benedetto dell'Abbaco » (5). Leonardo si riferisce all'autore di un Trattato d'abaco fatto da

(1) Corradi, Annali delle Epidemie, anno 1286.

(2) Medici, Compendio storico della Scuola anatomica di Bologna, Bo- logna, 1857, p. 22.

(3) De Renzi, Storia della medicina in Italia, pp. 10-36.

(4) Benedetti, Bistoria corporis humani, lib. 1, cap. 1. De utilitate Ana' tomiae et de cadavere eligendo deque temporaneo theatro constituendo.

(5) Leonardo, Codice Atlantico, f. 12 verso.

96 E. SOLMI

(Benedetto) a uno caro amico, che ci resta in diversi mano- scritti nella Biblioteca Magliabechiana di Firenze e nella Comunale di Siena ; e di un Trattato d'aritmetica, di un Trattato di ar- chitettura e di altri scritti inediti, dei quali si è giovato il Tar- gioni-Tozzetti nella sua storia del fiorino di siggillo.

Benedetto Aritmetico, i cui trattati portano le date del 1462, 1468, 1471, 1472, 1473, 1474, 1475, 1476, 1477, 1493 e del 1496, dice di essere « nato et allevato in Fiorenza, et in quella expe- « rimentato », ma dalla descrizione dei costumi delle diverse città d'Italia e di fuori, relativamente alla mercatanzia, mostra di essere uomo assai colto e di larghe amicizie. I suoi rapporti con Leonardo risalgono probabilmente, come ho cercato di di- mostrare altrove, al 1472 (1).

II poeta Verino ne parla con parole entusiastiche;

Vincit Arithmeticis Nilum Florentia cartis ; Assyriaeque caput Babylon iam cessit Hetruscis, Tuacus ab extremo numerorum Gange figuras Accepit, velox qui computai omnia signis. Quisque aritmeticae rationem discere et artem Vult, Benedicte, tuos libros chartasque revolvat, Possit ut exiguis numeris comprehendere arenam Lictoris, et fluctus omnes numerare marino8(2).

XXXII.

Benedetto Briosco. «Monbracco, scrive Leonardo, sopra Saluzzo, « sopra la Certosa un miglio, al pie del Mon Viso, ha una miniera di

(1) Solmi, Leonardo, p. 13. Qualche particolare su Benedetto Aritmetico può anche trovarsi nelle opere sugli scrittori fiorentini del Poccianti e del Negri. I codici da me esaminati sono quattro: 1) Incomincia uno tratato cTabacho, Bibl. Magliab-, mss. 25, classe XI; che porta le date del set- tembre e del marzo 1462 ; 2) Incomincia uno tratato d'abacho fatto da B" a uno caro amico, ivi, mss. 76, classe XI; che porta la data 28 ot- tobre 1473; 3) Inchomincia uno trattato fatto da a uno amico el quale contiene quello che s'apartiene al marchatante ; 4) Trattato di Aritmetica, ivi, me. 1, ci. XI. Gfr. anche Bibl. Cam. di Siena, codice se- gnato L. IV. 21.

(2) Verini, De illustratione urbis Florentiae, p. 25.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 97

« pietra faldata, la quale è bianca, come marmo di Carrara, sanza « macule, ch'è della durezza del porfìdo o più, della quale il com- « pare mio, maestro Benedetto scultore, ha inpromesso di dar- « mene una tavoletta per li colori. A 2 di gennaro 1511. Sirot- « tino da Turino n'ha alcune che son berettine, forte dure » (1).

Chi è questo Benedetto scultore che Leonardo poteva chia- mare nel gennaio del 1511 « compare mio »? Il Ravaisson pensa a Benedetto da Maiano, che era morto già da molti anni ! Non vi ha alcun dubbio possibile: il Vinci accenna qui allo scul- tore Benedetto Briosco, i cui legami con Leonardo, già stretti nel 1484, si rinnovarono sui primi anni del secolo XVI in Milano ed in Pavia.

Maestro Benedetto da Briosco scultore, uno dei più mirabili artisti lombardi, era stato nel 1484 assieme a Tommaso Cazza- niga autore del monumento a Pier Francesco Visconti in S. Maria del Carmine m Milano. Nel 6 maggio del 1506 un documento (conventiones inter magistrum Benedictum de Brioscho et quos- dam cives agentes nomine Comunitatis Cremone prò fabrica arcae sanctorum Petri et Marcellini) ce lo mostra succedere a Pietro da Rho (Rhaude) in Cremona nel compimento di un'o- pera mirabile, che anche oggi testimonia il genio di quegli ar- tisti. Negli anni seguenti il Briosco è collega accreditatissimo dell'Amedeo nei lavori della certosa di Pavia (2), e finalmente del Busti nel monumento a Gastone di Foix in Santa Marta di Milano (1515-1522).

(1) Leonardo, Manoscritto G, f. 1 verso. Per i rapporti di Leonardo col Piemonte, che saranno da me illustrati nel libro sugli Amici e discepoli di Leonardo da Vinci, rammento gli splendidi disegni contenuti nel Codice Atlantico, f. 211 verso: e Navilio d'Ivrea, facto dal fiume della Doira < Montagna d'Ivrea nella sua parte selvagia, produce di verso tra- montana ».

(2) Alcune memorie sulla Certosa di Pavia dicono : L'anno 1517 Bene- « detto Briosco scolpì doi mezzi proflFetti grandi, posti alla facciata sopra le « finestre a ragione de scudi 20 per figura. Item doi Apostoli in figura « grande, posti in opera alla facciata dal coridore a basso predio scudi 40 per « figura >.

GtomaU ttorico. Sappi, 10-11. 7

98 E. SOLMI

Mojnbracco, sopra Saluzzo, sopra la Certosa un miglio, a pie del Monviso (1305 metri), ha veramente abbondanza di minerali. Sul vertice di questa montagna trovasi un mica scisto col quarzo bianco giallognolo a grossi strati, e col mica bianco a lamine molto sottili e piccole. Sui pezzi di questa sorta di mica-scisto veggonsi rabeschi naturali, che sembrano disegni fatti ad arte. Tali pietre possedeva l'ignoto Sirotlin da Torino, nominato da Leonardo. Vi si trovano anche topazi di vari colori e quarzi prismatici (1).

XXXIII.

Benzi Ugo. Quando Leonardo segna fra i suoi libri nel Codice Atlantico'. «Della conservatione della sanità» (2) non c'è dubbio che egli si richiama, come ha già osservato il D'Adda, al Tractato utilissimo circa la conservatione de la sanitade... composto per el clarissimo et exceliente philosopho et doctore di medicina messer Ugo Benzo da Siena, (in fine) Exactum est hoc opus Mli cura et diligentia Petri de Corneno Mediolanensis 1481, pridie Ka- lendas Junias Joanni Galeatio Sforcia Vicecomite principe nostro invictissim,o dominante, in-4° (3).

Da quest'opera, nella quale al titolo pomposo fa riscontro la sciocca puerilità del contenuto, nulla attinse il Vinci per i suoi scritti (4). Ugo Benzi, detto anche Ugo da Siena, più che per

(1) Leonardo, Manoscritto H, f. 62 verso. « Una monaca sta alla Colomba in Cremona, che lavora bei cordoni di paglia, et uno frate di santo Fran- cesco ». Manoscritto I, f. 79 verso. « Soncino sul Cremonese ».

(2) Leonardo, Cod. Atlantico, f. 210 recto.

(3) Sul Benzi puoi vedere Mazzuchelli, Scrittori italiani (1760), voi. II, P. II, p. 7902. L'edizione da me citata è in caratteri gotici senza numeri alle paginCj e fu ristampata in Milano nel 1507.

(4) reputo che Leonardo conosca i commenti del Benzi su Avicenna, Ippocrate e Galeno editi nel 1485, 1493, 1496. È meno probabile che con le parole « Della conservazione della sanità » il Vinci accenni all'opera in ita-

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 99

gli scritti, s'era fatto famoso con l'eloquente insegnamento cui si era dedicato in Siena, in Bologna, in Pavia, in Padova e in Fi- renze, che gli meritò il nome di « principe de' medici » del suo tempo.

XXXIV.

Berlinohieri (Francesco). Reputo molto probabile che Leo- nardo, cosi curioso di cose geografiche, abbia avuto notizia della Geografia di Francesco Berlinghieri diffusa nel secolo XV in manoscritti ed edita in Firenze per Niccolò Tedesco circa il 1480 in f" grande.

Quest'opera offriva grande interesse per il Vinci, non tanto per lo stile e per l'erudizione superficialissima. della quale non vi è alcuna traccia evidente nei manoscritti, quanto per le tavole aggiuntevi, che non furon di scarso stimolo a quelle molteplici cui l'artista attese ripetutamente lungo il corso della sua vita, e che aspettano ancora un sapiente e paziente illustratore (1).

liano volgarmente detta il < Perchè » intitolata Hieronirai Manfredi, Liber de homine et conservatione sanitatì». In Bologna per Ugonem Rugerium et Dominum Bertochunt Regensem. Prima Junii {474, in fol, ripubblicato, sempre in Bologna, in carattere gotico nel 1497 : e nemmeno ai Regiw/ien sanxlatis, cum expositione magistri Arnaldi de Villanova, (in fine) Eie opus optatur quod flos medicine vocatur. Tractatus qui de regimine sani- tatis nuncupatur: finit feliciter. Impressus argen. anno domini {492. In die sancti Thome cantuariensis , m-A", in carattere semigotico, senza cifre e richiami.

(1) Un codice stupendo della Geografia dei Berlinghieri si conserva {AN. XV, 26) nella Braidense di Milano, in carattere nitidissimo del sec. XV, a due colonne, con 31 carte geografiche collocate dopo il testo, colorate in oro, in giallo, in turchino. La prima pagina è ne' margini e nello spazio interposto alle due colonne, tutta coperta di finissima miniatura con ricco e grazioso disegno, con sei medaglie istoriate, quattro negli angoli, due lungo i lati. La prima lettera è magnifica per grandezza e per l'adornamento, rap- presentante il Berlinghieri stesso, che seduto al tavolo eseguisce il suo lavoro. Il primo verso dell'opera « Già l'auriga di Titano adorno » è sopra fondo azzurro e tutto in oro.

100 E. SOLMI

XXXV.

Bernabini Michele. La nota del Codice Atlantico : « Questo « libro è di Michele di Francesco Bernabini, e di sua discen- « denza » (1), non è di carattere di Leonardo. Tuttavia debbo qui dichiarare, che nessuna traccia ho ritrovato nei documenti del tempo, del libro, del suo possessore.

XXXVL

Bernardino Frate. « Alberto de coelo et mundo da Fra Ber- « nardino » (2). Chi sia questo fra Bernardino, cui Leonardo si rivolge per l'opera filosofica di Alberto Magno o di Alberto di Sassonia, non è facile stabilire indubitatamente. Ma poiché la pa- gina sulla quale é scritto questo nome porta la data « comen- « ciato a Milano addi 12 di settembre 1508 », noi abbiamo un elemento fondamentale per escludere che qui si accenni a fra Bernardino de' Busti, minore osservante, dotto nella filosofia e nelle lettere, poiché questi era morto in Milano nel 1500, dopo aver preso parte alle lotte cittadine col suo Defensorium (1497) contro lo scritto De monte impietatis di Niccolò Bariano (1494) (3), e tanto meno a fra Bernardino Calmo, che era morto a Varallo nel 1499.

Il « fra Bernardino » di Leonardo non può essere altri che fra Bernardino Morene, che lesse la Sacra Scrittura in Milano nel 1499 e in Pavia nel 1509, che pubblicò inoltre nel 1510 quel

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 71 recto.

(2) Leonardo, Manoscritto F, cop. recto.

(3) L'Argelati lo fa morire nel 1490, il Mazzucchelii nel 1500, il Defen- sorium fu edito in Milano nel 1497 e il De monte impietatis in Cremona nel 1494.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 101

Liber crealionis, dove son tante e cosi evidenti traccie dei pen- samenti del Vinci.

XXXVII.

Bernardo Oiovannl Libri da Vinegia », scrive Leonardo (1). « Vocabulista vulgare et latino» cioè: « Vocabulista ecclesiastico « Ialino e volgare utile e necessario a molti per il frate Johanni « Bernardo Impressum Mlt fMediolani) per solertem Opiftciem * Magisirum Leonardum Pachel anno domini MDGGGLXXXIX, « die XXIII, mensis Februarii, in-8' ».

F.ra questo, diremo così, un ferro del mestiere per l'artista illetterato, e le traccie ne restano principalmente nel Mano- scritto I, f. 50 recto e verso.

accidit si. accade

aliquid alcuna cosa

congruo conveniente

uniuscuiusque di ciascuna cosa

summum el più

tantum solamente

probus bon' omo

eventum accadimento

appelativam universale

particulare proprio

sed ma

proferri esser profferito

quod qualche

aliquod alcuna cosa

quamvis benché

interimit amazare

sumitur sia preso o si piglia

quelibet di quante sorte

nome averbio loco

(i) Leonardo, Manoscritto F, recto nella copertina.

108 E. SOL.VIl

aliquo da alcuno o in alcun

proficitur parte di

quedam alcuna ecc. ecc.

Altra lista di parole tratte dal « vocabulista » può vedersi, nello stesso Manoscritto 1, al f. 51 recto, 51 verso, 52 recto, 52 verso, 53 recto, 53 verso, 54 recto, 54 verso, 55 recto, 55 verso.

XXXVIII.

Bibbia. Illustrando il noto foglio all'ematite deìCpdice Atlantico alla parola « Bibia » (1), il D'Adda si richiama a La Mòia volgare « historiata per Niccolò de Mallermi. Venecia MCCCCLXXI « in Kalende di Augusto per Vindelino de Spira. 2 voi. in fol. « a 2 col. di 50 linee ». Tuttavia, da alcune citazioni dei mano- scritti, è forse da ritenersi più probabile, che Leonardo pos- sedesse una delle tante edizioni bibliche latine della fine del secolo XV, ad esempio la Biblia latina, Romae Conrad. Suueyn- heym et Arnoldus Pannar tz in domo Petri et Fran. de Ma- ximis 1471, 2 voi. in fol. (2).

Questo libro il Vinci aveva dinanzi quando scriveva la sua fa- mosa Dubitazione.

Leonardo. Bibbia. Movesi qui un dubbio e questo 11. L'anno secentesimo della vita è se '1 diluvio venuto al tempo di di Noè, nel secondo mese, nel deci- Noè fu universale o no, e qui parrà mosettimo giorno del mese, in quel di no per le ragioni che si assegne- giorno tutte le fonti del grande abisso ranno. Noi nella Bibbia abbiam che scoppiarono, e le cateratte del cielo il predetto diluvio fu composto di 40 furono aperte.

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 210 recto.

(2) Io ho dinanzi questa edizione: Biblia (in fine) Explicit impressa Ve- netiis per Franciscum de Hailbrun et Nicolaum de frankfordia socios 1476 in fol. piccolo. In carattere semigotico a due colonne, senza cifre e richiami. Finisce dopo un alfabeto alla segnatura 18 e coli' interpretazione alfabetica de' nomi ebraici spar-si per tutta la Bibbia.

LE FONTI DI LEONARDO DA VINCI 103

di e 40 Docte continua e universa 12. E la pioggia fa in su la terra,

pioggia, e che tal pioggia alzò di sei per lo spazio di quaranta giorni e

gomiti sopra ai più alto monte del- quaranta notti.

Tuniverso (1). 20. Le acque avanzarono il più

alto monte dell'universo dell'altezza di sei gomiti. Così i monti furono coperti (2).

xxxrx.

Boccaccio Giovanni. « Il codice Magliabechiano , Stanza II, « P. II, 27, della Biblioteca Nazionale di Firenze, in folio, car- « tacco, della prima metà del secolo XV, di 132 carte numerate, « legato in cuoio, ha in principio una illustrazione del Pollini, « nella quale si dice che il codice contiene la Teseide del Boc- v( caccio con postille e notazioni marginali anonime, e con tre

< vignette schizzate a penna e macchiate ad acquerello, che il « Pollini attribuisce a Leonardo da Vinci, confortato in ciò, egli « dice, dal parere di un certo Giuseppe Millei^ pittar fiorentino. « Questo Miller peraltro, è ignoto, si conosce di lui cosa al- « cuna. Fra prove di penna traverse alla pagina ultima si legge: « Aldus Manutius Romanus. Le tre vignette sono: la 1* a carta

< 51 recto, e rappresenta una zuffa fra Teseo e Palemone nel « momento che lor si presenta Emilia a cavallo con falco in « mano, circondata da alcuni cani ; la 2" a carta 91 verso, e «rappresenta similmente una zuffa fra due cavalieri, i cavalli « dei quali sono molto più brutti di quelli della prima vignetta ; « la 3' nelle ultime carte, e rappresenta lo sposalizio di Teseo con Emilia » (3). Queste figure, non certo di Leonardo, ne ricor- dano la maniera e sono forse della sua scaola, nel qual caso bisogna ammettere che siano state fatte sul codice, quando era già scritto.

(i) Leonardo, Codice Atlantico, f. 155 recto. (2) Bibbia, Genesi, I, X, 11, 12, 20. ^3) UziELLi, Ricerche (1884), p. 386 sg.

104 E. SOLMI

Da un confronto diligente, quanto ho potuto, fra le opere del Boccaccio e i Manoscritti leonardiani, nessuna luce ulteriore ho potuto rinvenire sui rapporti dei due grandi toscani.

XL.

Boezio. Fra i trattati di Boezio, Leonardo ha conosciuto, fuor di dubbio, fin dalla sua prima giovinezza, il De musica e forse anche il De aritmetica o il De geometria così diffusi, al suo tempo, e che contenevano in forma semplice e piana tutto ciò che i cristiani sapevan di matematiche prima di conoscere gli scritti degli arabi nel Medio Evo (1)

Nei manoscritti non poche lievi sono le traccie delle opere di Boezio, benché Leonardo non abbia rivolto la sua attenzione sui diversi trattati, che illustravano la logica di Aristotile, e su quel libro de Consolatone philosophiae, che pose Boezio in prima linea fra gli scrittori più eminenti della Roma cristiana.

È principalmente fra le note di acustica di Leonardo e fra il De musica di Boezio, che i contatti sono frequenti, sopra tutto dove il "Vinci cerca di perfezionare il Monocordo inventato da Pitagora e descritto cosi accuratamente dal nobile romano (2).

Leonardo. Boezio.

Voce non fia mai sanza moto (3). Ut ergo sit vox, motum esse ne-

cesse est (4). Il vento che passa per una mede- Si igitur sit tardus in pellendo

sima canna farà il sonito tanto più motus, gravior redditur sonus. Velox